il discredito…

Intercettazioni

I fatti sarebbero andati più o meno così: «uno degli investigatori fa ascoltare ai cronisti Pietro Messina e Maurizio Zoppi il brano di un audio, presentandolo come la dichiarazione di Tutino al governatore Rosario Crocetta sulla necessità di “far fuori” l’assessore Lucia Borsellino» e, in seguito ai riscontri avuti da altre (cosidette) autorevoli fonti, «per non danneggiare le indagini in corso e soprattutto non scrivere falsità», avuto l’ok, visto che «[a]nche altri giornalisti nell’isola hanno sentito parlare di una registrazione di quel tenore» si decide di pubblicare l’intercettazione.
Leggo e rileggo e mi pare che la ricostruzione offerta da l’Espresso (il virgolettato, infatti, potete leggerlo nel numero in edicola questa settimana) pisci – per usare terminologia tecnica – da tutte le parti e lo stridere di unghie a scivolar giù lungo lo specchio è rumore penoso e straziante assai. Possibile mai – chiedo – che basti “presentare” un audio a un cronista per montare un caso dalle conseguenze politiche e personali prevedibilissime? senza il contraddittorio e senza fornire elementi certi per il controllo delle fonti? nascondendosi semmai dietro al vessillo della libertà di stampa che, in questo contesto, viene a piegarsi al volere del regime?!
E – ancora – l’ordine, sempre così attento a che una soubrette, priva del regolamentare tesserino, non ponga domande al politico di turno, com’è che (ancora) tace difronte a un vero giornalista che pubblica bubbole su un vero giornale, diffamando deliberatamente un politico?
In questo quadro a tinte fosche il risultato chiaro – l’unico nel contesto – è il discredito. Della giustizia, che si abbassa a protagonista del teatrino della politica; del giornalismo, che s’accontenta delle briciole che ad arte le vengono offerte; e naturalmente della politica, che arranca in un sistema inquinato dal giustizialismo un tanto al chilo, dalla facile demagogia e dal becero populismo.

sulla pena di morte…

Memoria di Magritte

La pena di morte (parlare di pena per la morte inflitta è cosa a dir poco agghiacciante: il disagio è di chi la infligge semmai) non può essere messa ai voti, né fatta oggetto di sondaggi. Il suo rigetto, una volta che lo si sia pronunciato – e in Italia, per fortuna, è così – dev’essere un tabù; una proibizione irrevocabile, permanente e assoluta. Andare di volta in volta a far sondaggi su tale argomento è un modo subdolo, ingannevole travestimento democratico, di considerare il rifiuto di una barbarie condizionabile e relativo, ribassandone il rango a opzioni pratiche e di convenienza.
A dar retta ai sondaggi si rischia di cadere nella demagogia. Nel caso dei sondaggi sulla pena di morte, è più che un rischio. Nella Commedia di Dante, alle anime dannate è fatto divieto di nominare Dio come un dappiù di pena. Ecco, mi sembra di poter dire che questo limite abbia di mira esattamente i sondaggi sulla pena di morte.