Tag Archive for 'Crisi di governo'

in sintesi…


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In sintesi? In sintesi. Certi magistrati hanno definito infondate le ipotesi di reato avanzate da cert’altri magistrati contro Clemente Mastella. La sentenza di proscioglimento è chiara: «mancavano assolutamente i presupposti per l’iscrizione [nel registro degli indagati]». L’effetto pratico della vicenda ha fatto si che il partitino del ceppalonese si sciogliesse come “respiro dentro al vento” (Macbeth I,III,81) e che lui stesso – Mastella, dico – fosse tenuto fuori da questa tornata elettorale. Il tipo – sia detto per inciso – non ha mai raccolto la mia stima, ma è giusto che lo dica: sodomizzarlo così, pubblicamente, in cinquanta milioni di italiani, per il gusto di togliercelo dai coglioni, è stato a dir poco meschino.

l’abisso della moralità…

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E così, di punto in bianco, la struggente telenovela mastelliana è terminata senza drammatici colpi di scena. Domenica scorsa il segretario del diroccato Campanile aveva accusato Berlusconi di essersi rimangiato la «riconoscenza» che evidentemente qualcuno gli aveva promesso. È stato poi lo stesso Berlusconi a confermare com’erano andati i fatti: «c’era un impegno mio nei suoi confronti per candidare una decina di parlamentari», ma poi ha scoperto dai sondaggi che «con Mastella avremmo perso dagli 8 ai 12 punti» e dunque… vaffanculo Clemente.
Oramai nulla più riesce a meravigliarmi. Né che un capopartito contesti al leader dell’opposizione di non essergli riconoscente per aver fatto cadere il governo di cui faceva parte come ministro di Grazia e Giustizia, né che l’altro – Berlusconi, dico – invochi come scusante il fatto che non gli convenga più onorare la parola data. «Questo – ha chiosato Mastella – è l’abisso della moralità». Ma, evidentemente, anche in fondo all’abisso c’è vita.

l’inciucio…

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Le cose, più o meno, stanno così. Berlusconi – un paio di mesi fa circa – passeggia per piazza san Babila a Milano; sale sul predellino di un’auto di lusso, scioglie la Casa delle libertà ridotta oramai ad un “ectoplasma” e fonda in fretta e furia un suo personalissimo partito (manco ricordava il nome che aveva scelto per la creatura). Gli alleati – per usare un dolce eufemismo – s’incazzano. Volano paroloni. La destra si spacca. Berlusconi, da par suo, non lesina minacce: senza di lui, loro – gli (ex) alleati, dico – non contano un cazzo (ebbe, più o meno a dire) ché lui può distruggerli politicamente come e quando vuole. I due colonnelli sanno che quelle del Cav. non sono vane minacce. Lo scenario che s’andava delineando prevedeva due sole alternative: o Fini e Casini facevano saltare in aria la carriera politica di Berlusconi, o Berlusconi li avrebbe politicamente polverizzati – e questa era una benevole alterativa alla seconda opzione – riducendoli alla funzione di cognolini al guinzaglio. Sappiamo come sono andate le cose…
Congeliamo, però, questo scenario e ragioniamo sulla cosa. Cos’è che l’elettore medio del centro-sinistra poteva immaginare di fronte a tale situazione politica? Qual’era la strada percorribile – tatticamente auspicabile – per i dirigenti del centro-sinistra? Banale: provare un accordo con la destra non-berlusconiana. Il sillogismo era semplice e suonava più o meno in questi termini: Fini e Casini devono annientare politicamente Berlusconi (premessa maggiore); il potere di Berlusconi sta tutto nell’anomalia del monopolio televisivo e del conflitto d’interessi (premessa minore), ergo centro-sinistra e destra non-berlusconiana s’accordano per una legge anti-trust sulle televisioni private e una legge sul conflitto d’interessi (conclusione). Punto. Con questa destra non-berlusconiana, poi, al termine di questo (chiamatelo come cazzo volete) inciucio si poteva (anche) concordare una nuova legge elettorale che avrebbe sostituito la vigente “porcata”. Semplice, lineare… direi banale. Infatti. La cosa, però, era talmente banale per il sofisticato realismo politico dei dirigenti sinistrorsi allora al governo, che si pensò – e qui c’è tutta l’astuzia di questi neo-taoisti della politica – ad un accordo, sì… ma con Berlusconi: se vuoi sconfiggere il tuo avversario – avranno pensato quei volponi – favoriscilo sempre e comunque, soprattutto quand’è in difficoltà. L’accordo, comunque, sembrava esserci; s’era ad un passo dalla realizzazione, quando – sorpresa! – Berlusconi fece saltare i tavoli: niente accordi sulla legge elettorale se non si sarebbe annientata “la Gentiloni”.
Sorpresa? Ma quando mai. Del resto lo sanno tutti che al Cav. interessa solo l’impunità e il monopolio sulle tv private. E anche se la legge Gentiloni è poco più che acqua fresca fa sempre figo denunciare – soprattutto in campagna elettorale – un esproprio da parte degli avversari politici; torna comodo farsi passare sotto un attacco ad personam. Insomma oramai la questione dovrebb’essere chiara: l’anomalia berlusconiana è cosa comoda per entrambi gli schieramenti, quelli (genericamente parlando) di destra e di sinistra: i primi la usano per denunciare soprusi gli altri per rinfacciarla a chi l’esercita. Cosa c’attende dopo il voto? Un inciucio tra le parti. E se accordo ci sarà – come ci sarà –, dovrà essere al ribasso. Per la democrazia, s’intende.
(E poi mi chiedono perché annullerò il mio voto… )

la domanda…

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«Ci dica – così Lamberto Dini sfidava Prodi – dove va a prendere i soldi. Mi pare che l’intenzione sia quella di dare con una mano e riprendere con l’altra». Era il 26 dicembre del 2007. La richiesta era precisa; la domanda non ammetteva alcun svicolamento asciutta e polemica com’era. Del resto se qualcun altro a quell’epoca avesse provato a rovesciare le parti e, con fare preciso, avesse chiesto la stessa cosa a Lamberto lui una risposta secca e circostanziata – su dove andava a prendere i soldi, dico – l’avrebbe saputa dare. Non so se con qualche imbarazzo, ma l’avrebbe saputa dare…

Certe esasperazioni anti clericali…

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«Certe esasperazioni anti­clericali [...] non cor­rispondono – dice Bettini intervistato da il Corriere – ad una impostazio­ne di rigorosa difesa della laici­tà delle istituzioni che ha il Pd, unita però alla conside­razione che è essenziale per la democrazia italiana il contributo dell’azione e del pensiero dei cattoli­ci». Veltroni – è notizia di questi giorni – non vuole i radicali come alleati. Bettini – quello che la stampa nazionale indica come il braccio destro di Walter – lo dice chiaramente, senza mezzi termini e le ragioni di tale esclusione sono da ricercarsi – è una mia convinzione –proprio in quell’estratto d’intervista che ho posto a mo’ di incipit a questo post. La cosa, me ne rendo conto, almeno in prima battuta, potrebbe sembrare un problema ascrivibile all’antipatia (tipica di chi è torturato da un’originalissima coerenza) innata dei radicali [*] e non dovrebbe appassionare troppo i commentatori politici – e in effetti la cosa non li ha appassionati più di tanto. In realtà stringendo il campo sulla questione – lasciando perdere i vari dettagli che ci porterebbero davvero troppo lontano – il vero nodo della faccenda salta subito all’occhio e pare tutto concentrato nel progetto culturale del Pd – nella sua più vera e intima essenza, dico – che, a sentir cert’altri suoi autorevoli esponenti, pare non essere né socialista, né di sinistra liberale, né laico né, manco a dirlo, radicale. Insomma, senza starci a girare troppo intorno, quello del Pd – ci pare di capire – è la riproposta in chiave moderna di un vecchio progetto fallimentare (quello tanto caro a Berlinguer e a Moro): la Sinistra Democristiana. Siamo dinnanzi ad un revival: Veltroni vuol provare ad attualizzare il compromesso storico, il vecchio consociativismo Dc-Pci. Ed il tutto s’è chiarito proprio grazie a quel rifiuto che – lo dicevo inizialmente – pareva cosa che riguardasse solo i radicali ma in realtà celava qualche informazione di spessore molto più ampia. Se ci riuscirà o meno è cosa che peseremo con i voti di aprile. Per ora ci limitiamo a registrarne il senso.
Quel secco “no” ai radicali m’ha convinto più di mille e più dichiarazioni. Non avrei mai votato Veltroni (ché mi è stato sempre sul cazzo) ma un’apertura di credito, devo ammetterlo,
gliela avrei concessa volentieri (se non altro per la vecchia questione del “meno peggio…” ), ma il quadro che tratteggiano queste dichiarazioni – e le scelte che ne sono conseguite e le altre che ne verranno – rinsaldano in me la decisione di annullare il voto alla prossima tornata elettorale. I radicali, mi vien da chiedere, si lasceranno torturare ancora dalla loro coerenza o finiranno per liberarsene come se nulla fosse? (del resto non hanno fatto così, nel passato, Rutelli, Capezzone, Taradash, ecc.? ) «Se si va verso un vero maggioritario – ha dichiarato Cappato – allora noi dovremmo essere gli alleati naturali del Pd. Se ci escludono, se ci isolano vuole dire che gli interessa soltanto occupare dei posti di potere, perché lasciando indietro noi si escludono anche tutte le nostre battaglie per la legalità, i referendum. Con noi escludono anche tutte le maggioranze che abbiamo creato nel Paese intorno alle nostre battaglie». Macaluso su il Riformista ha scritto l’altro giorno: «Ma Marco perché insiste per l’accordo?». Forse – azzardo una risposta – per evitare che la galassia Radicale venga completamente fagocitata dal centrodestra. Del resto quando ti tocca dover scegliere e la scelta è quella che è, hai voglia a stare lì a bilanciare il gusto con spezie, sale e salse varie: la merda è merda e non riesci a cambiargli facilmente sapore.

[*] Nel 1975 un Anonimo Romano scriveva ne
Er Compromesso rivoluzzionario edito per i tipi della Garzanti che “i radicali so’ ‘na manica de gente assai lasciva / finocchi e vacche ignude alla Godiva”. L’anonimato, sia ben chiaro, era un puro vezzo letterario ché mai nessuno ha ignorato che la pungente penna fosse quella di Maurizio Ferrara, padre di Giuliano.

L’idea di Walter…

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L’idea di Walter di correre in solitaria è idea epica e coraggiosa e sta costringendo i suoi avversari politici alla difensiva: una serie di comunicati e di smentite stanno susseguendosi in queste ore e a starci dietro par di capire che lo scompiglio nel centrodestra c’è stato.
L’idea, dicevo, pare coraggiosa ché, se s’è ben capito, il fine sarebbe quello di fottere i partitini con la scusa di dar forza al programma, ribaltando lo schema classico dei veti e dei ricatti con cui la coalizione vinceva ma non governava. Insomma con la scusa di voler fare il solitario, Veltroni ha innescato una vera rivoluzione copernicana che – a mio modo di vedere – è politicamente apprezzabile e tatticamente valida ché se il Pd non riuscisse a vincerle queste elezioni, alla fine chi volete che avrebbe il coraggio di presentar il conto a Veltroni e rinfacciargli la sconfitta? Quelli del fronte opposto pare che l’abbiano capito pure loro – cosa questa ancor più eccezionale – e si stanno attrezzando alla men peggio. Ma un vantaggio quelli – dico Fi, PdL o come cazzo si chiamano – c’è l’hanno ed è, indiscutibilmente, un buon vantaggio ché per loro fortuna il popolo sovrano a furia di mangiar merda s’è fottuto il cervello e la memoria e crede ancora alla favoletta che quella coalizione lì sia “coesa ed omogenea”.

peraltro…

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«Sono innocente – ha dichiarato il presidente Sandra Lonardo in Mastella – e lo dimostrerò quando la magistratura me lo consentirà. Non ho mai raccomandato quei medici, peraltro non mi pare che la raccomandazione sia un reato e in ogni caso non sarebbe stato consumato, dal momento che quei due posti sono stati assegnati ad altri. In ogni caso chi è senza peccato scagli la prima pietra».
Prendete questa dichiarazione della signora Mastella e analizzatene, vi prego, attentamente il contenuto cercando, se potete, di coglierne la catena logica implicita nel messaggio. Non l’ho mai fatto – dice la Lonardo – e comunque non è reato. Sicché anche se l’avessi fatto starei coperta anche con la giustizia ché con la coscienza ci pensa Padre Pio. Ma, giuro, non l’ho fatto. E poi questo non-reato che non ho commesso non è stato manco consumato (d’altronde come si sarebbe potuto consumare un reato che non è reato?) ché quelli che avrei voluto anzi dovuto raccomandare, per questioni si badi squisitamente meritocratiche – ché tutti sanno che la meritocrazia è il vessillo dei Mastella – alla fine li hanno pure trombati… mhmm… fermi, fermi… per favore. Calmatevi. Vi prego, signori… eccheccazzo. Uno alla volta. Lasciate un paio di pietre anche a me, grazie…

porta a porta…

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«Gli italiani – dice Gianfranco Fini – ci daranno fiducia, ma noi non potremo fallire. Servirà un programma basato su 15-20 punti chiari, non un libro dei sogni, sui quali basare la campagna elettorale. Che dovrà puntare sul porta a porta». Insomma, pare certo che il ruolo di Bruno Vespa sarà decisivo. Anche stavolta.

il rispetto dell’autentica democrazia…

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Una delle tante leggine ad hoc approvata – manco a dirlo – con voto bipartisan a inizio 2006 (un filino prima di andare a votare, insomma) stabilì il diritto dei partiti a continuare ad incassare i rimborsi elettorali anche in caso di voto anticipato. Ovvero, tradotto in concreto, nella situazione attuale se si andasse alle urne (ipotesi assolutamente non improbabile) tutti i partiti incasserebbero, fino al 2011, rimborsi elettorali doppi: quelli maturati per la quindicesima legislatura e quelli relativi alla sedicesima. Pignolerie (da cinquecento milioni di euro) direte voi? Può essere. Eppure l’affaire deve far gola veramente tanto e, vi dirò di più, dev’essere talmente gustoso e provocante da render sordi anche i più ricettivi a certi richiami. Monsignor Bretori – tanto per esser chiari – se n’è uscito l’altro giorno dicendo che «La soluzione alla crisi di governo dovrebbe nascere da un accordo fra le parti e deve avere come proprio orizzonte il rispetto dell’autentica democrazia». Il messaggio è chiaro e non necessita di interpretazioni alcune: no alle elezioni anticipate dice il prelato. Eppure il centrodestra (An, Lega e persino l’Udeur) dinanzi ad un parere così illuminato – è sempre stato questo il loro modo d’interpretare l’ingerenza clericale – sempre ispirato al “bene comune” e dunque legittimo e prezioso, finge di non capire, di non sentire, fottendosene allegramente dell’espressione dei più sacri ed inviolabili valori della tradizione occidentale, cioè quelli cristiani. Strano vero?

il governo Marini…

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Verificare le possibilità di consenso su un preciso progetto di riforma della legge elettorale e di sostegno ad un governo funzionale all’approvazione di quel progetto e all’assunzione delle decisioni più urgenti in alcuni campi.

Giorgio Napolitano, 30 gennaio 2008