Ciascuno di noi…

Ciascuno di noi esprime le proprie paure nel modo che ritiene opportuno.
Non giudico nessuno, ma in questi frangenti mi rendo conto di quanto non siamo cittadini ma abitanti, di quanto non sentiamo la nostra responsabilità collettiva ma solo la voglia di dire la nostra. Questa emergenza che stiamo attraversando fa emergere il vero tratto che ci identifica come Paese: una sconfinata egomania senza senso, che si rivela nella furia di comprare generi alimentari in un supermercato, di girare con una inutile mascherina o nel proporre ricette alternative all’Amuchina o, ancora, di mettere in dubbio ogni singolo provvedimento delle autorità preposte.
Un Paese così, secondo voi, come può vincere sfide ben più importanti?

la paura

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Il coraggio, il coraggio di fare a pezzi la paura, pezzi piccoli piccoli, e calpestarli, strapazzarli finché gli abiti non cambiano colore per il sudore; il coraggio di ignorare la paura, di prenderla a schiaffi, a calci, a pugni sopra gli zigomi, con le nocche delle mani allineate, pugni forti, decisi a sentire il rumore sordo delle ossa spaccarsi.
Bisogna avere il coraggio di capirla la paura, assecondarla affinché si sveli, provocarla, convincerla a mostrarsi, e solo allora, solo allora, guardarla negli occhi per dirle che lì, oramai, per lei non c’è più posto. Anche quando c’è questa sensazione che pesa sul cuore, questo dolore sordo che s’attacca alla viscere, questa impossibilità di trovare un rifugio, un appiglio, una mezza soluzione. Anche quando tutti gli accorgimenti del mondo non sono affatto sufficienti – ché la malattia, bastarda!, striscia sotto la superficie e si prende il corpo da dentro, come un peso interiore che trascina a fondo, inesorabilmente. E l’acqua scura e pesante avvolge il corpo, le mani e la testa in un vortice profondo. Ecco, sì, anche in queste situazioni, la paura bisogna rimandarla al mittente, rifiutarla, spaventarla, spaccarla, pugnalarla, mortificarla, stringerla forte fino a toglierle il fiato.
Masticala e sputala, deridila, scacciala, umiliala! Sempre. Se ci si vuole salvare, alla paura bisogna avere il coraggio di farle tutto, tranne che scriverne come se esistesse davvero o , peggio ancora, fingere di non averne.

Mio padre aveva paura anche a lavarmi…

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A immedesimarsi solo per un attimo, un attimo solo, nella triste vicenda narrata in “Veleno” [*], che Repubblica ha pubblicato, in podcast, sul suo sito, viene il terrore, monta l’angoscia, manca il respiro.
La storia, ambientata in Emilia, tra Mirandola e Massa Minalese, è quella di sedici bambini tolti alle famiglie accusate di far parte di una setta satanista e pedofila che stuprava e uccideva bambini (mai trovato un bambino morto) nei cimiteri e nelle case. Oggi, quei bambini sono adulti che non hanno mai più rivisto i loro genitori, le famiglie sono andate distrutte, una madre si è suicidata lanciandosi dal quinto piano, un’altra invece è uscita di prigione con un cancro allo stadio terminale, una madre di quattro figli a cui sono stati strappati i bambini di notte è invece fuggita in Francia con il quinto figlio nato nel frattempo.
Una storia raccapricciante, di orrore e di sospetto, al limite dell’inverosimile, che ha avuto inizio con le parole di un bambino di sette anni alla sua maestra, e finita (per le persone che l’hanno subita sulla loro carne viva non è mai finita, ma ha distrutto intere esistenze) con quattordici condanne e un prete morto d’infarto dopo essere stato ingiustamente accusato di essere il capo della setta, colui che ordinava di portare i bambini al cimitero.
Ad ascoltare la ricostruzione, sembra di entrare in un incubo quasi peggiore dell’idea di una setta di pedofili (e) satanisti: il sospetto e il bisbiglio – Però lei lo sa bene che c’è sempre il dubbio… –, uniti alle opere pressanti degli assistenti sociali, subdolamente tese a ottenere da bambini confusi dalla separazione dai genitori, confessioni e accuse. Bambini a cui veniva chiesto, per ore e ore: Sei tranquilla davvero? O fai soltanto finta di essere tranquilla? Forza, racconta: dopo ti sentirai meglio.
L’ex bambino che con le sue parole vent’anni fa ha dato il via a questo spaventoso effetto domino di sospetto e di obbligo morale di pronunciare condanne adesso è pieno di rabbia, di rimorsi e di incubi per gli omicidi che forse ha inventato, per le accuse che ha mosso contro i genitori che non ha mai più visto. “Dopo qualche mese di separazione i bambini moltiplicavano le accuse”, ha scritto Gad Lerner in una sua inchiesta del 9 giugno 2000. Dopo qualche mese di separazione i bambini erano furiosi, scioccati, timorosi e in cerca di lacerazioni interne. Possibile sia tutto vero? Possibile sia tutto falso? Quanto vale un anno nella vita di un bambino, quanto vale tutta la vita di famiglie smembrate con la più infamante delle accuse, in nome del sospetto che monta, s’insinua nella testa di tutti come un tarlo, e diventa, in certi casi, allucinazione, e distruzione indistinta di vittime e carnefici, che s’invertono in ruoli, e si contorcono spasmodicamente fino all’autodistruzione, per poi scoprire, troppo tardi, che esistevano solo le vittime? A Massa Milanese la polizia vent’anni fa arrivava alle cinque del mattino e strappava dall’affetto dei propri cari i bambini. E tutti gli altri avevano il terrore, increduli subivano il terrore. “Mio padre aveva paura anche a lavarmi”, ha detto una giovane nata nel 1993.

Lupo.

Sono al Fico d’india, come ogni sera. Vengo qui quando il bar della piazza chiude. Mi piacciono i colori e l’odore del posto. Un misto di chiuso, di sudore, moquette, legno, gardenie e luci soffuse. D’inverno è il deserto per questo posto. Sto seduto in penombra, fuori dalla finestra c’è un buio nero come la pece che avvolge le cose. Bevo birra. Dice che quando bevo divento violento, picchio duro e invece, da sobrio, sono di animo buono, alto, massiccio e tozzo. Lupo, Colonnello, Gladiatore, datemi cento nomi, nomi di battaglia, adatti a un condottiero. La mia fama di scapestrato in paese è nata con me, gli ho semplicemente dato corpo. A vent’anni mangiavo anfetamina e lanciavo la macchina di mio padre sulla strada del mare a M*. Tempi gloriosi quelli! Capelli fin sulle spalle e piattole, ogni notte un letto nuovo. Le donne: in troppe hanno cercato di rompermi la schiena. Ma calmarmi no, ché io non mi calmo affatto. A me piace la vita, la penombra delle discoteche, la carne rosa della Milena che si dimena sulla pedana: quante ne ho avute prima di lei, sciacalli che la nebbia di questi luoghi incrina.
È vero. M’han fermato per quel fattaccio di Rogas, quel ragazzo morto ammazzato a C*. Che c’entro io? L’ho detto ai questurini. Via, lasciatemi in pace. Se finisco dentro regolare è per brutto carattere, mica per colpa. Va tutto bene, ma a un tratto una parola, un cenno, un bicchiere di troppo, e un grido mi si espande improvviso dentro al petto, in fondo al plesso monta un’ira sorda. Hai voglia a darmi addosso: non sono più io.
Quello là, per esempio, siede con la ragazza sulle ginocchia e ride. Non mi piace come ride, e quando uno non mi piace, io glielo vado a dire. La ragazza è carina però, e come gli si struscia. Guardala! Mi alzo, vado. Che gli dico? Ma che cazzo ne so! Vado, mi verrà qualcosa in mente.
La ragazza mi guarda con due occhioni molli. Ha paura. Mi basterebbe allungare una mano per averla. Il compare però c’ha la grana, scommetto che fa mozzarelle in una delle masserie qui intorno…
Lavato, sbarbato, camicia aperta sul petto nudo e villoso: le folte sopracciglia mi dichiarano maschio, come il pomo d’Adamo pronunciato e il collo da toro. Andiamo, pupa, che t’importa se l’amico protesta? Ciò che sarà fra noi l’ho già deciso e non lo cambio.
Enrico però mi affronta. Non gli vado a genio e manco lui a me. Vecchia ruggine fra noi. Ex pugile e padrone del locale. Ci tiene a quel posto, è logico, c’ha investito tempo e quattrini. Mi urla in faccia e questo mi confonde. Vorrei starmene qui finché il Fico chiude. C’è il vuoto fuori, troppa nebbia. Milena vorrà qualcuno che l’accompagni a casa, aspetteremo in macchina che la nebbia diradi e dopo i baci guadagnerei in pace la strada. La brina ghiaccerà gli stabbi. Badilare, presto, e poi spargere sabbia, ché lo sterco duri.
No, non ce l’ho con tutti, come dicono qui in paese. Non è per la ragazza, è per me. Se non meni le mani nessuno ti dà conto. Enrico lo sa, però mi urla addosso, figlio di puttana! Chino la testa. Can che abbaia non morde, mi ripeto. Gira alla larga, bestia! Così lui mi ha detto, e mi ha sbattuto fuori. Bastardo!
Un peso immane m’ha gonfiato il petto. Mi schiaccia in terra, mi inchioda come un tuono. I miei piedi mi portano nel fosso. Vado ora qui, ora là, come un randagio inquieto, un torvo. Mi basterebbe un goccio per strapparmi dal ventre questo intoppo che mi trascina allo scarto, alla deriva. Com’è che sono finito al casolare? Voglio e non voglio. Non resisto. Devo. A mani nude, scavo nel muretto. Eccole: la 7,65 e anche la mitraglietta. Perché cazzo le tocchi, scemo!? Che le prendi a fare? Ma non è più Roberto che si esprime, non mi riconosco. Qualcun altro dentro me preme e afferra il piombo. Nelle mani scotta. Devo scaricare. Farò vedere adesso che so fare.
S’è fatta pace, intorno. Il peso ora mi lascia respirare. Sale dal basso la nebbia. Distinguo un filare nel campo, e oltre, uno a maggese. Lui è seduto accanto a me, il capo innaturalmente reclinato e la sigaretta che fumava spenta sul pavimento dell’Alfa nero sangue. Ora che tutto è finito, finito per sempre, non posso guardare. Mi fa paura la sua faccia spappolata a grumi, il naso mancante, schizzato chissà dove. Non posso essere stato io a sparargli. Eppure sono stato.
È nebbia e avanzo, alto, massiccio e instabile. Vado dove mi portano le pistole. Loro sanno. Il Fico sta chiudendo, sono rimasti in pochi, quelli giusti. Un movimento e partono tre colpi. Enrico con Ada vanno giù per primi. Poi tocca a Ennio. Le donne strillano e i camerieri si acquattano fra i tavoli. Li tiro fuori a calci e pugni, li faccio inginocchiare sopra i morti. La bifilare ha esploso dieci colpi e cinque in canna sono ancora buoni. Sto per scaricarglieli nei corpi, ma quelli cominciano a supplicarmi a mani giunte. Parole, non capisco quali, preghiere che mi addolciscono la testa, mi rinfrescano le mani. Il piombo li rinnega. Li lascio così, a cagarsi addosso come cani. Corro fuori. C’è un tizio su una Alfa col motore acceso. Apro la portiera d’istinto, sono dentro. Gli ordino di andare. Viaggiamo senza un fiato nella notte verso dappertutto e da nessuna parte. Albeggia. Dico al tizio: accosta! Chiede il permesso di fumare. Glielo dò. Si accende una Marlboro. Si accorge solo all’ultimo della bocca che gli bacia la tempia e gli sputa dentro piombo e fuoco.
Pazzo, direte. Pazzo, assassino, criminale. Mi cercherete in tanti con uniformi, elicotteri e cani. Questo mi piace. Potete giurarci: non mi troverete! Ma se anche mi troverete, non sarò io. Non mi riconoscerete. E come potreste se dal momento che è partito il primo colpo neanche ai miei occhi sono stato più lo stesso? Una cancrena, un tumore, un vortice mi ha strappato dalla realtà. Non vorrete saperne di me. Si ha pietà per i morti, giustamente. Per i morti ammazzati più a ragione. Ma chi mai avrà pietà di questo vivo?

il diavolo non esiste…

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Ogni volta che genitori rincretiniti fanno picchiare la propria bambina per liberarla dal Maligno, o ragazzoni sudicioni mettono in piedi un’orgetta a base di messe nere e palpatine perché non riescono a batter chiodo altrimenti, tocca — è inevitabile, ahimè — subire il parere degli espertoni da salotto. Schiere di demonologhi molto professionali (quelli che snidano Satana dai dischi rock con la tecnica del rewind, per intenderci) spiegano quante e quali siano le porte dalle quali il diavolo cerca di intrufolarsi: la sorella omosessuale, nel caso della provincia di Caserta, sarebbe stata, a detta del prelato santone, il viatico per entrare nella vita della povera ragazza affetta, invece, da serie e gravi problematiche personali. Questo di Casapesenna, poi, riceveva direttamente da San Michele le lettere con le indicazioni pratiche da seguire per scacciare i demoni maligni. Con somma soddisfazione, immagino, dei vari indemoniati e demonificatori, maghi neri e affini, che vedono riconosciuta l’alta qualità delle loro bassezze, dei loro imbrogli, delle loro disfunzioni mentali o ormonali, infine e in una parola sola, della loro infinita e inqualificabile ignoranza. Finisce poi che il Vescovo, messo alle strette, sia costretto tra un balbettio e una mezza capovolta linguistica a rimangiarsi quanto detto e (è notizia di poche ore fa) a sospendere per un anno (sic, un solo anno) il sacerdote maneggione. Il mio modesto contributo è: il diavolo non esiste, non è mai esistito, è una truffa per spaventare i buoni e avvelenare i cattivi. Esistesse, del resto, la sua, come dire, selezione del personale sarebbe almeno un po’ meno ridicola, con tutti i criminali di guerra, gli uomini-bomba e Stati bombaroli che circolano liberi per il mondo.

Possibile che non si riesca a trattare questi casi con pietà e misura?

A cadavere caldo, anche se il cadavere è quello di un balordo [*], bisognerebbe portare rispetto, parlare a bassa voce e non lasciarsi andare in frasi di giubilo o, peggio ancora, cavalcare lo sdegno per squallidi fini elettorali, come invece capita a qualche politico (sì, il solito, sempre lui) da saloon. Ammazzare un ladro per eccesso di legittima difesa non è un atto di giustizia, è un’atroce disgrazia. Su questo punto si dovrebbe essere tutti d’accordo, a meno che non si voglia privatizzare la pena di morte. Gli ammazzaladri, insomma, non si ergano a giustizieri, abbassino lo sguardo e stiano per una volta in silenzio. Quanto alla tifoseria opposta, meno rumorosa ma altrettanto tenace nei suoi pregiudizi, urge una seria riflessione. Un rapinatore in casa propria (sia essa l’attività commerciale o la dimora privata, poco importa) non attenta solo alla roba. Attenta alla persona, alla sua sicurezza, alla sua integrità fisica e psicologica. Chi reagisce fuori misura non può essere trattato come un assassino o come un esaltato. Deve essere trattato come una persona che per rimediare a un reato ne ha commesso un altro. Punto. Possibile che non si riesca a trattare questi casi con pietà e misura? Possibile che ci si debba dividere, con ridicola foga, in “amici del ladro” e “amici del giustiziere? Ci sono storie, ci sono spaventi, ci sono dolori che non sono riassumibili in un’alzata di spalle o in uno sciocco anatema. Un morto non lo si sventola come una bandiera, né per farne una vittima innocente né per farne un lurido parassita da eliminare. Tra il bianco e il nero esiste una infinita scala di grigi. Abbiamo il dovere di testimoniare anche il grigio.

il nostro riflesso…

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È cronaca quotidiana, purtroppo: ragazzini giocano con la vita degli altri e con la propria. A Milano – leggo ora dal corriere.it – un 56enne, aggredito da adolescenti sul bus, reagisce e ferisce a coltellate un 17enne. A Verona, invece, dei ragazzi hanno bruciato un uomo per scherzo; a Napoli e a Torino, hanno massacrano altri ragazzi per togliergli il cellulare, la milza, o qualcosaltro. Anche se i numeri sono modesti – restano comunque atti gravi da denunciare, fossero anche un paio soltanto – di fatto cè da dire che cose del genere avvengono laddove della vittima cancelli qualsiasi elemento che possa fartelo sentire a te simile. L’altro, quello che hai difronte, deve, ai tuoi occhi, apparire come un pupazzo che, goffamente, cerca di imitare una vita vera, e come tale non è degno quindi di stazionare nel tuo stesso territorio, non merita di usare il cellulare, va punito il più selvaggiamente possibile per il solo fatto di aver cercato di assumere connotati umani. Insomma, a volerla far breve, la violenza che esprimono questi ragazzi è indice di quanto hanno ben appreso la più terribile delle lezioni degli adulti, della malata società degli adulti: svuotare gli altri di umanità e svuotarci – per una complicatissima legge di vasi comunicanti – a nostra volta di sensibilità. Ciò che questi casi di atrocità e cieca ferocia stanno cercando di dirci è che dobbiamo fermarci e smettere di lasciar correre. Questi ragazzini, malgrado la loro giovane età, non sono affatto un punto di partenza, ma di arrivo, il nostro – appunto. Essi sono noi, il nostro riflesso su uno specchio deformante di adulti peggiori e senza scrupoli; uomini e donne addestrati a muoverci in branco per sentirci i più furbi, i più spietatamente insensibili, i migliori.