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…pure a Fisichella


Tra cento e più candidi puttini
un po’ sbottando, un po’ alla chetichella
hanno fatto er mazzo a Boffo per fottere Ruini
e mò me se vojjono inculà pure a Fisichella.

i pensieri si incupiscono…

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La Ru486 in Gazzetta Ufficiale, ingiustizia è fatta
Abruzzo: «Troppi ritardi». Le accuse di Bertolaso.
Grecia, la bomba del debito
Ennesimo suicidio in carcere. La moglie: «È stato pestato».

Sono appena le 9:00 e questi, nell’ordine, i titoli che si possono leggere nella home page de l’Avvenire. E il capo della baracca [*] mi viene a dire: “Ogni giorno attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci, perchè il negativo non viene pienamente smaltito e giorno per giorno si accumula. Il cuore si indurisce e i pensieri si incupiscono.”
Che faccia di culo, nevvero?

altri tempi…

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«Questa è calunnia nei miei confronti e disinformazione nei confronti dei lettori quindi a un certo momento non voglio arrivare a dire di fare azioni dirette e dure nei confronti di certi giornali e di certi protagonisti della stampa, però sono tentato perchè non si fa così…». Così il Cavalier Silvio Berlusconi – che Iddio misericordioso se lo tenga stretto sotto i suoi cateti – dopo l’ennesima imbarazzante gaffe diffusa in eurovisione. Che è successo? Pare che il cancelliere Angela Merkel lo attendeva per una cerimonia ufficiale in ambito Nato, e lui invece – pisciando sul cerimoniale – parlava al telefonino con Erdogan. La notizia fa il giro del mondo e … apriti cielo! S’è incazzato – ché in fondo il Cavaliere stava lavorando per il bene dell’Europa, mica chiacchierava con l’amante? – e giù, quindi, a vomitar bile a grumi sui giornali e a minacciarli di “fare azioni dirette e dure”.
Eccheccazzo, sempre tutti li a criticarlo… e Meloni, e la Regina, e poi Angela. È un continuo. Basta! Davvero, poverino, lasciatelo in pace ché è tutto disperato, non sa più come fare. (Non costringetelo ad usare l’olio di ricino, per carità di Dio, ché lui proprio non vuole arrivare a tanto). Ottant’anni fa, tanto per dire, cose di questo tipo proprio non accadevano. Ah – avrà pensato – a quei tempi sì che era semplice governare. Tutto più semplice, tutto più facile: “La stampa più libera del mondo intero è la stampa italiana. Il giornalismo italiano è libero perché serve soltanto una causa e un regime; è libero perché, nell’ambito delle leggi del regime, può esercitare, e le esercita, funzioni di controllo, di critica, di propulsione”. Era 10 ottobre 1928 e queste parole furono pronunciate dall’allora inquinino di Palazzo Chigi: una poesia alle orecchie del Cavaliere.
Altri tempi signor Presidente, altri tempi – quello si che era un bel Ventennio, vero?

delle due l’una…

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«Io penso che ognuno di noi ha il diritto di autodeterminarsi e di esprimere cosa vuol fare nel caso si trovasse in condizioni che lo privano della sua identità e dignità. Ognuno deve essere libero di scegliere». Così, tra l’altro, Umberto Veronesi intervistato qualche giorno fa da il Corriere della Sera. Dice l’illustre oncologo: «Oggi la decisione di come e quando prolungare l’assistenza è completamente nelle mani dei medici, mentre invece è diritto inalienabile di ogni cittadino decidere se iniziare o quando lasciare il trattamento di sostegno». Insomma la posizione è chiara ed è, da quello che ricordo, la solita; quella, insomma, che il prof. Veronesi va affermando, con convinzione, da un po’ di tempo nei suoi interventi. «È data la possibilità al medico che ha in carico il paziente di non seguire le indicazioni di volontà anticipate, se questo contrasta con le sue convinzioni etiche, affidando il paziente ad altri medici». Bene direte voi, e allora? E allora? Leggetevi il titolo del Corriere e ditemi se a parer vostro non c’è contraddizione con quanto dichiarato dal professore. Delle due l’una: o il titolista è schifosamente fazioso oppure non c’ha capito un cazzo. Io protendo per la seconda ipotesi.

…arrogante

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«Se lo sono conteso autorevoli testate giornalistiche: da “Panorama” a “Repubblica”, al “Foglio”. E una ben orchestrata campagna di stampa ha fatto di tutto perché gli fosse concessa una grazia– scrive Paolo Armaroli su Il Tempoche lui, Sofri, non si è mai sognato di chiedere. Perché, con quell’arroganza intellettuale che gli è propria, ha detto e ridetto fino alla noia che la sua condanna è ingiusta». A leggere l’articolo per intero pare evidente – assai evidente – che al professor Armaroli gli stia sul cazzo Sofri (quello grande, naturalmente) ; non gli va giù l’atteggiamento de “il cattivo maestrino”: «[p]er darla a bere, Sofri non è secondo a nessuno. Ma noi siamo apoti». Armaroli, per farla breve, è convinto della colpevolezza di Sofri e lo accusa – si badi – non perché (secondo lui) menta nel dirsi innocente [*] ma perché considera un segno di arroganza il fatto che quello non voglia ammettere la sua colpevolezza ché – se ho capito bene – al netto di tutto, per aggraziarsi Armaroli, Sofri dovrebbe dirsi colpevole anche se non lo fosse.


[*] A tal proposito sarebbe bene che Sofri iniziasse a rivelare tutto quanto sa circa quell’omicidio ché continuando a non dire da un appiglio a quelli che attribuiscono a questa reticenza la fattispecie di “associazione”.

chiedo…

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«Chiedo: aver trascorso una vacanza con un tipo che poi si è rivelato un criminale, e dunque in piena innocenza e senza alcuna consapevolezza, vuol dire davvero essere per riflesso un criminale? »

Giuseppe D’Avanzo, 11 settembre 2008

…cosa davvero esagerata.

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La questione è ripresa da più parti: giornali e blog, come mosche sullo stronzo fresco, si sono fiondati a commentare le foto di Di Pietro in versione contadino. Tutti lì, quasi a formare un groviglio impazzito e disordinato di alette iridescenti, intorno alle fotuzze dell’ex ministro – come mosche sullo stronzo fresco, appunto: un pizzicare di mille probosciduzze a lingua di Menelicche ansiose di sfamarsi fino a che lo stronzo è bello caldo. Tutti pronti – fuor di metafora –, con lenti deformanti, garzantine e bignami vari, a tentar d’imbastire paralleli tra l’ex PM e Benito Mussolini.
È vero che a me il tipo – Di Pietro, dico – sta antipatico assai (e quindi ogni mio commento sulla faccenda sarebbe cosa assai parziale), però, suvvia, al netto della faziosità, arrivare a dipingerlo come uno statista mi pare cosa davvero esagerata. Non trovate?

faccia di bronzo…

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«Quando il Papa ha detto: “Ho il cuore pieno di gioia per il clima politico in Italia”, e poi subito dopo ha detto che sarebbe più contento se si finanziassero le scuole private cattoliche e gli ospedali cattolici – non so trovare un altro aggettivo – l’ho trovato patetico. »

Emma Bonino, il Giornale

la scaletta…

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«Falcone e Borsellino – scrive Eugenio Scalfari nel suo ultimo pistolotto domenicale – non erano giudici giudicanti ma magistrati inquirenti. Mi domando se avrebbero potuto operare con l’efficacia con cui operarono senza il sostegno di una pubblica opinione esaurientemente informata». E chi se lo ricordava? Cioè, voglio dire, voi ricordavate che l’opinione pubblica fu esaurientemente – oltre che correttamente – informata sull’operato del giudice Falcone? A me pareva… ma sicuramente ricordo male. Per sincerarmi – ché sono uno che non si fida io –, prendo la scaletta, salgo agli scaffali alti della libreria, piglio il faldone coi ritagli dei giornali accuratamente conservati e m’accingo a cercare – tra uno starnuto e l’altro – qualche trafiletto che m’illustri quanto leale fu la stampa d’allora nei confronti di Falcone.
Manco il tempo di scendere dalla scaletta e mi capita sotto gli occhi un articoluzzo di Filippo Facci del 2007 (qui c’è la versione elettronica), nel quale è scritto:

[...] il comunista Gerardo Chiaromonte, defunto presidente della Commissione Antimafia, circa la bomba ritrovata nella casa al mare di Falcone, all’Addaura, scriverà così: «I seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità». E la voce circolò.
Così, quando Falcone accettò l’invito del ministro della Giustizia Claudio Martelli a dirigere gli Affari penali, la gragnuola delle accuse non poté che aumentare. L’obiettivo di Falcone era creare strumenti come la procura nazionale antimafia, ma in sostanza fu accusato di tradimento. Si scagliò contro di lui il Giornale di Napoli: «Dovremo guardarci da due “Cosa nostra”, quella che ha la Cupola a Palermo e quella che sta per insediarsi a Roma». Così Sandro Viola su Repubblica: «Non si capisce come mai Falcone non abbandoni la magistratura… s’avverte l’eruzione d’una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste dei guitti televisivi». L’Unità, due mesi prima che Falcone saltasse in aria, fece scrivere un corsivo al membro pidiessino del Csm Alessandro Pizzorusso: «Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché». È la stessa Unità che poco tempo prima aveva titolato così: «Falcone preferì insabbiare tutto».

Azz… Scalfari mi porta a esempio l’efficacia e la correttezza dell’informazione sul caso Falcone quando in realtà ci fu una campagna diffamatoria coi controcazzi proprio da parte della stampa di sinistra! Ci vuole proprio una faccia di bronzo a contare sulla mancanza di memoria dei lettori… È teoria tutta personale: il fondatore spara cazzate perché sa che nessuno può passare la vita a salire e scendere da una scaletta.

il rischio…

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«Credo che in un sistema equilibrato dopo la bonifica congiunta di magistrato e avvocato [i testi delle intercettazioni] possano essere diffusi. Aspettare il rinvio a giudizio comporta il rischio che la gente non sia informata di gravi comportamenti di chi ha responsabilità pubbliche, magari sotto elezioni. »

Stefano Rodotà, 13 giugno 2008