Archivi dei tag: aborto

da solo in Giappone…

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«E se lei domattina va da solo in Giappone e non conosce le lingue è come un disabile: ha bisogno dell’aiuto di qualcuno, altrimenti si sente perso o no? È la prova che non siamo autodeterminati». È l’onorevole Roccella, sottosegretario ai temi etici, a deliziarci con questo prodigio di logica. Notate la possenza del ragionamento, l’eleganza dell’argomentazione: in pochissime battute, con uno splendido esempiuccio, l’onorevole è riuscita a mandare col culo per aria l’autodeterminazione ché – spero si sia capito – o l’uomo è sempre capace di autodeterminarsi, oppure non lo è maitertium non datur. Fermatevi però con le generalizzazioni, ché è capace che così ragionando, a furia di provarci, riusciate a dimostrare che se la Roccella non conosce il giapponese non capirà una mazza di quello che gli potrà raccontare un qualunque nipponico che s’esprime nel suo oscuro idioma ergo la Roccella non è dotata di facoltà intellettive… La qual cosa – al netto, sia ben inteso, della logica usata per la dimostrazione – mi pare, francamente, comunque vera.

ingerenze…

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«Le interferenze della Spagna ha dichiarato il ministro Frattini – sono inaccettabili». E quelle del Vaticano, invece?

questioni ambientali…

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«Sono stanca di sentir ripetere che la 194 non si tocca. Non lo accetto. È una legge di trent’anni fa; dobbiamo tener conto dei progressi scientifici. A 22 settimane, il feto è già un bambino. I casi di cui ha scritto Giuliano Ferrara mi hanno colpita molto. Se davvero nascono vivi, se c’è la possibilità di rianimarli, allora — fatti i necessari approfondimenti — quel limite di 22 settimane andrebbe abbassato. L’ha detto anche Alessandra Kustermann della Mangiagalli, una donna straordinaria».

On. Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente

in Italia…

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Se Cristo vive nella sua Chiesa, se Cristo è Dio fatto uomo, se il Verbo è Verità eterna – lasciandovi liberi di eseguire, per conto vostro, tutti i passaggi intermedi; potete, semmai ne aveste bisogno, farvi aiutare anche dagli scritti di San Josemaría Escrivá – è chiaro: i cattolici hanno tutto il diritto, e il sottinteso dovere (cf. Mt 28:19), di tradurre in legge dello Stato il magistero Vaticano. O comunque di provarci ché “per i cristiani resta sempre aperto [...] un urgente e indispensabile campo di apostolato e di testimonianza evangelica” (cfr. Benedetto XVI , 12.05.2008). Se poi – Dio voglia – si riesce a far coincidere il peccato col reato, la cosa ci sta tutta – e pure bene, direi. Il non credente? Non scassasse i coglioni ché non tutto ciò che è amorale, poi, si riesce a commutare in reato. Qualche esempio? I rapporti prematrimoniali, il divorzio, l’omosessualità, la masturbazione e – forse ancora per poco – l’aborto. Contenti? Al clericale, insomma, è fatto salvo il diritto di dire all’anticlericale – quando fallisce, sia inteso, il progetto di regolare per legge l’atto peccaminoso – che se peccherà brucerà nel fuoco ardente e vivo dell’inferno mentre se l’anticlericale fa la voce grossa e contesta, tanto per dirne una, la venuta del papa all’Università di Roma è chiaramente intollerante. Se lo sciagurato miscredente afferma la legittimità di una legge che non piace alla Chiesa, sta spaccando – lo sciagurato, dico – le coscienze del paese e contribuisce ad aprire “un’ulteriore ferita nelle nostre società, già purtroppo gravate da profonde sofferenze” . Chiaramente tutto questo in Italia. Perché, scusatemi, in quale altro paese può accadere tutto ciò?

nota…

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La questione si ripropone: Sua Santità prova a verificare le reazioni della nuova compagine governativa nei confronti dei suoi richiami. E ci va giù duro, usando tutta la retorica che ha in corpo ché evidentemente smania – il pastore, dico – di saggiare bene la reattività del suo nuovo gregge reo – a detta di qualcuno – di non aver nessun vero cattolico al suo interno. Tant’è significativo il messaggio che – è voce che corre tra i ben informati – sia stato, pare, lo stesso pontefice a calibrarlo attentamente. Vale la pena, dunque, di prendersi la briga di rileggersi con calma, ancora una volta, il testo prima di entrare nel merito.
Ma intanto, a margine, una piccola osservazione: l’attacco alla 194 sta, via via, scivolando sul piano inclinato e sdrucciolevole delle politiche sociali: non una spinta verso maternità coscienti e responsabili ma, semplicemente, una delega alla coscienza e alla responsabilità date direttamente alla comunità tutta. «Occorre aiutare con ogni strumento legislativo la famiglia - dice Benedetto XVI - per facilitare la sua formazione e la sua opera educativa, nel non facile contesto sociale odierno». La questione, insomma, viene prepotentemente fatta ricadere, in qualche modo, – per la parte che non riguarda il potere riproduttivo, intendo – sulla comunità che accoglie (e questo pure mi pare importante sottolinearlo) il feto già come una persona quand’è ancora nell’utero materno. La spinta prepotente di questa nuova battaglia è tutta rivolta, quindi, verso la comunità che si fa carico delle condizioni della gravida (e
quindi della futura madre) per consentire al frutto che questa porta in grembo di poter venire alla luce. Cos’è che si tenta di affermare? Innanzitutto che il feto è persona e, quindi, proprio perché persona è anche un bene di tutti, un bene della comunità che, di riflesso, deve spingersi fino al punto di stabilire cos’è che occorre darle quand’è embrione e cosa, invece, toglierle quando non lo è più. Sempre, sia ben inteso, nell’interesse di tutti.
Nel concludere, registro le reazioni del mondo politico nostrano che – sia detto per inciso – paiono ancora abbastanza confuse. L’Udc, per bocca di Rocco Buttiglione, fa sapere che si farà carico di portare in Parlamento quello che Benedetto XVI ha auspicato, mentre – leggo da Il Corriere – per una Mussolini timidamente critica c’e una Carfagna tendenzialmente favorevole. Insomma, al netto delle dichiarazioni del solito Pannella, pare che l’intenzione prevalente della classe politica sia quella di aiutare economicamente le donne che si sentono costrette ad abortire perché in difficoltà economiche e a far meglio applicare la 194. Ma, è giusto precisarlo, stiamo ancora alla prima fase del passaggio all’incasso da parte della Santa Sede. Dalla Cei, tanto per dire, ancora non s’è sentito nulla.

Dio l’abbia in gloria…


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«Tutte le persone che hanno partecipato all’intervento medico sono dei malfattori perché hanno stroncato la vita di un innocente prima della nascita»

Cardinal Alfonso López Trujillo, 29.08.2006

Aveva le sue fisse il cardinal Alfonso López Trujillo. Guai a toccargliele. La citazione – tanto per capire che tipo era – è l’estratto di un’intervista che, nell’agosto del 2006, sua eminenza concesse all’emittente radiofonica colombiana Ren in merito all’aborto praticato nell’Ospedale Simon Bolivar di Bogotà su una ragazzina di otto anni violentata dal patrigno. È morto l’altrieri. Dio l’abbia in gloria e li se lo tenga stretto stretto.

…la storia tedesca ci insegna

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«Gli esseri umani diventano così strumenti di altri esseri umani. Questa è l’eugenetica e la storia tedesca ci insegna a cosa ha portato. Noi siamo già sulla medesima strada: che altro è d’altronde l’interruzione di gravidanza di sei milioni di vite nell’utero materno da quando è in vigore l’Abortion Act? ».

Card. Cormac Murphy-O’Connor, 27.03.2005

una sputacchiera…


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Per quella parte di questo blogguzzo che è rassegna stampa, vorrei segnalarvi un articolo di Francesco Agnoli apparso stamane a pag. 2 de Il Foglio. Prima di iniziare a leggerlo (qui), fatemi la cortesia di dirmi sinceramente: come ve la immaginate una sputacchiera?

(il retro)

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… ci rivediamo dopo!

non mi piace infierire…


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«Non siamo riusciti a tradurre – leggo da Il Foglio – nel linguaggio di una competizione elettorale la forza di un dibattito culturale, civile, etico[...]. Il risultato delle urne è disastroso». È facile – dirà il lettore – mettersi, adesso, a maramaldeggiare su quel misero 0.4%. Facile, è vero, ma pur sempre inevitabile. M’astengo? Ma certo: non mi piace infierire. Ragiono – questo si – sui numeri ché quelli stanno li, imperituri e tetragoni pronti ad essere analizzati e interpretati per qualsiasi scopo. All’uopo. I dati sono ufficiali. Per fare un Veltroni ci vogliono 89 Ferrara; un Di Pietro ne vale circa 11. 22 Ferrara fanno un Bossi e per fare un Cavaliere, invece, ne occorrono 100. Sembra strano – e in effetti lo è – ma è la “democrazia”, anche se qualcuno preferisce chiamarla “inculata”.