…la valigetta piena di monnezza passerà alla storia?

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L’idea che viene fuori dall’inchiesta giornalistica (ha davvero senso definirla tale?) di Fanpage, al netto delle posizioni di parte – l’una e l’altra, dico – mostrerebbe (qui, in questi casi, si tende a usare il condizionale checché ne dicano i manettari di ogni colore; quelli, per dire, tetragoni nella convinzione che, cito, “la valigetta piena di monnezza passerà alla storia”) uno squallido giro di mazzette per l’assegnazione degli appalti sullo smaltimento di rifiuti in Campania. Ora, fatto specifico a parte, fanno sorridere i discorsi sulle leggi da modificare e sui poteri “speciali” da dare a questo o a quel pubblico integerrimo controllore/repressore («istituiremo la figura dell’“agente istigatore”» – ha detto serio, ieri, il solitario camperista Di Battista [mi si perdoni la rima] da Floris) che, nei limiti del lecito (e, in certi casi, del ridicolo), hanno una loro più o meno solida ragione tecnica, politica, giuridica. Ma – e qui il punto – la corruzione è un reato tipicamente culturale, discende dall’idea antica (ne parla già Svetonio in De vita Caesarum) che il denaro non puzza (Pecunia non olet, usava dire a quei tempi) e da quella, assai più recente, che avere un reddito alto, un tenore di vita agiato, sia una specie di diritto sacrosanto, qualcosa che ti è dovuto, appunto. Di lì a diventare bulimici di quattrini il passo è assai breve; e come per tutti i tossici, fondamentale è negare di esserlo, non riconoscere patologia nei comportamenti, e dunque raccattare la bustarella (o la valigetta, se volete) senza battere ciglio, avendo già disfatto in precedenza, accuratamente, ogni possibile paradigma del lecito e dell’illecito quanto questo viene a frapporsi tra noi e la ricchezza a prescindere. Inutile illudersi di ridurre a livelli fisiologici la corruzione solo per vie legali – la storia di Di Pietro e la sua Mani Pulite dovrebbe chiaramente avercelo insegnato. La questione, ahinoi, è totalmente politica, cioè legata ai paradigmi socio-culturali in voga. Berlinguer l’aveva capito ed è per questo che, dopo tutti questi anni, ancora se ne parla tanto.

non impressionano più se non per pena…

L’avvocato Ghedini pare ne voglia fare un’ipotesi “di scuola”: dimostrare in Appello e poi, spera, in Cassazione che il caso De Gregorio possa aprire una questione di diritto costituzionale sulla insindacabilità dei comportamenti e dei voti espressi da un parlamentare. Allora, secondo questo criterio — ragiona (si fa per dire) Ghedini — può essere determinante pure la promessa di un incarico ministeriale, di sottosegretario, di presidente di commissione parlamentare… Questa (falsa) china porterebbe, in sostanza, — stante comunque la veridicità del criterio “di scuola” che Ghedini spera di dimostrare — all’incriminazione di chiunque cambi casacca, voti con lo schieramento opposto a quello col quale è stato eletto, a prescindere — si badi bene, siori e siore — dalle ragioni prime che l’hanno spinto al cambiamento. È, in ultima analisi, il principio del Todos Caballeros, insomma.

Questa, mi sia concessa la brutalità della estrema sintesi, la logica a cazzo di cane che la difesa, sia quella strettamente giudiziaria che quella impropriamente politica, vorrebbe adottare per l’ennesimo caso di corruzione che vede coinvolto l’ex cavalier Berlusconi. Come se l’articolo — il 318, mi dicono gli esperti — del Codice Penale che sta lì a spiegarci cosa debba intendersi per corruzione non avesse al centro quella «retribuzione non dovuta» che nel caso in esame l’accusa è riuscita a dimostrare esserci stata: in questione — vale la pena ricordarlo — non era il cambio di casacca, il pericolosissimo “salto della quaglia” disinvoltamente intrapreso da uno stranamente agile De Gregorio, ma il fatto che sia intercorso un «contratto illecito» tra soggetti che in esso si son fatti corrotto e corruttore. Punto.
C’è da stupirsi difronte a una tale adulterazione dei fatti e della logica? Niente affatto: ogni volta che l’imputato Berlusconi Silvio è raggiunto dalle conseguenze delle sue pisciatelle — chiamiamole così, va’ — sulle Leggi di questo Paese i suoi lacchè, che per contratto stanno lì, chi con la lingua chi con la penna, a spazzargli la strada su cui cammina, ebbene queste puttane del pensiero sono capaci delle più spregiudicate contorsioni logiche.
Sbraitassero pure i suoi servi, ormai è un fastidioso lamento a cui siamo abituati da tempo, sbraitassero come sempre, non impressionano più se non per pena; un coro che, unanime, sta lì a parlare ogni volta di persecuzioni giudiziarie e sentenze politiche emesse da toghe più o meno vermiglie, col tempo, davvero, muove solo sentimenti di pena. Servi-a-prescindere, garantisti un tanto all’etto, c’è solo da sperare (anche per loro) che prima o poi acquisiranno il concetto di decenza e riusciranno a starsene, per amore del buon gusto, finalmente in silenzio.

…come mosche su stronzi fumanti

Mafiacapitale

Il dato più probante e come tale più preoccupante che viene fuori dalla stura di questa nuova storiaccia di corruzione che i giornali hanno battezzato “Mafia Capitale” (*) non tanto risiede nel fatto che si rubi nella cosa pubblica e in quella privata – ché, per quanto odioso che sia, è il dato meno significativo e meno inaspettato fra i tanti –, quanto nel fatto che si rubi senza l’intelligenza del fare e le persone di assoluta mediocrità – a voler tarare le parole sulla tacca dell’indulgenza – si trovino al vertice di pubbliche e private imprese. In queste persone la mediocrità si accompagna a un elemento maniacale, vorrei dire di follia, che nel favore della fortuna non appare se non per qualche innocuo accidente, ma che alle prime difficoltà comincia poi a manifestarsi e a crescere fino a travolgerli – e tutti in coro a gridare il Re è nudo e ce l’ha paurosamente piccolo!
Si può dire di loro quel che D’Annunzio diceva in privato di Marinetti: che sono “una nullità tonante”, cretini fosforescenti: solo che nel contesto in cui vengono ad agire il loro cretinismo appare – e in un certo senso e fino a un certo punto è – estrosa fantasia.
In una società bene ordinata ‘sti quattro peracottàri non sarebbero andati molto al di là della qualifica di impiegatucci, infrattati in qualche archivio a spostar faldoni; in una società competitiva, in trasformazione, e, con gergo abusato, meritocratica sarebbero stati subito emarginati – non resistendo alla competizione con gli intelligenti – o bollati come onnivori parassiti; in una società di merda (e qui tirate da soli le conclusioni del caso) arrivano ai vertici, come mosche su stronzi fumanti, e ci stanno fin tanto che il contesto stesso che li ha prodotti, ripassando, non li seppellisce completamente.

domanda…

D'Alema

Un Massimo D’Alema tosto, asciutto, lucido, convincente, con diverse buone ragioni e bene argomentate: ieri contro i giornalisti non ha sbagliato una virgola. Incazzato sì, incazzato nero direi, ma a ragione, ché quanto gli veniva addebitato avrebbe fatto girare non poco i coglioni pure ai politici che hanno studiato dai gesuiti. La notizia? Avere buoni rapporti con una cooperativa fra le maggiori della LegaCoop.
Domanda: erano necessarie le intercettazioni per sospettarlo? Era necessario, poi, darle in pasto ai giornalisti a valorizzare una tale acquisizione investigativa? Beh, calma: prima di arrischiare una risposta – alleggerendola, magari, con qualche fragorosa pernacchia – tenete in conto anche questo dato: il pm dell’inchiesta è Henry John Woodcock.