chi non ricorda il passato non avrà futuro

A buttar un occhio ai dati definitivi sui voti in Campania rastrellati dalla Lega (più di duecentocinquantamila voti nei tre collegi), non si può non pensare quanto sia corta la memoria degli italiani.
Il fatto che da quella compagine, per più di vent’anni, siano stati lanciati insulti e maledizioni contro quei “terroni” parassiti che vivono succhiando il sangue agli operosi padani è stato già dimenticato.
È bastato che indicasse un nuovo “nemico” su cui scaricare odio e frustrazioni e giù tutti a spellarsi le mani per applaudire le farneticazioni di Salvini.
Qualcuno, un po’ di tempo fa, ha detto che chi non ricorda il passato non avrà futuro. Qui siamo al non ricordare neanche quello che è successo ieri, del futuro meglio non parlarne.

…la valigetta piena di monnezza passerà alla storia?

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L’idea che viene fuori dall’inchiesta giornalistica (ha davvero senso definirla tale?) di Fanpage, al netto delle posizioni di parte – l’una e l’altra, dico – mostrerebbe (qui, in questi casi, si tende a usare il condizionale checché ne dicano i manettari di ogni colore; quelli, per dire, tetragoni nella convinzione che, cito, “la valigetta piena di monnezza passerà alla storia”) uno squallido giro di mazzette per l’assegnazione degli appalti sullo smaltimento di rifiuti in Campania. Ora, fatto specifico a parte, fanno sorridere i discorsi sulle leggi da modificare e sui poteri “speciali” da dare a questo o a quel pubblico integerrimo controllore/repressore («istituiremo la figura dell’“agente istigatore”» – ha detto serio, ieri, il solitario camperista Di Battista [mi si perdoni la rima] da Floris) che, nei limiti del lecito (e, in certi casi, del ridicolo), hanno una loro più o meno solida ragione tecnica, politica, giuridica. Ma – e qui il punto – la corruzione è un reato tipicamente culturale, discende dall’idea antica (ne parla già Svetonio in De vita Caesarum) che il denaro non puzza (Pecunia non olet, usava dire a quei tempi) e da quella, assai più recente, che avere un reddito alto, un tenore di vita agiato, sia una specie di diritto sacrosanto, qualcosa che ti è dovuto, appunto. Di lì a diventare bulimici di quattrini il passo è assai breve; e come per tutti i tossici, fondamentale è negare di esserlo, non riconoscere patologia nei comportamenti, e dunque raccattare la bustarella (o la valigetta, se volete) senza battere ciglio, avendo già disfatto in precedenza, accuratamente, ogni possibile paradigma del lecito e dell’illecito quanto questo viene a frapporsi tra noi e la ricchezza a prescindere. Inutile illudersi di ridurre a livelli fisiologici la corruzione solo per vie legali – la storia di Di Pietro e la sua Mani Pulite dovrebbe chiaramente avercelo insegnato. La questione, ahinoi, è totalmente politica, cioè legata ai paradigmi socio-culturali in voga. Berlinguer l’aveva capito ed è per questo che, dopo tutti questi anni, ancora se ne parla tanto.

Così è, se vi pare. Così è.

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Copio-incollo l’attacco dell’articolo di Leandro Del Gaudio in edicola stamani con Il Mattino: “Tre inchieste sull’emergenza rifiuti in Campania, indagini di quelle che promettevano sviluppi, due pool di magistrati che lavoravano in modo autonomo, puntando ad obiettivi diversi. Poi, all’improvviso, alle porte della Procura di Napoli bussano quelli di Fanpage, che raccontano il loro lavoro, la fatica degli ultimi sei mesi. Ed è così che due mondi, quello delle indagini penali della Procura napoletana, e quello dei giornalisti di Fanpage entrano in contatto, con risultati ed esigenze non sempre compatibili.”
Domanda: è normale, questo? E — altra domanda — bisogna augurarsi che anche altri facciano altrettanto, che per esempio altre testate giornalistiche si armino di squadre di agenti provocatori, e che magari lo stesso facciano le segreterie dei partiti per istigare la commissione di reati da parte dei politici colleghi sul fronte avverso schierati?
La tentazione fa l’uomo ladro — recita il noto proverbio. Appunto, lo fa: mica lo rivela semplicemente? lo crea. E quindi, per moralizzare il Paese, per estirpare la gramigna della corruzione, dobbiamo creare ad arte le possibili tentazioni, ingrossare le file già belle corpose dei ladri, per poterli infine arrestarli tutti? Sì, mi par di capire. C’è, in effetti, chi pensa che si debba fare proprio così. E manco vale la pena scriverlo chiaramente chi è — ché tanto lo si capisce. La sete giustizialista, che tanto appaga il partito dei manettari, spinge a che venga stabilito un clima poliziesco, di sospetto, di paura e di diffidenza; un clima in cui — è tesi che danno per dimostrata — nessuno vorrà più corrompere o lasciarsi corrompere, per il timore appunto di trovarsi di fronte a un corrotto farlocco, un collaboratore delle forze dell’ordine . Tanto — è il corollario del loro argomentare — gli onesti non avranno mai nulla da temere.
E così, per selezionare un manipolo di onesti incorruttibili (tali, ovviamente, fino a prova contraria, che, ça van sa dire, può arrivare in qualunque momento — come un bonifico è lo status di incorruttibile: c’è sempre la possibilità di revocarlo…) si è disposti a gettare nel terrore tutti gli altri. Cioè noialtri, i potenziali ladri e corruttori (secondo la loro logica), che, se non accettiamo questa visione delle cose, mostriamo già di voler delinquere, o almeno di non essere sicuri di non volerlo fare. Siamo già tutti sospettati o sospettabili. Corrotti e corruttibili in potenza. Tutti. I più, poi, avvezzi alla corruzione. Ma se non si ha la forza di respingere questa logica da stato di polizia, di denunciarla pubblicamente per timore di finire nell’elenco dei potenziali delinquenti, si guardi almeno a cosa sta accadendo, cosa questo piano inclinato scivolosissimo sta combinando: l’uso fai-da-te della giustizia spinge a usare un pregiudicato in cerca di ribalta mediatica per stanare corrotti e corruttori. Che a farlo non è neanche un magistrato — che certamente non ci avrebbe mai pensato — ma un gruppo di giornalisti. E che, facendolo, interferisce pesantemente con indagini in corso — quelle serie, dico — mandando un lavoro di intelligence allegramente a puttane. Così è, se vi pare.
Naturalmente al cospetto dei video, nella foga di condividerli sui social e, soprattutto, nell’intento di sollevare un polverone mediatico che possa nascondere (almeno in parte) l’altro scandalo in corso, che rischiava di danneggiare troppo la credibilità della parte politica amica, passa fatalmente in secondo piano ogni genere di preoccupazione per il modo in cui quei video sono stati ottenuti, e non sarà certo sui social o, men che meno, sui giornali, che si discuterà dei loro eventuali valori probatori. Robaccia da azzeccagarbugli puntigliosi! L’indignazione, ecco, quella sì che basta a travolgere ogni cosa…
Così è, se vi pare. Così è. Purtroppo.

provo a raccontarmela così…

  
Era il 1924. Mussolini stravinse le elezioni politiche col 64,9% delle preferenze. Alcuni fra i suoi oppositori — quelli intellettualmente più onesti, a dire il vero — ebbero un sano istinto autocritico, ché il democratico verace, si sa, non dà mai della capra al popolo, neanche se lo sentisse belare.
Possibile, dicevano quelli, che due italiani su tre so’ così fessi o criminali, solo per aver scelto Mussolini? Macché, la faccenda era molto più complicata di quanto apparisse, bisognava capire: se, com’era vero, la gente aveva votato il Pnf,  sotto sotto doveva esserci un motivo. La superba presunzione di sentirsi migliori solo in quanto antifascisti non pagava, isolava (e, in quel caso, a Ventotene).
Meno male, mi dico, che non ci si può mai bagnare due volte nello stesso corso degli eventi. E che ogni precedente non è detto sia causa fatale. O, almeno, provo a raccontarmela così.