Ma la memoria dei fatti e delle cose…

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Nel paese rintronato dalla campagna elettorale, in cui tocca leggere che per le strade vengono a mani fascisti e comunisti, può sembrare una inezia che qualcuno abbia scritto “A morte le guardie” in Via Fani a Roma [*], lì dove cinque uomini della scorta dell’onorevole Moro furono trucidati il 16 marzo 1978 dalle Brigate rosse. E ci abbiano poi disegnato a “decoro” delle svastiche, sul basamento di cemento della lapide, perché i rimbecilliti senza storia e memoria non sanno che quel luogo e quella strage non sono affatto cosa loro – dei nazisti, intendo – nemmeno nel più delirante immaginario.
Ma qualcuno con qualche anno in più si ricorda ancora dov’era e cosa stava facendo quella mattina di quel lontano marzo in cui venne rapito Aldo Moro: la diretta TG interrotta da Vespa e la voce affannata di Paolo Frajese che armeggiava con microfono e telecamera a spalla intorno alle macchine della scorta crivellate di colpi. E di quella inezia, quello sfregio alla memoria e alla dignità, può, o almeno dovrebbe, sentirsi disgustato o quantomeno ferito. Anzi, a ben vedere, ancora più disgustato che dai quarant’anni di processi, illazioni, ipotesi e commissioni parlamentari, libri, rancori, alibi, affaire e congetture, depistaggi e non detti e non chiariti che sono lentamente trascorsi. Ché fascisti e comunisti, con le loro spranghe, bandiere e rancori repressi, forse davvero non saranno la nuova emergenza nazionale. Ma la memoria dei fatti e delle cose, questo è urgente: “Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente” – scrisse Montanelli.
Ecco, tutto qui.

i sondaggi…

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“Lo dicono i sondaggi” è diventato il nuovo “l’ha detto la televisione”. Scienza infusa, insomma. Noi – rimbambiti, oramai, da una miriade di percentuali che ci piovono addosso da ogni dove – non possiamo che prenderne atto. Però, permettettemi lo sfogo: non è giusto! Il sondaggio è una macchina infernale a senso unico. Riceve e basta. Non comunica, non è dialettico, non è pedagogico. Perché se un tizio – uno di Rimini, tanto per dire – vi viene a dire che sì, lui è d’accordo sull’affermazione “Per un mondo più pulito torna in vita zio Benito”, voi potete almeno replicargli (con tutta la gentilezza che il caso vi suggerisce) che quello che pensa è una cagata pazzesca di fantozziana memoria, potete suggerirgli di studiare, di informarsi, magari addirittura di provare a pensare. Invece il sondaggista, a uno gli afferma che “quando c’era Lui le cose funzionavano”, non può che prende atto della cosa, registrare la risposta, girare i tacchi e andare via. Questo è diseducativo (la neutralità della scienza il più delle volte è diseducativa). Bisogna inventare urgentemente sondaggi pedagogici che abbiano il compito di dire, di fronte a una risposta sbagliata (non un’opinione, attenzione: proprio una risposta sbagliata) che quella risposta è sbagliata. Punto. In rosso, fargli comparire la scritta: Prego correggere. Risposta non ammessa. Come nei giochi per i più piccini. Il massimo sarebbe che di fronte alla risposta palesemente da coglione partisse lo scappellotto. Allora sì che potrei incominciare a credere anch’io ai sondaggi.