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gli fa una sega…

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«Io per un mese ho lavorato con Gheddafi per scongiurare la guerra offrendo a Saddam Hussein un esilio dorato e garantito. Io ho convinto Bush, poi Saddam ha detto un no in definitiva a Gheddafi. Il perché, poi, lo abbiamo capito: quando si sarebbero scoperti, via lui, gli eccidi che aveva fatto, nessuno gli avrebbe potuto garantire l’impunità».

Silvio Berlusconi, 02 dicembre 2008

Piscia sulla bara di un morto, ma dice che è una pisciata dovuta, quasi indispensabile. Quest’uomo non conosce vergogna, non sa cos’è il pudore: mente sapendo di mentire. Al confronto quel contaballe di Pinocchio ci fa la figura del simpatico pischello… gli fa una sega, insomma.

le scemenze…

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«Essendo questa la verità dei fatti – scrive stamani Giuliano Ferrara –, i cronisti e commentatori più conformisti [...] le portano una sfida quotidiana. E nascondono al pubblico, dicendo scemenze di tono inutilmente maramaldesco su Bush e su Dick Cheney, colpiti da una irrilevante ostilità dei sondaggi di cui non si curano. » A mo’ di chiosa: dei sondaggi bisogna curarsene solo se non ci sono ostili. Gli altri? Sono irrilevanti. Ovviamente.

…Oh My God!

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Washington, 4 set. – (Adnkronos) - La governatrice dell’Alaska Sarah Palin, candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti nel ticket presidenziale repubblicano che la vede al fianco [di] John McCain, ha sostenuto che la guerra in Iraq è stata condotta dall’amministrazione Bush su “mandato di Dio”.

Bang bang, he shot me down…

APTOPIX Bush US Europe Vatican

«La Corte Suprema degli Stati Uniti ha rafforzato il diritto individuale degli americani ad essere armati. Con una sentenza storica su come interpretare, una volta per tutte, un diritto costituzionale sancito in modo incerto nel 1791, i giudici hanno bocciato un divieto a detenere le armi che era in vigore nella città di Washington.» (corriere.it, 26.06.2008).

Quello del “diritto individuale ad essere armati” è questione tutta americana, ché qui in Europa il problema non si pone neppure. Al netto, infatti, delle categorie professionali che ne prevedono, per legge, la dotazione – qui da noi, dico – il possesso di un’arma per un semplice cittadino è un “diritto” solo in casi assai sporadici e ben regolamentati (He wore black and I wore white) ché è lo Stato ad essere preposto alla difesa dei suoi cittadini. Neanche il più acritico e viscerale sostenitore degli Stati Uniti nostrano si sognerebbe, insomma, di rivendicare questo “diritto alla pistola” (Bang bang, I hit the ground). Eppure – tanto per rimanere tra le nostre mura – qui in Italia sono in tanti quelli che ci tengono ad indicare gli Stati Uniti come modello positivo (”Gli Stati Uniti modello di laicità positiva” scriveva l’Osservatore Romano il 16 aprile scorso); sono in tanti – e pure molto influenti – quelli che riconoscono, tanto per dire, nel testo della Costituzione d’America la summa del diritto. Potenza economica delle industrie produttrici d’armi americane? Può darsi.

La questione, però, è abbastanza delicata, soprattutto nelle implicazioni sociali che può avere, sicché, ritornano al Santo Padre, sono davvero curioso di leggere una qualche santa considerazione del pontefice (He didn’t take the time to lie) proprio su questa sentenza della Corte Suprema: nel paese dove la religione sposa così bene il sociale (Just for me, the church bells rang), non trovate che sarebbe davvero deplorevole approvare questa mania? Ma disapprovare, dopo tutte le smancerie che ci sono state col presidente Bush (“Remember when we used to play?”), non risulterebbe sconveniente? Secondo me il pontefice preferirà non proferir parola (Bang bang, that awful sound): all’Angelus parlerà d’altro: del prezzo della benzina, forse? o del caro ombrellone? Chissà.

[...]

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Ai cultori di entomologia, segnalo quest’intervista assai interessante a Carlo Rossella. Uno che di certe cose se ne intende…

…oh yeah!

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«Un’udienza a carattere “familiare”, amichevole, per niente “protocollare”, per molti tratti strettamente confidenziale, con passeggiata all’aria aperta, concerto nei giardini pontifici del Coro della Cappella Sistina e colloquio riservato nella cinquecentesca Torre di San Giovanni.» Così – siamo a pag. 9 de la Repubblica di stamani – viene presentata l’“inedita” – è aggettivo usato dall’Osservatore Romano – accoglienza che il papa riserverà al suo amico Bush venerdì prossimo. Un’accoglienza, pare di capire, in mezzo al verde, all’aperto… bucolica, insomma. Roba da veri cowboy, per intenderci. Immaginatevi la scena: il pontefice in jeans stretti, stivale alto e appuntito, speroni e lariat a roteargli sulla santa testa. Che spettacolo. Ché poi, a volersi soffermare sul significato dei sostantivi, tra il mestiere di cowboy e quello di pastore non è che poi ci sia tutta sta grande differenza: sempre di bestie da tenere a bada si tratta.

speriamo…

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A parole, tutti hanno condannato e continuano a condannare la sanguinosa repressione delle autorità cinesi; appena s’era avuta notizia della rivolta tibetana (con i tragici morti che, già nelle prime ore, si contavano a decine) era subito partito, puntuale, il tam tam della falsa solidarietà: quella solidarietà che vale quanto un soldo di latta e puzza più della morte.
A parole, dicevo, tutti sono pronti a condannare lo schifo e i soprusi che avvengono in Tibet per mano delle autorità cinesi. Autorità – è sotto gli occhi di tutti – che se ne sbattono i coglioni delle parole mentre temono – questo, si – una sola cosa: un fermo
aut aut dell’Occidente. Basterebbe, infatti, che uniti si dicesse: “cari cinesi, se la repressione non cessa immediatamente la fiaccola olimpica (ora che è bella che accesa) ve la potete ficcare nel culo, senza vasellina”. E invece l’ipocrisia dell’occidente si guarda bene dal farlo. E ci mancherebbe. Le argomentazioni, acute come uno spillo, a favore delle Olimpiadi non mancano e non mancheranno: già le vedo tutte li, in fila, ammantate di nobiltà e ragionevolezza, pronte a scegliere una strada da sepolcri imbiancati (“essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume” Mt 23:27). S’è detto (e si continuerà a dirlo) che il boicottaggio non serve a nulla e che anzi potrà danneggiare il popolo cinese, i dissidenti. Già li sento – a questi ipocriti dalle acute argomentazioni, dico – discettare sul fatto che in Cina la libertà non può che essere veicolata attraverso scambi di ogni genere (cazzo, non vorrete mica affermare che lo sport non è veicolo di pace?). E allora: Olimpiadi siano!
La verità, però,
è cosa ben diversa e anche i più cinici sarebbero disposti ad ammetterla. Ai capoccioni occidentali non importa un cazzo dei valori e dei principi se – e sottolineo se – questi rischiano di far saltare il principio di tutti i principi e il valore di tutti i valori: il profitto, quello che si celebra in borsa.
Suvvia, non siamo ipocriti, ché a saperle leggere le dichiarazioni di
certi miserabili è evidente come il sole che per loro il denaro viene prima di ogni cosa. Del resto, con il tempismo di un maratoneta da guinness dei primati, Bush (quello che va dicendo di parlare con Cristo, posandogli il capo sulla spalla), proprio alla vigilia della repressione tibetana, aveva tolto la Cina dalla lista dei paesi che commettono violazioni gravi dei diritti umani. Mah! (speriamo almeno che adesso ce l’abbia rimessa).
Di fronte allo scempio che s’è consumato e che, purtroppo, continua a perpetrarsi nel Tibet
mi sarebbe piaciuto sentir gridare un laico “non possumus”, unanime e forte, soprattutto da parte di quei governi e schieramenti che si definiscono liberali e che per giunta, magari, vanno sbandierando a destra (soprattutto) e a manca come irrinunciabili le radici cristiane dell’Europa. Nulla, purtroppo, di tutto questo è avvenuto e, ahimé, nulla di tutto questo avverrà nei giorni a venire ché sappiamo bene tutti come di pie illusioni democratiche siano lastricate le strade dei successi totalitari.
Ci resta, a ’sto punto,
la speranza che a far qualche cosa siano i mass-media, gli intellettuali, le personalità dello spettacolo e, perché no, gli stessi sportivi. Per come stanno evolvendo le cose il loro secco “no” alle Olimpiadi di sangue sarà la sola e unica solidarietà concreta per i democratici del Tibet e della Cina. Accontentiamoci. (E speriamo).