
«Io antifascista? Penso solo a lavorare, per risolvere i problemi degli italiani»

«Io antifascista? Penso solo a lavorare, per risolvere i problemi degli italiani»
La questione è ripresa da più parti: giornali e blog, come mosche sullo stronzo fresco, si sono fiondati a commentare le foto di Di Pietro in versione contadino. Tutti lì, quasi a formare un groviglio impazzito e disordinato di alette iridescenti, intorno alle fotuzze dell’ex ministro – come mosche sullo stronzo fresco, appunto: un pizzicare di mille probosciduzze a lingua di Menelicche ansiose di sfamarsi fino a che lo stronzo è bello caldo. Tutti pronti – fuor di metafora –, con lenti deformanti, garzantine e bignami vari, a tentar d’imbastire paralleli tra l’ex PM e Benito Mussolini.
È vero che a me il tipo – Di Pietro, dico – sta antipatico assai (e quindi ogni mio commento sulla faccenda sarebbe cosa assai parziale), però, suvvia, al netto della faziosità, arrivare a dipingerlo come uno statista mi pare cosa davvero esagerata. Non trovate?

L’Aula sorda e grigia non è ancora un bivacco per i suoi manipoli. Poteva, ma non ha voluto ché è tanto bello sentire Schifani declamare da lì le sue letteruzze.

«Ognuno è libero di credere o non credere in Dio. Ognuno è libero di rappresentarsi come vuole il suo Dio. La religione fenomeno collettivo è un fatto storico, psicologico e morale della più alta importanza. La religione dominante in Italia è il cattolicesimo. Noi non possiamo e non dobbiamo fare dell’anticattolicesimo; non possiamo e non dobbiamo scatenare accanto ai vecchi, nuovi motivi di divisione e di odio, che potrebbero avere ripercussioni fatali sulla compagine della nazione. Chi tra noi – lo sappia o no, se ne renda conto o no – è imbevuto di dottrine spiritualistiche deve lasciare ai formiconi del razionalismo e dell’anticlericalismo la fatica grottesca e inane di combattere le manifestazioni religiose e di bandire Dio dall’universo. [...] Posto dunque che noi non possiamo essere anticlericali alla vecchia maniera e che dobbiamo rispetto nei confronti delle manifestazioni religiose, bisogna riconoscere [...] il diritto di gridare ‘viva il Papa!’ [...]. Quello che non si può tollerare, né si deve, è l’altro grido di ‘viva il Papa-Re!’. Chi lo grida [...] dichiara implicitamente guerra all’Italia e non può lagnarsi se viene trattato come si trattano i nemici in guerra. [...] Popolari e cattolici devono guardarsi dall’esagerare. Rappresentano una parte notevole della nazione, ma non tutta la nazione».