Archivi dei tag: Dalai Lama

il lupo travestito da agnello…

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“Il pastore riceve il lupo travestito da agnello, e abbandona gli agnelli al loro destino: anzi a molti, a tanti, pare che il pastore così sembra autorizzare il lupo a devastare il gregge. È ancora fresca nella memoria, la scelta del papa che, per opportunità di equilibri politici internazionali, non volle ricevere il Dalai Lama, premio Nobel per la pace, mentre a meno di tre mesi delle elezioni, riceve il predatore d’Italia, colui che con le sue tv ha degradato l’Italia in forza del principio, pubblicato sul giornale del papa, l’Osservatore Romano (6 giungo 2008), che «la televisione privata dovrebbe avere tra le sue funzioni quella di divertire, come seconda funzione quella di informare e soltanto successivamente, quella di formare».”

don Paolo Farinella, Micromega.

occorre essere prudenti…

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«Sarà pure vero ha dichiarato mons. Robert Sarah – che all’Angelus la parola Tibet non compariva, ma quando il Santo Padre invoca la pace e condanna le guerre, lo fa per tutto il mondo, anche se cita solo l’Iraq». Si sente da qui il suono aspro delle unghie che cercano un appiglio sullo specchio: l’arrampicata del chierico è davvero ardua ché uno, dopo ’sta dichiarazione, continua a domandarsi: si, ma perché citare l’Iraq e non (anche) il Tibet? «Occorre – risponde di riflesso il vescovo – essere prudenti, visti i delicati rapporti che si sta tentando di cucire tra Santa Sede e Cina, dove, è bene ricordarlo, ci sono milioni di cattolici e cristiani oppressi». D’accordo. La questione, si capisce, è delicata: è giusto esser prudenti. Ci mancherebbe. Ma adesso, dopo questa sua dichiarazione, i cinesi – anche quelli – sanno che quando il Santo Padre dice “Iraq”, intende dire anche “Tibet”. Ne converrà con me, a questo punto, che con la sua difesa d’ufficio lei, caro Vescovo, ha combinato un grosso casino. O sbaglio?

la situazione è ancora confusa…

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All’Angelus – chiede Tornielli, per il Giornale – Benedetto XVI non ha parlato del Tibet. Perché?
«
La situazione – risponde padre Cervellera – è ancora confusa, la Santa sede non ha informazioni dirette, e poi c’era già l’importantissimo appello per l’Irak…». Un cazzo alla volta, insomma.

“cavalli da parata alle Olimpiadi e carne da cannone in Vietnam”…

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Non c’è, davvero, molto da dire sull’argomento. La tragedia è talmente scontata, nella sua drammaticità, da poter essere definita lapalissiana. Il fatto è che il Tibet è un paese, ovvero è un raggruppamento di persone che hanno in comune caratteristiche quali la lingua, la cultura e l’etnia. Accade che Tenzin Gyatso, meglio noto come il XIV Dalai Lama, sia costretto ad un esilio forzato in India, a Dharamsala, perché la Cina ha deciso di annettere il Tibet. Sua Santità il Dalai Lama dopo un po’ di rimostranze si convince e dice che il suo Tibet non vuole l’indipendenza ché a loro basta l’autonomia (Tibet in Cina, insomma). Risposta, secca, del governo centrale cinese? Scudisciate. Proviamo a discuterne? Scudisciate. Manifestiamo? Scudisciate. Insomma – s’è capito – dalla Cina le risposte sono monocorde: mazzate, a prescindere.
Cos’è che possiamo fare? Iniziamo a rovinare la festicciola delle Olimpiadi del regime comunista cinese. Boicottiamo ’ste cazzo di Olimpiadi («i leader del mondo – ha scritto Richard Perle – disertino le Olimpiadi, e George W. Bush dia l’esempio»), checché ne dica sua Santità, e, ad ogni modo, speriamo che tra gli olimpionici ci sia qualcuno che se ne fotte degli accordi presi e faccia eclatanti gesti non violenti. Magari gli stessi gesti per cui erano famose le olimpiadi degli anni della guerra fredda.