
Slawomir Oder, postulatore della causa di beatificazione di Karol Wojtyla, nel suo libro – titolo dell’opera: Perché è santo per i tipi di Rizzoli – ci rivela che il Santo Padre si flagellava: «Era lui stesso a infliggere al proprio corpo disagi e mortificazioni… Non di rado passava la notte coricato sul nudo pavimento». Ancora: «Nel suo armadio, in mezzo alle tonache, era appesa sull’attaccapanni una particolare cintura per i pantaloni, che lui utilizzava come frusta e che faceva portare sempre anche a Castel Gandolfo».
L’abitudine del papa di infligersi mortificazioni corporali, però, sui giornali (stranamente? ) passa in secondo piano. Tra le rivelazioni nel libro, infatti, fa più rumore una lettera con cui il pontefice, stanco e malato, firmava le sue dimissioni. Cioè: su un piatto della bilancia, il disagio esistenziale con tutte le sue manifestazioni autolesionisctiche e, sull’altro, la rinuncia ad un incarico per gravi motivi fisici. E questi che fanno? Mi fanno pendere la bilancia dal lato più logico – le dimissioni, per un soggetto anziano sottoposto a forti carichi psicofisici, mi sembrano un fatto ovvio e condivisibile. Vuoi vedere che siamo diventati insensibili? o – chiedo ancora – che ’ste frustate non sono altro che un banale capriccio di “vanitas” che, come tale, imbarazzano i santi palazzi?









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