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simboli…

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«… il maestrale, ha fatto fallire il progetto delle “Sentinelle del mattino”». Così sul Corriere.it si da la notizia della Chiesa gonfiabile ripiegata in tutta fretta: «una raffica di maestrale – leggo dall’articolo – ha staccato il picchetto in corrispondenza dell’abside: l’effetto è stato quello di un’enorme vela senza controllo». Pare, per farla breve, che di miracoli il vento ne faccia solo quando sfoglia il vangelo durante la celebrazione del funerale di qualche papa (“Il vento forte accresce l’effetto simbolico dell’inizio della cerimonia, con le bandiere distese, le pagine del libro sacro che vengono mosse come se una mano invisibile le voltasse una a una fino a richiudere la copertina rossa.” [ * ] ): se m’abbatte una chiesupola in PVC mi diventa subito «ospite indesiderato» ché in questo caso la cosa non ha alcun valore simbolico, né si trova un cronista che si azzardi a trovarcelo.

[...]

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C’avrà pure la citrullina — e chi lo mette in dubbio. Ma come rimedio è poco pratico. Cara aspettami un attimo… lì distesa mi raccomando… non muoverti… vèngo subito. Corro in bagno… ché rischio di farmela addosso.

…sorpreso e colpito

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Walter Veltroni – leggo da il Corriere – si dichiara «molto sorpreso e colpito dalla protervia con cui alcune normette vengono introdotte di nascosto». La critica mossa dal leader del Pd nei confronti di Silvio Berlusconi e del suo governo è, stranamente, netta e aspra:«in un solo mese – è sempre Veltroni a parlare – il governo ha collezionato una serie di strappi e forzature inaccettabili». Volete l’elenco? Veltronuccio vostro, ve lo fornisce tosto: «Il decreto su Retequattro, le uscite della Lega sull’Europa, le intercettazioni e l’intenzione di inserire il lodo Schifani nel decreto sicurezza». Al netto di alcune cosucce sulle intercettazioni, il nostro pensiero – sia detto per chiarezza – è assolutamente in sintonia con quello di Veltroni. Un solo appunto – nulla di marginale, purtroppo: ma com’è che Veltroni si dichiara molto sorpreso? e soprattutto colpito? Credeva davvero alla storiella del rinnovamento e del clima nuovo? L’Onnipotente mi faccia sprofondare nella merda: lo merito. Questo qui è molto più fesso di me che l’ho votato; non mi chiedete com’è che sia potuto succedere: non è bello maramaldeggiare, sapete? Ché io me lo sto chiedendo da quando ho infilato la scheda nell’urna. Davvero.

in fondo…

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«In fondo, l’emergenza-simbolo dei rifiuti, così come i problemi dell’immigrazione e altre crisi che incombono sull’Italia spingono ad un tentativo larvato di unità nazionale, che il Vaticano sostiene non solo perché ci crede ma perché gli è congeniale. »

Massimo Franco, Corriere della Sera, 06.06.2008 pag.11

…un giornalista?

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Di là dal testo (al netto di quel “profeta pazzo” che è, per certi versi, assolutamente irraggiungibile), sul cui valore letterario non mi cimento in critica ché attualmente sono immerso nella lettura di un ben più illuminante Dylan Dog, pare evidente in Ennio Caretto più d’una lacuna. Serial killer – tanto per dirne una – non è uno che ammazza tante persone, ma qualche cosina di ben più preciso; tunnel, invece, anche nel più economico dei dizionari italiani, è scritto con una l. E poi – giusto per guardare pure alla sostanza – la follia omicida è quella di chi ammazza, non di chi convince gli altri ad ammazzare. “Basta” direte voi? “Magari”, rispondo io ché c’è un piccolissimo e, assolutamente, non irrilevante dettagliuzzo che annienta di botto l’intero pezzo del raffinato Caretto: sotto la casa di Manson non c’era una beneamata mazza – «So far there have been no human remains found». Insomma, in poco più di 3000 battute ci sono talmente tante cazzate concentrate che occorre davvero un impegno di non poco conto per infilarcele tutte. E questo sarebbe un giornalista? Suvvia non fatemi dire altro ché Francuccio, il mio parcheggiatore di fiducia, vomita pure un italiano migliore. Giuro.

fa parte della vita…

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«Skinhead è un modo di vivere la vita, secondo uno spirito nazionalista», spiega il ventinovenne presidente del Fronte Veneto Skinheads, Giordano Caracini, in un’intervista al Corriere della Sera. «Noi – continua il presidente – concepiamo il combattimento, fa parte della vita. Ma tanti contro uno solo, mai ».
Cioè – a voler sintetizzare il pensiero dell’illustre testa di cazzo – la prossima volta, prima di organizzare un pestaggio (magari) mortale, sarebbe opportuno calibrare bene il numero dei partecipanti e andarci, che ne so, in due o, al massimo, in tre, ché così facendo si razionalizzano le risorse e la cosa diventa pure concepibile. Ma in tanti contro uno solo, mai: è uno spreco di persone davvero intollerabile. Eccheccazzo!

la prova ontologica…

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Se Dio esistesse, farebbe qualcosa per Giuliano Ferrara.

…è bello essere vittima!

Veglia di Pasqua in Basilica Vaticana

Nessun ideale si fa realtà senza sacrificio. – Rinnega te stesso. – È così bello essere vittima!

San Josemaría Escrivá de Balaguer, Cammino, 175

l’embrione…

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La riflessione che mi preme qui sviluppare riguarda una questione molto delicata, ed figlia – la riflessione, dico – di un sereno confronto che ho avuto in uno dei post precedenti.
Molti (ad esempio i cattolici) sostengono che
l’embrione é un essere umano; la mia tesi [*] – che qui voglio subito palesare – è che a partire dalla loro stessa logica è possibile affermare che l’embrione non è un essere umano.
La potenza – è la scuola aristotelica ad affermarlo – è la predisposizione della materia ad assumere una certa forma: è quel motore che permette alla forma di plasmare la materia secondo i suoi dettami. L’atto, invece, è la forma stessa realizzata, ovvero la materia plasmata sotto l’azione della forma. Un corpo è capace di cambiar luogo anche prima che lo cambi o che glielo si faccia cambiare; un seme è capace di diventare frutto anche prima che lo divenga effettivamente. Che l’embrione sia essere umano in potenza – ovvero qualcosa che, in certe condizioni, sviluppa per diventare essere umano – è principio accettato da tutti (sia da coloro che sostengono che l’embrione è un essere umano, sia da chi lo nega). Sennonché, quanti sostengono il carattere umano dell’embrione sostengono anche che il processo che conduce dall’embrione all’uomo (“in atto”, direbbe Aristotele) non è un processo inevitabile, univoco e deterministico: durante il percorso formativo l’embrione potrebbe, ad esempio, dare vita anche soltanto a una membrana amniocoriale (”uovo chiaro”, mola idatidea, ecc.), senz’ombra di umano: «ciò che è in potenza – diceva lo Stagirita – è in potenza gli opposti». Quindi se l’embrione può diventare “un uomo in atto”, allora, proprio perché “lo può” può anche diventare non-uomo, cioè qualcosa che non è affatto uomo: nell’embrione, cioè, i due opposti sono necessariamente uniti. La conclusione, a questo punto, è semplice da dirsi: se l’embrione è, in potenza, quell’esser già uomo che è, indiscutibilmente, unito all’esser già non-uomo, ne viene che l’embrione non è già un uomo. Se un seme è un fiore e un non-fiore non è un fiore. Non essendo un uomo, non si può assolutamente affermare che sopprimendo l’embrione si commette un omicidio. Insomma – e sia questo solo un inciso che vale pure come chiosa – se si vuol essere coerente ai propri principi, usando la stessa logica usata da chi sostiene che l’embrione è un uomo, non si può non ammettere che l’embrione non è un essere umano.

[*] che, sia detto per inciso, è la tesi esposta in un articolo del prof. Emanuele Severino pubblicato sul Corriere della Sera nel dicembre del 2004.

…avrebbero “spostato” il tumore

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«La madre incinta – si legge nel titolo dell’articolo di Adriana Bazzi – ha il cancro: le due gemelline in grembo lo spostano». L’articolo, apparso su Il Corriere (e non su Il Foglio, come potrebbe sospettare qualche lettore malizioso), narra della commovente storia di Michelle Stepney, trentacinquenne inglese, che scopre d’essere incinta di due gemelline e di avere un tumore al collo dell’utero. La signora “cercava di salvare la vita alle sue bambine non ancora nate, rifiutando un intervento chirurgico e la classica chemioterapia (optando per una forma leggera) che l’avrebbero costretta all’aborto” («I owe my life – si legge nell’intervista rilasciata alla BBC – to my girls, and that’s why I could have never agreed with a termination» ) : è per questo – ne è convinta Adriana Bazzi – che le gemelline nascono in discrete condizioni, ma “senza capelli, proprio per gli effetti collaterali dei farmaci chemioterapici” (come se tutti i bambini nati calvi hanno una madre che ha fatto un ciclo chemioterapico); ma il punto interessante, si fa per dire, è quello che darebbe un senso all’atto eroico della mamma e che ripagherebbe l’infinita generosità verso il frutto contenuto nel ventre suo: «Sentivo – sono le parole di Michelle Stepney – le mie figlie scalciare, ma non potevo certo immaginare che avrebbero “spostato” il tumore».
Sarebbe interessante quantificare, nell’economia della salvezza, l’effetto salvifico della chemioterapia (che anche se in forma leggera c’è comunque stata) e quello dei calci, ma il punto non è questo. Il problema è che una non-notizia come questa venga costruita a mo’ di favoletta – è vero, direte, manca il classico “e tutti vissero felici e contenti” ma è pur sempre di favoletta che stiamo parlando – e contrabbandata per vera ché se fosse vera sarebbe una scoperta rivoluzionaria che quattro piedini riescano ad aver effetto sul cancro.
“Soltanto dopo quattro settimane dal parto – scrive Adriana Bazzi –, la donna si è sottoposta a un’isterectomia: fortunatamente il tumore non era diffuso ed è stato completamente asportato”. Ora mi chiedo: in base a quale elemento appare ragionevole supporre – anzi esser convinti – che i calcetti delle gemelline abbiano limitato la diffusione del cancro? E quand’anche fosse – che non è affatto remota la probabilità che i piedini delle due picchiassero sulla cervice uterina – poiché è certo che le due non sapessero affatto quello che cazzo stavano facendo cosa le ha guidate a ciò se non il caso? A me, ditemi quel che volete, ma la faccenda messa in quel modo – come la racconta la Bazzi, dico – puzza di falso (e d’incenso): è, lo dicevo prima, una favoletta la cui morale – ché tutte le favolette hanno una morale, non lo sapevate? – è chiara: se la donna fosse stata una puttana peccatrice – la donna-tipo secondo Giuliano Ferrara, tanto per intenderci – e avesse praticato l’aborto a quest’ora, molto probabilmente, sarebbe schiattata insieme al frutto innocente che portava in grembo. Invece no. La scelta coraggiosa della Stepney permette alla Bazzi d’insinuare l’azione di un’onnipotente mano che ha mosso i piedini delle gemelline che, a calci, hanno sconfitto il cancro che minacciava loro e la mamma. Cose assurde ché se a scuola si studiassero i rudimenti di anatomia e fisiologia, invece che il catechismo, chiunque, anche Paolo Mieli, avrebbe dovuto negare il “si stampi” ad una patacca come quella della Bazzi. Ma questa è un’altra storia…