Da qualche decina di migliaia di anni. Tutti gli anni. Tutti.

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Vabbè, tocca rassegnarsi. Spalare la neve deve essere, per l’Italia, una sfida tecnologica insostenibile. Gli spazzaneve, il sale grosso, i guantoni, i cappelli e le sciarpe di lana, le catene per auto devono essere ritrovati tecnologici avveniristici (e costosissimi?) per i quali non siamo ancora pronti. Dev’essere così, fidatevi!
A fronte di tale incapacità, basterebbe però ci venisse risparmiato almeno il desolato stupore con il quale giornalisti e meteorologi più o meno esperti, ogni inverno, accolgono l’inverno. Pare difficile accettarlo, ma è così: in Italia, in febbraio, fa freddo e nevica. Da qualche decina di migliaia di anni. Tutti gli anni. Tutti. E spesso — udite udite — nevica “anche al Sud”, come strombazzano i tele-giornalisti con l’espressione sgomenta della D’Urso quando da un pettegolezzo già pregusta le ricadute in termini di audience sulle sue trasmissioni. Il Sud, infatti, è pieno di montagne molto alte. E appartiene — mi insegnò il professore di geografia — alla fascia del mondo a clima temperato: in estate, quindi, fa caldo e in inverno, indovinate un po’?, freddo. Da qualche decina di migliaia di anni. Tutti gli anni. Tutti.

Ma la memoria dei fatti e delle cose…

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Nel paese rintronato dalla campagna elettorale, in cui tocca leggere che per le strade vengono a mani fascisti e comunisti, può sembrare una inezia che qualcuno abbia scritto “A morte le guardie” in Via Fani a Roma [*], lì dove cinque uomini della scorta dell’onorevole Moro furono trucidati il 16 marzo 1978 dalle Brigate rosse. E ci abbiano poi disegnato a “decoro” delle svastiche, sul basamento di cemento della lapide, perché i rimbecilliti senza storia e memoria non sanno che quel luogo e quella strage non sono affatto cosa loro – dei nazisti, intendo – nemmeno nel più delirante immaginario.
Ma qualcuno con qualche anno in più si ricorda ancora dov’era e cosa stava facendo quella mattina di quel lontano marzo in cui venne rapito Aldo Moro: la diretta TG interrotta da Vespa e la voce affannata di Paolo Frajese che armeggiava con microfono e telecamera a spalla intorno alle macchine della scorta crivellate di colpi. E di quella inezia, quello sfregio alla memoria e alla dignità, può, o almeno dovrebbe, sentirsi disgustato o quantomeno ferito. Anzi, a ben vedere, ancora più disgustato che dai quarant’anni di processi, illazioni, ipotesi e commissioni parlamentari, libri, rancori, alibi, affaire e congetture, depistaggi e non detti e non chiariti che sono lentamente trascorsi. Ché fascisti e comunisti, con le loro spranghe, bandiere e rancori repressi, forse davvero non saranno la nuova emergenza nazionale. Ma la memoria dei fatti e delle cose, questo è urgente: “Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente” – scrisse Montanelli.
Ecco, tutto qui.

Emergenza caldo.

Più opprimente del caldo ci sono solo i servizi dei telegiornali sul caldo. È una moda oramai: si intervistano uno o più esperti (o sedicenti tali) che spiegano che è consigliabile, causa la calura estiva, non fare sforzi fisici, indossare vestiti leggeri e chiari, mangiare frutta, bere acqua e – udite, udite – non uscire di casa nelle ore più calde della giornata. E io che m’ero messo in testa che col caldo fosse opportuno uscire alle 14:00 col cappottino di cachemire scuro dopo aver mangiato trippa; così, giusto per il gusto di farmi una bella corsa intorno all’isolato!
È misteriosa la recondita ragione che espone persone rispettabilissime, quali sono gli esperti (o sedicenti tali), all’emissione di fiato, e addirittura alla compitazione in italiano forbito di intere frasi sintatticamente corrette, senza che questo sforzo corrisponda al benché minimo significato. Se poi si pensa che a corredo di tale sforzo ci sono un cameraman, un tecnico audio e un giornalista e, di solito, un autista disposti a spostarsi per registrare il consiglio dell’esperto che raccomanda di bere quando si ha sete, allora si oscilla tra lo sgomento per un così alto spreco di energie (con questo caldo, poi) e l’incredulità per una società che riesce a dare lavoro comunque, e a qualunque costo, a uomini e donne altrimenti destinati non dico all’inedia ma a un sacrosanto ‘sti cazzi!