Tag Archive for 'coerenze'

quel poco che gli restava…

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«Il Pd sembra nel caos più totale, tra risse intestine, lotte tra correnti, divisioni su tutto, perfino sulle tv di partito. La domanda sorge spontanea: se Veltroni e Bettini non sono riusciti a convincere neanche Bassolino sulla bontà della loro inutile petizione antigovernativa, come pensano di poter convincere 57 milioni di italiani?» (Daniele Capezzone, 05 agosto 2008). Con impegno indefesso e, per certi versi, encomiabile il nostro dilapida, con i suoi copiosi comunicati, quello che gli restava di credibilità – quel poco che gli restava, dico.

proposta indecente…

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«Oggi Marco Travaglio ha ricevuto delle durissime critiche, sia dalla maggioranza che da quella che dovrebbe essere l’opposizione, per aver citato dei fatti su Renato Schifani, presidente del Senato…». È l’incipit di un post datato 11 maggio 2008 (roba vecchia, insomma), scritto dall’onorevole Di Pietro sul suo blog. Mi è capitato sotto gli occhi più o meno per caso. La faccenda – molti di voi l’avranno già capito – si riferisce alle dichiarazioni di Marco Travaglio fatte su Raitre nella trasmissione di Fabio Fazio a proposito del presidente del Senato, Renato Schifani. Se ve ne cale, il post lo trovate qui: é uno striminzito commento sui fatti che (al di la di com’è scritto) bene evidenzia un modo d’intendere del diritto, della libertà di stampa, della politica e della sintassi del tutto incompatibile con qualsiasi partito democratico. A voler essere forzatamente coincisi, la cosa mi pare possa risolversi con uno stringato inciso: fuori da ogni polemica, non mi sconvolge – nel modo più assoluto, direi – il fatto che l’Italia dei valori non abbia accattato di fondersi col Pd di Veltroni quanto piuttosto il fatto che quest’ultimo, accoratamente, gliel’abbia proposto.

Dio l’abbia in gloria…


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«Tutte le persone che hanno partecipato all’intervento medico sono dei malfattori perché hanno stroncato la vita di un innocente prima della nascita»

Cardinal Alfonso López Trujillo, 29.08.2006

Aveva le sue fisse il cardinal Alfonso López Trujillo. Guai a toccargliele. La citazione – tanto per capire che tipo era – è l’estratto di un’intervista che, nell’agosto del 2006, sua eminenza concesse all’emittente radiofonica colombiana Ren in merito all’aborto praticato nell’Ospedale Simon Bolivar di Bogotà su una ragazzina di otto anni violentata dal patrigno. È morto l’altrieri. Dio l’abbia in gloria e li se lo tenga stretto stretto.

come gregge al pascolo…

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La locandina sembra quella di un kolossal americano: faccia del protagonista su un lato, sullo sfondo un particolare dell’ambientazione, colore caldo e intenso a risaltare i particolari, titolo, nomi degli attori e orari di proiezione. Mancano pochi giorni per prenotarsi: i ben informati dicono, con una certa soddisfazione, che la fila sarà bella lunga: seicento visitatori all’ora! Il tempo necessario per buttare uno sguardo sommario ai resti putrefatti del santo, per valutarne sommariamente il grado di decomposizione e poi via.
Vista in filigrana insieme ai macchinosi dati dei flussi elettorali, quella della
visita alle frattaglie del santo mi sembra possa essere un’immagine più che attuale dell’Italia di oggi fatta (anche) di gente intellettualmente fragile, facilmente ricattabile sia umanamente che politicamente; gente ostinatamente arroccata, contro ogni evidenza e contro ogni conoscenza razionale in quella fragile meringa della propria identità e (quindi) nel proprio credo; senza dubbi e – questo mi pare ancora più grave – senza alcuna alternativa da provare per il gusto di migliorarsi. Una fila macabra – seicento visitatori all’ora – che parecchi considereranno suggestiva e poetica (ché per molti è suggestivo e poetico sprofondare in massa nei molli abissi arcaici del nostro paese) ma che io – come spero anche molti credenti – considero, invece, di una infinita e acuta tristezza. Un’immagine dell’Italia di oggi – lo dicevo prima – che suggerisce una semplice e pacata riflessione che è di pancia e di parte, certamente, ma pare – almeno a me – molto calzante: ci si può aspettare non dico qualche cosa di buono ma almeno un serio cambiamento da un popolo che freme e brama per venerare una salma? potrà mai cambiare un paese che s’ammassa in fila – come gregge al pascolo – per scorgere su di un corpo cavato da sotto terra i cambiamenti che, inesorabilmente, il tempo, i vermi e le muffe hanno provocato?

disse la vacca al mulo…


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Giuliano Ferrara, rispondendo ad un lettore, commenta sarcastico la notizia di Capezzone portavoce di Berlusconi. Nella sua letteruzza, infatti, il lettore de Il Foglio, assai perfidamente, cita un paio di dichiarazioni – con tanto di data – nelle quali l’ex segretario dei Radicali ha dato a Berlusconi del matto o del cialtrone e Ferrara, di punta ma pur “senza rancori”, attacca la risposta con un “[t]utti hanno diritto a una fetta di torta. Ma qui si esagera un poco, detto senza niente di personale…”. Si esagera? Certo che si esagera. Soprattutto se si pensa che a sottolineare l’incoerenza di Capezzone (e del cosiddetto “ Grande Anarca”) sia un trasformista della politica come Giuliano Ferrara.

Il giochino l’ho fatto…

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Il giochino l’ho fatto. Inizialmente, devo ammetterlo, non m’andava di farlo. Poi però mi sono fatto tentare. Del resto – e questo valga come mezza attenuante – l’avevo promesso, scherzandoci su, proprio stamani in un commento ad un post di Gigi.
A parte quella vicinanza un po’ troppo imbarazzante all’UdC di Casini (sarà per via del fatto che ho dichiarato di essere moderatamente favorevole all’introduzione dell’energia nucleare?) trovo che si tratti di un
giochino onesto, ché sono gli stessi autori ad affermare che “naturalmente il grafico mostra solo un’approssimazione delle distanze. Stiamo lavorando per ottimizzare l’algoritmo utilizzato per fornire una visualizzazione il più possibile corrispondente alla realtà. Il grafico non mostra quali sono i partiti di destra e di sinistra, quelli liberali e quelli statalisti. Troviamo poco serio stabilire la posizione politico/ideologica di un partito (o di un cittadino) tramite un questionario. Naturalmente se i temi fossero stati 100 o più l’approssimazione delle posizioni dei partiti sarebbe stata migliore ma quanti (partiti e utenti) avrebbero risposto?” Insomma, prendete ’sto grafico per quello che è: un giochino, appunto. Onesto, dicevo, ma pur sempre un giochino.
Messa da parte, quindi, la diffidenza iniziale e appurata l’onestà del gioco, mi resta, a questo punto, da stabilire quanto (e se) è serio ed onesto l’altro giochino – quello del 14 aprile, dico – e se, chiaramente, avrò voglia di parteciparvi.

1=-1…

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…più o meno è quello che ho pensato a rimuginar su questo post di Maurizio. Ché se – mettiamo per ipotesi – quando Iddio disse ad Abramo: “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò”, l’ingrato padre avesse risposto: Signore, con tutto il rispetto, vai a fare in culo, va’!” tutto il resto del racconto – e, soprattutto, tutto quello che n’è derivato – si sarebbe annichilito: un semplice pluf! Altro che 1 = -1.

occorre essere prudenti…

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«Sarà pure vero ha dichiarato mons. Robert Sarah – che all’Angelus la parola Tibet non compariva, ma quando il Santo Padre invoca la pace e condanna le guerre, lo fa per tutto il mondo, anche se cita solo l’Iraq». Si sente da qui il suono aspro delle unghie che cercano un appiglio sullo specchio: l’arrampicata del chierico è davvero ardua ché uno, dopo ’sta dichiarazione, continua a domandarsi: si, ma perché citare l’Iraq e non (anche) il Tibet? «Occorre – risponde di riflesso il vescovo – essere prudenti, visti i delicati rapporti che si sta tentando di cucire tra Santa Sede e Cina, dove, è bene ricordarlo, ci sono milioni di cattolici e cristiani oppressi». D’accordo. La questione, si capisce, è delicata: è giusto esser prudenti. Ci mancherebbe. Ma adesso, dopo questa sua dichiarazione, i cinesi – anche quelli – sanno che quando il Santo Padre dice “Iraq”, intende dire anche “Tibet”. Ne converrà con me, a questo punto, che con la sua difesa d’ufficio lei, caro Vescovo, ha combinato un grosso casino. O sbaglio?

me ne fotto…

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Interrogato su Gianfranco Fini, il Ciarra, stamani, sbotta: «Ma cosa vuole, ormai lo trattano come uno sguattero! E poi, in pubblico mi dà del fascista, in privato mi invita a pranzo. Anzi, a volerla dire tutta, anche Gianni Alemanno e Altero Matteoli mi hanno invitato a pranzo». E io che mi faccio tanti problemi quando il punto di blù della mia cravatta non sposa bene il grigio della giacca. Mah!

l’embrione…

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La riflessione che mi preme qui sviluppare riguarda una questione molto delicata, ed figlia – la riflessione, dico – di un sereno confronto che ho avuto in uno dei post precedenti.
Molti (ad esempio i cattolici) sostengono che
l’embrione é un essere umano; la mia tesi [*] – che qui voglio subito palesare – è che a partire dalla loro stessa logica è possibile affermare che l’embrione non è un essere umano.
La potenza – è la scuola aristotelica ad affermarlo – è la predisposizione della materia ad assumere una certa forma: è quel motore che permette alla forma di plasmare la materia secondo i suoi dettami. L’atto, invece, è la forma stessa realizzata, ovvero la materia plasmata sotto l’azione della forma. Un corpo è capace di cambiar luogo anche prima che lo cambi o che glielo si faccia cambiare; un seme è capace di diventare frutto anche prima che lo divenga effettivamente. Che l’embrione sia essere umano in potenza – ovvero qualcosa che, in certe condizioni, sviluppa per diventare essere umano – è principio accettato da tutti (sia da coloro che sostengono che l’embrione è un essere umano, sia da chi lo nega). Sennonché, quanti sostengono il carattere umano dell’embrione sostengono anche che il processo che conduce dall’embrione all’uomo (“in atto”, direbbe Aristotele) non è un processo inevitabile, univoco e deterministico: durante il percorso formativo l’embrione potrebbe, ad esempio, dare vita anche soltanto a una membrana amniocoriale (“uovo chiaro”, mola idatidea, ecc.), senz’ombra di umano: «ciò che è in potenza – diceva lo Stagirita – è in potenza gli opposti». Quindi se l’embrione può diventare “un uomo in atto”, allora, proprio perché “lo può” può anche diventare non-uomo, cioè qualcosa che non è affatto uomo: nell’embrione, cioè, i due opposti sono necessariamente uniti. La conclusione, a questo punto, è semplice da dirsi: se l’embrione è, in potenza, quell’esser già uomo che è, indiscutibilmente, unito all’esser già non-uomo, ne viene che l’embrione non è già un uomo. Se un seme è un fiore e un non-fiore non è un fiore. Non essendo un uomo, non si può assolutamente affermare che sopprimendo l’embrione si commette un omicidio. Insomma – e sia questo solo un inciso che vale pure come chiosa – se si vuol essere coerente ai propri principi, usando la stessa logica usata da chi sostiene che l’embrione è un uomo, non si può non ammettere che l’embrione non è un essere umano.

[*] che, sia detto per inciso, è la tesi esposta in un articolo del prof. Emanuele Severino pubblicato sul Corriere della Sera nel dicembre del 2004.