piuttosto…

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Quella foto, il bimbo morto sulla battigia di una spiaggia turca, il volto adagiato sulla sabbia, la maglia rossa, il braccio lungo il corpo… beh, sì, quella foto lì, che tanto sta facendo discutere, è un fatto. Non un’immagine. Non descrive, come accade per le fotografie in genere, un ritaglio del mondo, lo sguardo del fotografo, il suo punto di vista; non c’è un resto che viene lasciato fuori, non ha da essere interpretata, calata nel contesto. No. Quella foto è la brutale descrizione della realtà. È un fatto, appunto: è la cosa in sé.
Piuttosto, lo scandalo – se scandalo si vuole vedere a forza – non è nella foto in quanto tale, ma nella storia che racconta nel suo tragico (e triste) epilogo. Quel piccolo profugo – Aylan, dicono le cronache si chiamasse – era un curdo, scappava da una città siriana di confine martoriata da fanatici tagliateste e difesa da pochi e coraggiosi combattenti. Lì, in quella zona, altri bambini (troppi, purtroppo) sono in attesa di scappare e alta è la probabilità per loro di finire tragicamente i loro giorni come Aylan. Domando: quanto deve durare ancora tutto questo? quanti bimbi ancora dovremo vedere in quelle condizioni? quanto occorre ancora aspettare per agire con la violenza – sì, con la violenza –, a spazzar via quei fottuti tagliateste?

La sconfitta di Tsipras non poteva essere più bruciante…

Articolo misurato e assai ben documentato quello di Giavazzi e Alesina su il Corriere della sera di oggi. Partendo dal presupposto che “le discussioni sul caso greco sempre più riflettono ideologia e stereotipi, un approccio che certo non aiuta a capire che cosa sia davvero accaduto”, l’articolo — che, detto per inciso, vi invito a leggere con attenzione — affronta, con l’appoggio asettico e documentato dei numeri, le ragioni della crisi greca e  — qui il punto vero della questione — le ragioni delle scelte imposte dai partner europei (o, se volete, dalla fredda Germania) per arginare una deriva insostenibile per il popolo greco e, ancor più, per le casse dell’Europa stessa. Misure dure e nient’affatto semplici da applicare. Il Parlamento greco — giusto per chiarire i termini — ha tre giorni di tempo per aumentare l’Iva e ampliare la base imponibile, avviare la riforma del sistema pensionistico, sottrarre l’istituto di statistica al controllo del governo, introdurre sostanziose clausole di salvaguardia per garantire il pieno rispetto del Patto di Stabilità. Nel breve termine, poi, la Grecia deve riformare il codice civile, attuare la direttiva europea sul risanamento e la risoluzione delle banche, riformare la pubblica amministrazione. Entro ottobre, infine, dovrà approvare una radicale riforma delle pensioni, un vasto piano di liberalizzazioni (dai traghetti alle farmacie), la privatizzazione della rete elettrica, la riforma della contrattazione collettiva e del mercato del lavoro, e altro ancora.

La sconfitta di Tsipras non poteva essere più bruciante e più esplicito non poteva essere l’invito de il Corriere a consigliare un ottimo rimedio: a pagina 28 — dove, dalla prima, l’articolo di Giavazzi e Alesina gira — campeggia in bella mostra la pubblicità di un unguento medicamentoso che promette sollievo contro il fastidiosissimo problema delle emorroidi e delle ragadi anali. Un caso? Non credo proprio.

Era già scritto tutto…

Era già scritto tutto in una newsletter dello zotico che presiede il Consiglio dei Ministri di questo sciagurato Paese. Le agenzie di stampa ne avevano, giustamente, estratto l’essenziale nell’affermazione che «le assunzioni hanno senso solo se cambiamo la scuola». Il legame, il doppio filo, cui era legata la riforma della scuola e il regolarizzare la precaria condizione di 100’701 insegnanti precari era tutto lì: assumo i precari solo se passa la riforma per una «diversa organizzazione» della scuola (condizione necessaria); ovvero, se preferite: se non si fa come dice Matteo Renzi i precari potrebbero rimanere precari, senza alcun problema, né per loro, né per la scuola in generale. Ma – chiedo – non era la precarietà di questi lavoratori, operanti già all’interno della scuola, a essere di fatto “il” problema per sé stessi e per la scuola in generale a prescindere dalla struttura organizzativa che questa veniva ad assumere? Non c’era stato detto a più riprese e in più modi che non è lecito tenere in condizioni di precarietà degli insegnati che in molti casi sono impiegati da decenni a far fronte alle esigenze di un’istituzione pubblica?

Retorica a parte, al netto di tutto, il ricatto – e chiamiamo le cose col loro nome, cazzo! – il ricatto, dicevo, delle assunzioni che veniva legato indissolubilmente all’approvazione della riforma mostrava e mostra, mi pare lampante, la natura strumentale del nesso di necessità stesso e assume anzi la valenza di vera e propria offesa sia, soprattutto, perché offende l’intelligenza sia perché dà ad intendere, in ultima analisi, che assumere stabilmente a libro paga quei lavoratori comunque sarebbe come beneficarli di un «ammortizzatore sociale».
Il Jobs act; l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori; lo Sblocca Italia; la riforma della pubblica amministrazione; le riforme costituzionali; la riforma della scuola in chiave autoritaria e gerarchica che, sia detto per inciso, in realtà non dà alcuna autonomia a quanti a vario titolo sono attori del processo educativo, limitandosi a piramidalizzarne le competenze in una logica che risponde alle esigenze di un vero e proprio mestierificio… ecco, dicevo, quest’elenco corposo di azioni intraprese, a testa bassa, contro (quasi) tutti rischiando financo una spaccatura interna e una sublimazione dei voti del partito, stanno lì a delineare l’ideologia della deregulation, della privatizzazione, della liberalizzazione selvaggia, della cancellazione dei diritti dei lavoratori e delle tutele dei cittadini, imposti – e qui ci sarebbe da ragionar un bel po’ – dall’Europa e realizzati da questo Parlamento-supino su mandato di questo Governo-sicario.

C’è da stupirsene? Non direi. Era nelle corde del puparo che s’era scelto per portare a termine il lavoro che s’è poi fatto: il demagogo era stato piazzato lì proprio per condurre in porto un’azione di tale portata. Chiaro: demagogia è parola forte, porta con sé – tra l’altro – i concetti di opportunismo e tradimento: il demagogo – per definizione, direi – è anche colui che inganna. Renzi demagogo e dunque opportunista e ingannatore: un attento lettore del Principe, verrebbe da dire. Testardo e capace di tutto — mica come quello sfessato di Enrico Letta?! Tanto per dire – e qui chiudo – si tratta di quello che, da Sindaco di Firenze, avrebbe voluto sfregiare l’orologio a lancetta unica della Torre d’Arnolfo, aggiungendoci quella dei minuti. «La gente – diceva – deve vedere bene l’ora, mica deve essere un orologio filosofico». E a chi gli faceva presente che quell’orologio era del Trecento e andava rivisto l’intero meccanismo interno per apportare le modifiche, rispondeva di botto: «Mica voglio metterci un orologio al quarzo – rassicurava – è che così ’un funziona mica!». Ecco. Queste erano le premesse, tutto era già scritto. Piaccia o no, lo zotico che presiede il Consiglio dei ministri è (anche) questo.

Appunti

Dapprincipio, con vigore, si tenta di metter fine alle grandi migrazioni. E così, gli imperatori romani erigono un vallum qua e uno là a protezione sia dei castra che dei confini e mandano le quadrate legioni in avanti per sottomettere gli invasori; vengono poi a patti e provano a disciplinare le prime installazioni per poi, in seguito, allargare la cittadinanza romana a tutti i sudditi dell’impero. Alla fine, sulle rovine della romanità, ecco fiorire quelli che gli storici usano definire regni romano-barbarici: origine dei nostri paesi europei, delle lingue che fieramente oggi parliamo, delle istituzioni politiche e sociali che ci appartengono.
Le grandi migrazioni, anche a volerlo, non si possono fermare e, paradossalmente, qualsiasi tipo di intervento regolatore produce un aumento della pressione migratoria verso altre zone a creare, se è possibile, ancora più caos nei paesi di transito. Al di là dei calcoli elettorali o, magari, della miope incapacità di gestione politica, occorre, semplicemente, prepararsi a vivere una nuova stagione della cultura afroeuropea.

tutti a gridargli in coro…

 tweet #mediterraneo 

È un truffatore di discreta classe, non eccelsa ma discreta, anche se alcune volte mi fa certe uscite da imbroglioncello maldestro. In questi ultimi giorni, per esempio.
In questi ultimi giorni, gasato magari dall’incontro negli States con l’amico Obama e pronto subito a sfruttare politicamente l’ultima tragedia annunciata nel Mediterraneo — l’ultima, ahimè, solo in ordine di tempo, purtroppo — sembrava, dicevo, uno di quelli che ti infilano sotto il naso un contratto da firmare con una bella clausolona capestro, come se ti stessero proponendo l’affare del secolo. E così, sull’onda della demagogia e del più sterile dei dispiaceri, nasceva la guerra ai “trafficanti di esseri umani”, agli scafisti. Come se fossero gli scafisti a costringere i migranti a partire; come se guerre e persecuzioni politiche che questi disperati vivono nei propri paesi non contassero a niente… Una bella accozzaglia di contraddizioni, eh? Ma se ci si diverte a scambiare le cause con gli effetti, la logica — metaforicamente, neh — va a puttane e produce di questi ragionamenti difettosi; comode argomentazioni (tant’è che sembrano essere state accolte subito col plauso unanime di tutti) che non servono — letteralmente, neh — a un cazzo!

Gli scafisti, purtroppo, sono solo il naturale sottoprodotto dell’ottusa politica di chiusura dell’Unione europea. Politica ottusa e disperata — come di chi, non sapendo cosa fare, agisce per inerzia, senza l’appiglio della logica — il cui fine dichiarato, a quanto pare, è quello di “bloccare le partenze”, anziché offrire rifugio a chi ne ha davvero bisogno (e diritto). Senza capire — o, peggio ancora, fingendo di non capire — che anche se si procedesse al bombardamento degli scafi, quei disperati fuggirebbero comunque da quelle situazioni di morte perché si sentono già persone morte (cfr. l’articolo di Kingsley pubblicato su Internazionale di questa settimana).
Se gli scafisti – i “nuovi schiavisti” – si arricchiscono è anche per colpa nostra. Noi che ci siamo convinti di voler avere un’Europa aperta solo a chi ha certi passaporti da mostrare, mentre tutti gli altri “devono restare a casa loro”, anche se “a casa loro” una casa non c’è più.

E in questo tragico scenario di guerra e disperazione, di morte e di paura cos’è che pensa di proporre il nostro Capo del Governo ad un’Europa distratta e colpevolmente strafottente? Di “bloccare le partenze”, di metter a freno un’onda di piena ingovernabile e impaziente di fuggire, serrando la diga. Come se bastasse!

Non fosse il Capo del Governo, dite, non lo considerereste un argomentare da demente? Roba che a voler metter d’accordo tutti, filo-renziani e no, quelli che lo considerano un fine statista e quelli che lo considerano, invece, un inutile imbonitore di piazze buono solo a frigger aria, quando dice roba del genere, tutti a gridargli in coro “Che-gran-de-men-te! Che-gran-de-men-te!”.