
«Bernardo Provenzano si rigira tra le mani una cartolina di Padre Pio. Gli angoli sono un po’ spiegazzati, ma quando la ripone sul tavolo – con un movimento lento del braccio – l’immagine rimane bene in vista appoggiata alla parete sinistra della cella». Questo l’incipit dell’articolo pubblicato ieri da la Repubblica a firma di Paolo Berizzi. Titolo dell’articolo: “In cella con Provenzano tra santini e preghiere”. «Provenzano – si legge nell’articolo – passa le sue giornate a pregare, a leggere la Bibbia e a scrivere lettere alla moglie Saveria Palazzolo e ai due figli, Angelo e Paolo».
Il ministro Angelino Alfano, stamani, ha scritto al direttore di Repubblica manifestando la propria amarezza e inquietudine per il «quadretto agiografico» dipinto dal giornalista ché – sono le parole del ministro – « l’articolo, volente o nolente, finisce per dare al lettore una visione a dir poco distorta» di zu Binnu u tratturi. Berizzi, rispondendo al ministro, ha tenuto però a precisare che «un boss mafioso condannato a 12 ergastoli che trasforma la sua cella in una specie di cappella votiva è un paradosso». In soldoni? L’articolo di Berizzi mirava proprio nella direzione indicata dal ministro. Cazzo, era un paradosso! Davvero? E io che pensavo di stare a leggere il più tipico dei contesti antropologici cristiani. Tant’è che continuavo a ripetermi: “ah, se solo Provenzano avesse studiato in seminario”.

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