«Ma che razza di domande mi fa?»

Milella

Liana Milella intervista oggi, su la Repubblica, il capogruppo PD Luigi Zanda. Le interviste della Milella – interviste sempre assai spassose, invero – sono via via divenute un vero e proprio genere letterario. Il tipo di turno, l’intervistato (o, se vi pare, il malcapitato), viene sottoposto a un interrogatorio – è presumibile con la lampada puntata in volto – : una serie di domande costruite in modo da far apparire chi, per stile o per carattere, tenti di opporre anche solo un timido distinguo, non tanto come personaggio ambiguo e (quindi) colluso – ché per quello bastano un baffuto Ruotolo o uno spiritosissimo Travaglio – ma direttamente un furfante della peggiore specie.
I più tentano di sottrarsi con l’ironia; talvolta anche col dileggio. Non basta. La dottoressa trascrive col piglio dell’appuntato indefesso anche quel tipo di risposte, con aria tetragona di chi verbalizza le prove di nuovi capi di imputazione; il che – citando Sciascia – fa pensare che le scuole patrie “non lo danno al primo venuto, il diploma di ragioniere”….
Stamani, si parla del voto che ha negato l’autorizzazione richiesta della Procura di Trani di mandare Antonio Azzollini, Nuovo centrodestra, agli arresti domiciliari. «Serracchiani vuole chiedere scusa». Questa la domanda, nella quale la parola chiave è “scusa”, a giustificare l’errore commesso dall’Aula. Questa la risposta: «Invidio molto chi riesce a esprimersi sulla libertà o l’arresto di un parlamentare senza aver letto gli atti, senza aver partecipato a un lungo dibattito e aver ascoltato la sofferenza con cui molti senatori del Pd hanno raggiunto il proprio convincimento». E, subito dopo, a rincarar la dose: «Non è singolare che, quando D’Ascola ha finito di parlare, molti senatori Pd siano andati a stringergli la mano?». «Guardi – dice seccato Zanda –, adesso sto invidiando lei che ha visto e ha ascoltato dalla tribuna stampa quello che io non sono riuscito a sentire né a vedere dall’aula…». Ecco, lo diceva Italo Svevo: «non bastano le disgrazie a fare di un fesso una persona intelligente».

L. era cieco…

Silvio berlusconi 1994

L. era cieco. Cioè, no. L. era non vedente. Quando poteva, negli ultimi suoi anni, sedeva davanti alla TV: la ascoltava; come me quando, seduto a tavola, mangio e ci sono i bimbi in casa che guardano le repliche dei cartoni – perché i bimbi guardano spesso le repliche dei cartoni, sapete?
L. era cieco, ma anche un uomo libero. Libero dai sorrisi della gente, libero dai condizionamenti esteriori: gli abiti, i colori, gli sguardi, gli ammiccamenti scivolavano sul suo corpo come olio sull’acqua.
Era, più che una persona, un colino; uno di quelli che si usano per filtrare il tè. Ascoltava parole e ne setacciava, con cura, gli accenti, i toni, le cadenze. Tutto il superfluo (che è anche comunicazione), su di lui cadeva senza intaccare minimamente la superficie: naturale repellenza. Con lui, tanto per dire, la chirurgia estetica, il sorriso studiato, la posa elaborata, la frase ad effetto non attaccavano: andavano via come acqua su uno specchio.
’O siente a cchisto? – mi disse quel giorno – ‘statte accorto! Questa voce è pericolosa: è la voce di un cretino.

Era il 26 gennaio del 1994. E quello, in TV, aveva appena attaccato a dire: “L’Italia è il paese che amo…”.