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Mi sembra si sia passato il limite…

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«Caro Direttore, ormai – scrive don Achille Passalacqua – è emergenza odifreddiana. [...] Mi sembra si sia passato il limite. Si rende necessaria un’informazione ‘deodifreddizzata’!».
Con la serietà del genitore che, se non è certo di poter mantenere, non promette nulla, il direttore avrà tranquillizzato il suo fervente lettore dicendogli: «E mo’ vediamo se si può fare qualche cosa, va’!»

occorre essere prudenti…

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«Sarà pure vero ha dichiarato mons. Robert Sarah – che all’Angelus la parola Tibet non compariva, ma quando il Santo Padre invoca la pace e condanna le guerre, lo fa per tutto il mondo, anche se cita solo l’Iraq». Si sente da qui il suono aspro delle unghie che cercano un appiglio sullo specchio: l’arrampicata del chierico è davvero ardua ché uno, dopo ’sta dichiarazione, continua a domandarsi: si, ma perché citare l’Iraq e non (anche) il Tibet? «Occorre – risponde di riflesso il vescovo – essere prudenti, visti i delicati rapporti che si sta tentando di cucire tra Santa Sede e Cina, dove, è bene ricordarlo, ci sono milioni di cattolici e cristiani oppressi». D’accordo. La questione, si capisce, è delicata: è giusto esser prudenti. Ci mancherebbe. Ma adesso, dopo questa sua dichiarazione, i cinesi – anche quelli – sanno che quando il Santo Padre dice “Iraq”, intende dire anche “Tibet”. Ne converrà con me, a questo punto, che con la sua difesa d’ufficio lei, caro Vescovo, ha combinato un grosso casino. O sbaglio?

“cavalli da parata alle Olimpiadi e carne da cannone in Vietnam”…

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Non c’è, davvero, molto da dire sull’argomento. La tragedia è talmente scontata, nella sua drammaticità, da poter essere definita lapalissiana. Il fatto è che il Tibet è un paese, ovvero è un raggruppamento di persone che hanno in comune caratteristiche quali la lingua, la cultura e l’etnia. Accade che Tenzin Gyatso, meglio noto come il XIV Dalai Lama, sia costretto ad un esilio forzato in India, a Dharamsala, perché la Cina ha deciso di annettere il Tibet. Sua Santità il Dalai Lama dopo un po’ di rimostranze si convince e dice che il suo Tibet non vuole l’indipendenza ché a loro basta l’autonomia (Tibet in Cina, insomma). Risposta, secca, del governo centrale cinese? Scudisciate. Proviamo a discuterne? Scudisciate. Manifestiamo? Scudisciate. Insomma – s’è capito – dalla Cina le risposte sono monocorde: mazzate, a prescindere.
Cos’è che possiamo fare? Iniziamo a rovinare la festicciola delle Olimpiadi del regime comunista cinese. Boicottiamo ’ste cazzo di Olimpiadi («i leader del mondo – ha scritto Richard Perle – disertino le Olimpiadi, e George W. Bush dia l’esempio»), checché ne dica sua Santità, e, ad ogni modo, speriamo che tra gli olimpionici ci sia qualcuno che se ne fotte degli accordi presi e faccia eclatanti gesti non violenti. Magari gli stessi gesti per cui erano famose le olimpiadi degli anni della guerra fredda.

dialogo…

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GF: “L’aborto è peccato”.

B: “Vabbene, starò attento e userò il preservativo”.

GF: “La contraccezione tutta è un peccato”.

B: “Vabbene, ti farò contento: solo pompini e inculate”.

GF: “Peccati, peccati… sono atti peccaminosi”.

B: “Ok, lavorerò di mano…”.

GF: “È peccato”.

B: “Ca…volo. Allora mi consolerò e lavorerò di fantasia”.

GF: “L’intenzione di peccare è essa stessa peccato”.

B: “Senti, con tutto il cuore: ma va a cagare!”

cosa dobbiamo aspettarci…

«Io penso – è, sia ben chiaro, il pensiero di Giuliano Ferrara quello che riporto – che Berlusconi sia già a Palazzo Chigi, come tutti sanno, naturalmente se si apparenterà con le mie liste che prenderanno oltre il 6-7% in tutte le regioni dove verranno presentate». Naturalmente. La maggioranza parlamentare – ne è convinto anche Berlusconi intervistato da quel gran giornalista che è Mario Giordano – stavolta si annuncia essere ancor più solida che nel 2001 e parrebbe – complice anche il fatto che alcuni moderati notoriamente scassaminchia si siano, in ritardo, ravveduti – non doverci dare troppe sorprese anche (se non soprattutto) a riguardo di tutte quelle decisioni (o non decisioni ) legislative che s’intendessero porre in essere (o non porre in essere) sui temi, cosiddetti, eticamente sensibili.
È noto – o, almeno, tale dovrebbe essere –
l’universo culturale del centrodestra: una maionese ben densa e sapientemente miscelata di astuzia e di amoralità condita con un pregiato cinismo da industrialotto che sniffa coca e incensa l’altarino di Padre Pio. Sicché, se le premesse non sono tutte cannate – ovvero se i sondaggi non sono le solite palle vestite coi numeri –, sappiamo cosa dobbiamo aspettarci dopo le elezioni sul fronte della laicità dello stato e dei diritti civili, ossia – a voler generalizzare –sul principio di autodeterminazione dell’individuo: il paternalismo e il proibizionismo saranno accolti in gran pompa e avranno, finalmente, la meritata benedizione. Un esempio, razza di lazzaroni, è bello che fatto: «siccome mi candido a ministro della Salute – ha affermato Ferrara – emanerò delle linee guida sulla sindrome di Klinefelter affinché venga esclusa dalla lista delle malattie per le quali avviene l’aborto terapeutico». Contenti? Ci sarà financo precluso il pesante fardello di dover decidere cos’è giusto o cos’è sbagliato: quel che è peccato sarà reato e quindi chi non sgarra sarà doppiamente premiato (dallo Stato e dalla Chiesa, intendo). Il luogo comune sarà adorato come verità di fatto, strumentalizzato come Dio comanda e la ricerca – quella soprattutto – sarà attentamente sorvegliata affinché si limiti a ricercare il bene e a non fare scandalo pubblico ché – sta scritto in Mt 18, 6 – altrimenti si sarà costretti ad appendere una macina al collo degli scienziati prima di buttarli a fiume.
Ma non c’è da disperare ché in fondo anche tra quelli ci sono
fior fiori di liberali e forse – ci sarà da star bene attenti – anche la loro flebile vocina potrà esser percepita fuori dal coro. Ma stiamo attenti ché, per esempio, se a qualche Volontè, dopo aver sniffato la dose giornaliera d’incenso, verrà voglia di revisionare, facciamo per assurdo, la legge 194 – l’assurdo sta, il lettore attento l’avrà capito, tutto nel verbo “revisionare” – i liberali avranno voglia di sbraitare ché al massimo – ed è tutto grasso che cola – riusciranno a strappare qualche emendamento a quell’articolo che, nella bozza, prevedeva insieme all’ergastolo anche la punizione corporale per la donna che s’è macchiata dell’abominevole reato dell’aborto: riusciranno – i liberali, dico – a ottenere che la pena sia di soli 20 anni e magari a sfrondare qualche ave Maria dal computo generale per ottenere l’assoluzione ed il reintegro sociale.
Voi – vi vedo, sapete – ve la state ridendo. E fate bene. (A farlo adesso, dico).

sfacciata incoerenza…

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«Sul ponte di Messina o sull’Ici valgono le opinioni, sulla vita umana e l’amore vale la solitaria e pubblica ricerca della verità. Senza fanatismo, io penso di averla trovata, la verità sulla vita umana, e credo che sia giusto non esporla alla futilità delle opinioni a confronto». Così l’altro giorno Giuliano Ferrara giustificava il mancato incontro – peraltro già organizzato – con Pannella a Unomattina. La tv, scrive il direttore de Il Foglio, «è antiveritativa» sicché va bene per discutere del «ponte di Messina o [dell'] Ici» ma non va affatto bene per discutere della vita umana e dell’amore, per i quali «vale la solitaria e pubblica ricerca della verità». Magari ha anche ragione ché forse la ricerca veritativa, quella che conduce alla verità (non necessariamente quella assoluta, quella con la “v” maiuscola) grazie al potere maieutico del dialogo, non passa (quasi certamente) dal video. Ma allora qualcuno mi deve spiegare, per cortesia, dov’è la coerenza? Esiste ancora? Perché mai, mi chiedo, l’elefantiaco direttore s’è dato tanto da fare, in tanti anni, da Linea Rovente giù giù fino ad Otto e mezzo (dov’è arrivato ad invitare financo il cardinale Ruini) a sfracassarci i coglioni, in prime time (e non solo), a parlare – sempre, si badi, dal media sbagliato – anche della vita umana? Tempo perso? (O sfacciata incoerenza).

…controabortisca o sparo!

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«Cosa avrebbero fatto i sette agenti di polizia se in quell’ospedale di Napoli fossero arrivati durante l’operazione e non subito dopo? Avrebbero rimesso il feto dentro la donna? “Fermi tutti, in nome della legge: controabortisca o sparo!”». Così l’incipit dell’analisi di Francesco Merlo, stamani su la Repubblica a commento dei fatti di Napoli. Immaginatevi la scena: i poliziotti corrono, bloccano le uscite dell’ospedale, i due agenti più coraggiosi – insieme al protagonista burbero, si capisce – salgono le scale ed entrano nella sala sbattendo la porta. Silenzio. Per un attimo. Il ginecologo alza le mani. Su di lui la telecamera zooma e mostra le mani insanguinate. La signora è distesa sul tavolaccio, a gambe all’aria. Coperta – per pudicizia? – da un panno verde tra bacinelle e garze sterili. «Stooppp… – grida il regista– buona la prima!» Sarà un luogo comune cinematografico di successo; cose che i produttori di NCIS si stanno già cagando sotto. Voi ci scherzate ma qui, signori miei, gli spettatori in platea, a veder queste scene, avranno un impercettibile moto di trasalimento, uno stizza appena percettibile che li costringerà, quasi di riflesso, a spingere sulla vescica e a chiudere le natiche. E pensate poi, per un attimo, a cosa capiterebbe se queste pellicole finissero in mano ad una civiltà aliena. Se – e sia questo solo un inciso che vale pure come chiosa – dalle fredde profondità della galassia arrivano sulla Terra dei viscidi omini verdognoli evoluti che, dopo aver acquisito le preziosi informazioni sulla nostra civiltà – magari subito dopo questo prossimo lustro berlusconiano – cominciano a devastarci e a devastare tutto – chiamatemi pure pezzo di merda – io starò dalla loro parte.

meglio la posizione del missionario…

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«Da un bravo regista e coraggioso idealista come Moretti e da un volto sensibile e delicato come la Ferrari – scrive don Anselmi – mi sarei aspettato una scena romantica, soffusa, tenera [...] I due attori fanno l’amore in piedi, vestiti, senza guardarsi in faccia: capisco che la scena vada letta e inserita nel contesto del film, ma confesso che anch’io sono rimasto stupito e disturbato».

Certe esasperazioni anti clericali…

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«Certe esasperazioni anti­clericali [...] non cor­rispondono – dice Bettini intervistato da il Corriere – ad una impostazio­ne di rigorosa difesa della laici­tà delle istituzioni che ha il Pd, unita però alla conside­razione che è essenziale per la democrazia italiana il contributo dell’azione e del pensiero dei cattoli­ci». Veltroni – è notizia di questi giorni – non vuole i radicali come alleati. Bettini – quello che la stampa nazionale indica come il braccio destro di Walter – lo dice chiaramente, senza mezzi termini e le ragioni di tale esclusione sono da ricercarsi – è una mia convinzione –proprio in quell’estratto d’intervista che ho posto a mo’ di incipit a questo post. La cosa, me ne rendo conto, almeno in prima battuta, potrebbe sembrare un problema ascrivibile all’antipatia (tipica di chi è torturato da un’originalissima coerenza) innata dei radicali [*] e non dovrebbe appassionare troppo i commentatori politici – e in effetti la cosa non li ha appassionati più di tanto. In realtà stringendo il campo sulla questione – lasciando perdere i vari dettagli che ci porterebbero davvero troppo lontano – il vero nodo della faccenda salta subito all’occhio e pare tutto concentrato nel progetto culturale del Pd – nella sua più vera e intima essenza, dico – che, a sentir cert’altri suoi autorevoli esponenti, pare non essere né socialista, né di sinistra liberale, né laico né, manco a dirlo, radicale. Insomma, senza starci a girare troppo intorno, quello del Pd – ci pare di capire – è la riproposta in chiave moderna di un vecchio progetto fallimentare (quello tanto caro a Berlinguer e a Moro): la Sinistra Democristiana. Siamo dinnanzi ad un revival: Veltroni vuol provare ad attualizzare il compromesso storico, il vecchio consociativismo Dc-Pci. Ed il tutto s’è chiarito proprio grazie a quel rifiuto che – lo dicevo inizialmente – pareva cosa che riguardasse solo i radicali ma in realtà celava qualche informazione di spessore molto più ampia. Se ci riuscirà o meno è cosa che peseremo con i voti di aprile. Per ora ci limitiamo a registrarne il senso.
Quel secco “no” ai radicali m’ha convinto più di mille e più dichiarazioni. Non avrei mai votato Veltroni (ché mi è stato sempre sul cazzo) ma un’apertura di credito, devo ammetterlo,
gliela avrei concessa volentieri (se non altro per la vecchia questione del “meno peggio…” ), ma il quadro che tratteggiano queste dichiarazioni – e le scelte che ne sono conseguite e le altre che ne verranno – rinsaldano in me la decisione di annullare il voto alla prossima tornata elettorale. I radicali, mi vien da chiedere, si lasceranno torturare ancora dalla loro coerenza o finiranno per liberarsene come se nulla fosse? (del resto non hanno fatto così, nel passato, Rutelli, Capezzone, Taradash, ecc.? ) «Se si va verso un vero maggioritario – ha dichiarato Cappato – allora noi dovremmo essere gli alleati naturali del Pd. Se ci escludono, se ci isolano vuole dire che gli interessa soltanto occupare dei posti di potere, perché lasciando indietro noi si escludono anche tutte le nostre battaglie per la legalità, i referendum. Con noi escludono anche tutte le maggioranze che abbiamo creato nel Paese intorno alle nostre battaglie». Macaluso su il Riformista ha scritto l’altro giorno: «Ma Marco perché insiste per l’accordo?». Forse – azzardo una risposta – per evitare che la galassia Radicale venga completamente fagocitata dal centrodestra. Del resto quando ti tocca dover scegliere e la scelta è quella che è, hai voglia a stare lì a bilanciare il gusto con spezie, sale e salse varie: la merda è merda e non riesci a cambiargli facilmente sapore.

[*] Nel 1975 un Anonimo Romano scriveva ne
Er Compromesso rivoluzzionario edito per i tipi della Garzanti che “i radicali so’ ‘na manica de gente assai lasciva / finocchi e vacche ignude alla Godiva”. L’anonimato, sia ben chiaro, era un puro vezzo letterario ché mai nessuno ha ignorato che la pungente penna fosse quella di Maurizio Ferrara, padre di Giuliano.

il boicottaggio della Fiera del Libro…

Questa questione del boicottaggio della Fiera del Libro di Torino e la polemica relativa all’invito di Israele come paese ospite è – senza mezzi termini e seghe mentali varie – una pagliacciata assurda e inconsistente ché quella di Torino è una fiera che s’è distinta, nel corso degli anni, proprio per l’intelligente apertura alle culture degli altri e per aver fatto della letteratura il luogo naturale per incontrarsi, per conoscersi e quindi per capirsi. Israele è un paese e ha una cultura. Se ne facciano una ragione sia Tariq Ramadan che quelle teste di cazzo che gli vanno dietro con i loro distinguo.
Le richieste di boicottaggio o di bilanciamento – o di come cazzo le si voglia chiamare – vanno rimandate, ferme e decise, al mittente senza se e senza ma. Da qualunque posto vengano e in qualunque lingua siano esse pronunciate. La censura è una risorsa dei cagasotto: chi ha qualche cosa da ridire sulla questione palestinese – qualche cosa di serio e d’intelligente, dico – avrà la possibilità di farlo nei tanti dibattiti che certamente caratterizzeranno la manifestazione. Oppure se ne potrà stare a casa da solo con i suoi pregiudizi a parlarsi allo specchio e a pisciarsi sulle scarpe.