le aspettative…

28828454 10156242326455850 2491695201141907549 o

Il grafico è lì, semplice da decifrare: indica l’andamento della voce reddito di cittadinanza dal 26 febbraio fino a ieri in Google Trends. Per farla semplice, nella notte fra domenica e ieri una turba inferocita di italiani s’è riversata sul famoso motore di ricerca a cercare «reddito di cittadinanza».
I più maliziosi diranno che non siamo un popolo né di santi né di poeti né di artisti né di navigatori: siamo un popolo di pesci in barile. Il nostro modello non è il Machiavelli del “fine che giustifica i mezzi” ma il Guicciardini del “proprio particulare”. Oppure, malizia a parte, si può concedere che è perfettamente legittimo, anzi sacrosanto, andarsi a informare su una promessa dei cinquestelle, primo partito alle elezioni.
A far la ricerca, però, viene fuori anche che il “reddito di cittadinanza” è una erogazione monetaria “distribuita — cito da Wikipedia — a tutte le persone dotate di cittadinanza e di residenza, cumulabile con altri redditi (da lavoro, da impresa, da rendita), indipendentemente dall’attività lavorativa effettuata o non effettuata (dunque viene erogata sia ai lavoratori sia ai disoccupati), dal sesso, dal credo religioso e dalla posizione sociale, ed erogato durante tutta la vita del soggetto”. Quello dei cinquestelle, invece, è un reddito di inclusione: “la misura – si legge sul blog delle Stelle – usa l’indice di povertà monetaria individuato dall’Unione Europea nel 2014, corrispondente al 60 per cento del reddito mediano netto (in Italia 780 euro mensili, 9.360 all’anno, per un adulto single), ponderato per la composizione del nucleo familiare. In sostanza, si individuano redditi minimi per tutte le diverse composizioni familiari. Se un particolare nucleo familiare non arrivasse a quella soglia, lo stato verserebbe un contributo pari alla differenza tra i due valori (il cosiddetto poverty gap)“.
Definizioni a parte, qui si voleva solo appuntare che il grafico mostra le aspettative. Il rancore sociale e la paura del futuro hanno trovato un efficace anestetico nel reddito di cittadinanza, una proposta che ha avuto effetti deflagranti sugli equilibri elettorali proprio perché incrocia quell’ansia di presente, che affanna il respiro (soprattutto) del Mezzogiorno. Aspettative, appunto. E le aspettative deluse, specie se abbaglianti, creano frustrazione e rabbia: le stesse che hanno consentito a Di Maio di fare il botto a questo giro elettorale.

un uomo e la sua lotta per farsi prendere sul serio.

img-alternative-text

Prima la rassegna stampa e le news, poi i talk fino ai social e le telefonate (ufficiali e non). Il New York Times ha intervistato sessanta tra deputati, collaboratori e amici di Donald Trump e ha provato a tracciare un profilo delle abitudini quotidiane e dello stile di vita della persona che sta ridefinendo — o, se preferite, sconvolgendo — il ruolo di presidente degli Stati Uniti. Il ritratto che ne viene fuori è di un uomo assai insicuro, incapace o inconsapevole del ruolo che investe, ossessionato dallimmagine che i mezzi d’informazione forniscono di lui, con continui sbalzi d’umore, che s’incupisce quando in tv non parlano di lui e convinto che liberal e giornalisti vogliano fargli il culo o comunque provano a farlo apparire al grande pubblico come un uomo che “lotta per farsi prendere sul serio”.
Prima ancora che nei sondaggi o negli ambienti politici, Trump — scrivono quelli del New York Times — cerca l’approvazione nei titoli delle emittenti ‘all news’. Se le sue aspettative vengono poi deluse si rivolge a chiunque. Può capitare – tanto per dire – che il presidente chieda un consiglio o un’opinione al volo anche ai camerieri che gli servono il pranzo o gli allungano la Diet Coke (che consuma abitualmente e in quantità rilevanti).
Ancora: molte delle persone intervistate hanno messo in dubbio la capacità e la volontà del presidente di distinguere tra bufale e notizie verificate e cosi il capo dello staf, il generale in pensione John Kelly, cerca di filtrare le informazioni che arrivano a Trump, che ogni giorno passa almeno quattro ore davanti alla televisione.
Secondo il quotidiano spagnolo El Pais, che ha analizzato la giornata degli ultimi presidenti Usa, “Barack Obama era solito concludere la sua giornata lavorativa alla Casa Bianca leggendo nello Studio Ovale, poiché i libri lo aiutavano ad avere un’altra prospettiva su ciò che stava accadendo nel mondo, a riflettere e fare autocritica. Prima di lui George W. Bush entrava nello Studio Ovale alle 7 e mezza del mattino per iniziare la giornata, che interrompeva con una sessione di allenamento sportivo, che spesso consisteva nel fare jogging o giocare con i cani. Poi mangiava con la famiglia e dormiva per otto ore, perché raccomandato, per rimanere reattivo”. Il tycoon invece non legge libri, non pratica sport ed è noto per le sue abitudini alimentari disordinate, come faceva quando abitava nella Trump Tower.
Oltre a stilargli il mattinale, all’ex generale Kelly è toccato anche il compito di ascoltare le telefonate del presidente attraverso il centralino della Casa Bianca. E quando qualche chiamata sfugge al suo controllo, si premura di richiamare l’interlocutore per assicurarsi che Trump non abbia fatto promesse assurde, impossibili da mantenere.
All’inizio molti pensavano che dietro le scelte e i comportamenti del presidente ci fosse una strategia, ormai i più sono convinti che non è affatto così: è la strenua battaglia di un uomo fortemente convinto che, se i suoi toni hanno funzionato in campagna elettorale, possono funzionare anche alla Casa Bianca.
A poco più di un anno dall’inizio del mandato, Trump è il più impopolare dei presidenti degli Stati Uniti: solo il 32 per cento degli americani è d’accordo con lui. Dalla sua ha oramai solo l’approvazione autorevole della borsa di Wall street, che, non a caso, la settimana scorsa ha toccato un nuovo record.