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Matrix ha te. Segui il coniglio bianco…

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Forse sono stato troppo ellittico. Postai: “E io mi convinco: facebook va usato a sbafo. Foss’anche a sproposito, ma va usato”; e qualcuno – voglio illudermi – ha inteso prendermi alla lettera. Ma “a sproposito”, dicevo io. Mica ho detto di usarlo male? Eppure. Ogni contatto m’è parso, col tempo, d’essersi trasformato in una semplice buca della posta in cui ciascuno della cerchia ha il permesso di sbirciarci dentro. È chiaro che lì ciascuno fa trovare agli altri quello che si vuole che gli altri trovino. Ma non sempre è così. Il più delle volte ci si lascia prendere dolcemente per mano dal giocattolo – questo vezzoso e sublime strumento tecnologico – e si finisce per costruire un pupazzo d’argilla (virtuale) che di nostro c’ha solo il volto. Solo quello. Brr…
Mah, senza starci a girare troppo intorno, così tanto per dire, a me pare che facebook sia diventato un gran casino, almeno da due mesi a questa parte. E così com’è non è bello, non mi piace. Soprattutto poi – lo dicevo prima – se lo si usa male. Anzi, se non lo si sa usare.
Un caro amico mio s’è fatto beccare con le mani nella marmellata. Si dai, avete inteso bene: c’entra facebook, una ex e la moglie. Cose che capitano. Il guaio è che c’aveva tutta la faccia imbrattata di conserva e non è stato capace di mentire davanti all’evidenza. Quasi come se dal virtuale al reale (e viceversa) le scuse, quelle classiche, non valessero più. Ma usa, a ’sto punto, quel cazzo di cellulare. O – se non sei manco capace a cancellare la lista delle telefonate – prova col telefono a gettoni, di quelli belli e solidi attaccati ai muri – questo vorrei scrivergli, e sto lì per farlo, e sto per cliccare Send dopo averlo scritto, ma poi chiudo la finestra – vabbe’, non sono cazzi miei.
Però, dai, se non sei capace di prevedere il peggio, o peggio ancora di arginarlo ché non sai gestire bene il golem fighetto che ti sei costruito, astieniti ché – dico sul serio – son brutte figure. Ma proprio brutte. Col rischio, dopo esserti fatto un culo così, di far impazzire la maionese perché c’hai da fare qualche goccetto. Pisciati addosso! Ma continua a girare, cazzo.

Può darsi che cambierò idea. Non sembra ma sono sempre così refrattario alle novità, io. Ma la cosa, lo ripeto, al momento proprio non mi piace. O meglio: non mi piace il modo in cui la si usa. Ecco.

…per non essere giudicati

uccelli di rovo

«Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati». Così è scritto in Matteo (cfr. Mt 7,1) e così – stando a quello che riportano i giornali – ripete il vescovo di Chioggia, monsignor Angelo Daniel, a tutti quelli che pretenderebbero da lui non dico una punizione esemplare, ma almeno una lavata di testa a quel pretuzzo della sua diocesi trovato a fottersi una sua pecorella. La dinamica è robetta trita e ritrita, nulla di originale, la solita pochade: “lui” rientra a casa prima del previsto e trova “lei” a letto con “un altro”. L’altro è un prete. Cosa fa il marito cornuto? Ammazza il prete? Ammazza la moglie? Entrambi? Nulla di tutto questo. Certo – penso io – avrà gridato come un pazzo, una “puttana”, ne son certo, gli sarà scappata di sicuro… ma poi, da buon cristiano, sarà corso inferocito dal vescovo per cantargliele quattro a quel bastardello in sottana nera. A casa sua… nel suo letto… con sua moglie. Bastardo d’un pretozzo!
Sua Eccellenza – così dicono i giornali – pare però abbia storto il miusetto ché – sono sue parole – «il sacerdote è stato spinto a mancare». Insomma quel sant’uomo del vescovo gli fa pure la ramanzina (cornuto e mazziato… mo’ ci vuole) ché nella lamentela del cornuto è implicito un giudizio – che, manco a dirlo, è un giudizio ingiusto – nei confronti del prete: sua moglie è responsabile del peccato, sua moglie ha tentato il preticello. «Non giudicate, per non essere giudicati» va ripetendo stizzito Sua Eccellenza che non ammette, in nessun modo, che s’emettano giudizi. Lui stesso – Sua Eccellenza Illustrissima , dico –, tanto per fare un esempio, avrebbe potuto dare del “cornuto” al marito tradito, ma non l’ha fatto. Il giudizio sulla di lui moglie non è, a quanto pare, un giudizio, ma la constatazione che tutti possono sbagliare e la donna, certamente, lo ha fatto.
Colla coda tra le gambe il fedele cornuto sarà tornato a casa, in silenzio. Avrà atteso, solitario, che i due amanti consumassero la loro sfrenata passione e poi, nell’aprire l’uscio al focoso confessore, prima di salutarlo e invitarlo nuovamente in quella casa, gli avrà chiesto scusa per esser rincasato troppo presto.