senza speranza…

1519402472622 1521141018 JPG il pd e la riforma dell ordinamento penitenziario

Nessuno poteva pensare che gli ultimi giorni di una legislatura sepolta e di un governo di affari correnti producessero il soprassalto di una volontà di riforma appena decente della condizione delle galere. Ma tant’è. Oggi, finalmente, in zona Cesarini – come usa dire in questi casi –, il Consiglio dei Ministri si appresta a un ulteriore passo verso il varo definitivo del decreto attuativo delle nuove misure alternative. Ma è bastato che la riforma entrasse nell’ordine del giorno per far inalberare il leghista Matteo Salvini. «Un governo sconfitto e senza la fiducia degli italiani si prepara ad approvare il salvaladri – ha detto sobriamente uno tra i papabili alla presidenza del Consiglio –. Facciamo appello al Presidente della Repubblica affinché eviti questa vergogna. Noi siamo pronti a qualsiasi cosa per impedire a migliaia di delinquenti di uscire di galera». Questo è il clima, questo lo stato delle cose. Leghisti e Cinque Stelle ritengono che la lotta per la legalità abbia bisogno di un inasprimento e non di un allentamento della repressione e della filosofia giustizialista. Tocca rassegnarsi a queste posizioni che s’impastano inevitabilmente con quelle autoritarie. Hanno una grossa maggioranza, questi freschi vincitori.
Ci sono luoghi, celle, scantinati, stive, panchine, dai quali si aspetta il loro regno con l’orecchio al suolo, in silenzio, abbracciati alle proprie gambe piegate al petto. Rannicchiati in un angolo. Senza speranza.

Così è, se vi pare. Così è.

IMG 4242

Copio-incollo l’attacco dell’articolo di Leandro Del Gaudio in edicola stamani con Il Mattino: “Tre inchieste sull’emergenza rifiuti in Campania, indagini di quelle che promettevano sviluppi, due pool di magistrati che lavoravano in modo autonomo, puntando ad obiettivi diversi. Poi, all’improvviso, alle porte della Procura di Napoli bussano quelli di Fanpage, che raccontano il loro lavoro, la fatica degli ultimi sei mesi. Ed è così che due mondi, quello delle indagini penali della Procura napoletana, e quello dei giornalisti di Fanpage entrano in contatto, con risultati ed esigenze non sempre compatibili.”
Domanda: è normale, questo? E — altra domanda — bisogna augurarsi che anche altri facciano altrettanto, che per esempio altre testate giornalistiche si armino di squadre di agenti provocatori, e che magari lo stesso facciano le segreterie dei partiti per istigare la commissione di reati da parte dei politici colleghi sul fronte avverso schierati?
La tentazione fa l’uomo ladro — recita il noto proverbio. Appunto, lo fa: mica lo rivela semplicemente? lo crea. E quindi, per moralizzare il Paese, per estirpare la gramigna della corruzione, dobbiamo creare ad arte le possibili tentazioni, ingrossare le file già belle corpose dei ladri, per poterli infine arrestarli tutti? Sì, mi par di capire. C’è, in effetti, chi pensa che si debba fare proprio così. E manco vale la pena scriverlo chiaramente chi è — ché tanto lo si capisce. La sete giustizialista, che tanto appaga il partito dei manettari, spinge a che venga stabilito un clima poliziesco, di sospetto, di paura e di diffidenza; un clima in cui — è tesi che danno per dimostrata — nessuno vorrà più corrompere o lasciarsi corrompere, per il timore appunto di trovarsi di fronte a un corrotto farlocco, un collaboratore delle forze dell’ordine . Tanto — è il corollario del loro argomentare — gli onesti non avranno mai nulla da temere.
E così, per selezionare un manipolo di onesti incorruttibili (tali, ovviamente, fino a prova contraria, che, ça van sa dire, può arrivare in qualunque momento — come un bonifico è lo status di incorruttibile: c’è sempre la possibilità di revocarlo…) si è disposti a gettare nel terrore tutti gli altri. Cioè noialtri, i potenziali ladri e corruttori (secondo la loro logica), che, se non accettiamo questa visione delle cose, mostriamo già di voler delinquere, o almeno di non essere sicuri di non volerlo fare. Siamo già tutti sospettati o sospettabili. Corrotti e corruttibili in potenza. Tutti. I più, poi, avvezzi alla corruzione. Ma se non si ha la forza di respingere questa logica da stato di polizia, di denunciarla pubblicamente per timore di finire nell’elenco dei potenziali delinquenti, si guardi almeno a cosa sta accadendo, cosa questo piano inclinato scivolosissimo sta combinando: l’uso fai-da-te della giustizia spinge a usare un pregiudicato in cerca di ribalta mediatica per stanare corrotti e corruttori. Che a farlo non è neanche un magistrato — che certamente non ci avrebbe mai pensato — ma un gruppo di giornalisti. E che, facendolo, interferisce pesantemente con indagini in corso — quelle serie, dico — mandando un lavoro di intelligence allegramente a puttane. Così è, se vi pare.
Naturalmente al cospetto dei video, nella foga di condividerli sui social e, soprattutto, nell’intento di sollevare un polverone mediatico che possa nascondere (almeno in parte) l’altro scandalo in corso, che rischiava di danneggiare troppo la credibilità della parte politica amica, passa fatalmente in secondo piano ogni genere di preoccupazione per il modo in cui quei video sono stati ottenuti, e non sarà certo sui social o, men che meno, sui giornali, che si discuterà dei loro eventuali valori probatori. Robaccia da azzeccagarbugli puntigliosi! L’indignazione, ecco, quella sì che basta a travolgere ogni cosa…
Così è, se vi pare. Così è. Purtroppo.

In nome del popolo italiano…

Scattone

Le cose stanno come stanno. Mi son detto — me lo dico spesso — che “cattivi maestri” è una pessima figura retorica, ché o si è bravi a trasmettere un sapere (e allora si è maestro) oppure, se non si sa o se non si è capaci di insegnare, semplicemente non si è maestro. Tutto qui. Un maestro insegna le cose che sa, per questo viene pagato: spiega agli allievi, ad esempio, che chi uccide o chi ruba commette un reato, mentre tocca ai genitori spiegargli che non si uccide e non si ruba. Questa è la prima cosa che m’è venuta in mente leggendo della vicenda di Scattone. La seconda cosa riguarda la funzione “didattica” della pena. La punizione del trasgressore è una sorta di ricompensa che lo Stato assegna a chi rispetta la legge come contropartita al fatto di aver rinunciato a imitare o punire con le proprie mani il colpevole; una soluzione simbolica che dovrebbe placare l’immaginario e le frustrazioni degli osservanti, che dovrebbero rendere sopportabile l’obbedienza collettiva. Fatte le debite proporzioni, l’esecuzione della pena viene sottratta alla comunità, che rinuncia a reagire e si accontenta di delegare [“In nome del popolo italiano…” appunteremmo a margine] e osservare. Almeno secondo i nostri codici, questo dovrebbe bastare. E quasi sempre basta. Tanto più a condanna scontata.