A ‘sto giro

Partiamo da qui, da una curiosità, da un’anomalia politica: s’è mai visto un politico aprire una crisi di governo dopo una vittoria sugli alleati?
Voglio dire: logica, buonsenso, prassi avrebbero voluto che s’aprisse una crisi se Salvini avesse perso la Tav. Invece? Invece stavolta la crisi s’è aperta subito dopo che Felpa Pig™ ha umiliato ben bene gli alleati. Se affermo quindi che la Tav è una scusa, un pretesto, vi trovo tutti d’accordo, vero?! Una scusa, dico, per arrivare alla crisi prima che si venisse a chiudere la finestra utile per il voto di ottobre, e – qui il punto – prima di dover metter mano alla legge di bilancio, intestandosene le impopolari conseguenze.
La politica è sangue e merda”, usava dire Rino Formica. Mi permetto solo di notare che fin qui s’è vista solo moltissima merda. Il sangue, a ‘sto giro, toccherà mettercelo noi.

…l’imbarazzo di doversi dire berlusconiani.

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A riguardare il discorsetto di sette secondi con il quale Berlusconi ha distrutto gli ultimi sette mesi di lavoro del centrodestra, ci si intravede, con efficacia esemplare e dunque emozionante, tutta la parabola berlusconiana: l’assottigliarsi inesorabile della quantità, delle dimensioni, della circonferenza del potere e dell’avere (e dunque dell’essere) di un ex mattatore che spariglia le carte e la butta in caciara pur di non arrendersi, pur di non dover ammettere la sconfitta: incapace di darsi per vinto, incapace di fare i conti con la realtà delle cose.
Al visto e rivisto tocca affiancare poi l’immaginazione. E il Salvini che in pubblico finge disinvoltura, lo si immagina qui, dietro le quinte, nero di rabbia contro il destino assurdo e beffardo che lo ha voluto legare, nel punto più alto della sua parabola politica, al viale del tramonto del vecchio satrapo. Si immagina, anche, l’imbarazzo del codazzo a libro paga ancora disponibile a testimoniare solidarietà e comprensione all’ex cavaliere; in cuor loro a masticar veleno, “ma tu guarda ‘sto rintronato che ha detto”, ma tutti intorno a dirgli, affettuosi, sornioni: “presidente che stile, che trovata”. Poveri cristi! Che brutto mestiere dev’essere il loro. Perché da un po’ di tempo, converrete, la fatica di essere Berlusconi è niente in confronto all’imbarazzo di doversi dire berlusconiani.

nulla sarà più come prima

Ogni tanto, a maggior scorno di quanti, sondaggisti o politologi di ogni risma, hanno affrontano la delicatissima partita elettorale facendo finta di ragionare con i vecchi schemi e le vecchie regole del gioco, ecco, torna il punto: nulla sarà più come prima. Lo dicono tutti, oramai: domenica 4 marzo è definitivamente tramontato il mondo della politica italiana che abbiamo conosciuto negli ultimi venticinque anni. Nulla sarà più come prima, appunto. Le divisioni tra destra e sinistra quasi non esistono più nelle urne. Il centrosinistra precipita rovinosamente in un abisso inimmaginabile fino a qualche mese fa. Berlusconi, il capo indiscusso dei conservatori, l’uomo che con la sua discesa in campo e il rapporto ruspante e ammiccante con gli elettori, coi loro vizi e le loro debolezze, aveva dominato da sempre la scena, viene depotenziato nella competizione interna da Matteo Salvini, il leader che ha avuto la forza di cambiare radicalmente la Lega. I Cinque Stelle, affidati dal comico fondatore Beppe Grillo al signor nessuno Luigi Di Maio, ottengono un grande successo proprio quando decidono di uscire dal recinto della semplice protesta e vestono, per l’occasione, i panni nuovi da partito di governo.
Nulla sarà più come prima. Cambiano i protagonisti, cambia la geografia elettorale del Paese, cambiano le motivazioni del consenso.
La sconfitta del Pd ci restituisce un’Italia spaccata in due. Il centrodestra è fortissimo al Nord ma altrettanto rilevante con la Lega in aree del Centro e del Sud del Paese: in nome dei temi della rivolta fiscale, dell’immigrazione e della sicurezza (nella Macerata scossa dalla folle pistola xenofoba di Traini, tanto per dire, Salvini è passato da 153 a 4.808 voti).
I Cinque Stelle sfondano nel Mezzogiorno cavalcando la rivolta contro le vecchie classi dirigenti e offrendo (almeno a parole, a quanto pare) il reddito di cittadinanza come soluzione alla disoccupazione di massa, soprattutto giovanile. Una rivoluzione. E la dimostrazione più lampante di questa rivoluzione giunge proprio dal tracollo di Piero De Luca, soltanto terzo nella Salerno che fu il regno indiscusso del padre: i voti non si trasmettono per via ereditaria, come era consuetudine una volta.
In questo quadro ingarbugliato (ma non affatto imprevedibile), il prezzo più alto lo ha pagato il centrosinistra (e il suo capo Matteo Renzi), in una replica ancora più dura della sconfitta del referendum costituzionale del 2016.
Renzi, per opportunismo e insipienza, non ha voluto rifondare il Pd nel Mezzogiorno: ha lasciato l’apparato ai signori delle tessere pensando che il governo del Paese fosse la panacea dei mali e ora paga il più gravoso dei pegni. Non sappiamo ancora se le dimissioni, annunciate e poi congelate, rappresentino l’uscita di scena definitiva di un leader che aveva suscitato speranze e qualche illusione. Anzi aver rinviato tutto al termine delle consultazioni per il governo dimostra che vuole controllare possibili deviazioni dalla linea annunciata ieri: opposizione e mai accordi con M5S e centrodestra. Sappiamo invece che nel Pd si aprirà una battaglia politica e di ambizioni personali il cui approdo non è per niente scontato, vista la fuga di parte dei suoi elettori verso il Movimento Cinque Stelle.
Una fase tremenda in cui, c’è da scommettere, il Pd sarà dilaniato dal dilemma su come spendere il proprio capitale, anche se ridimensionato, di eletti in Parlamento. Luigi Di Maio ha aperto da subito al dialogo per la formazione di un governo, imperniato su se stesso e sul M5S, che nelle sue intenzioni potrebbe coinvolgere principalmente il centrosinistra. Anche Matteo Salvini si è detto pronto ad assumere l’incarico in rappresentanza di una coalizione di centrodestra molto lontana dalle vecchie logiche di schieramento dominate da Silvio Berlusconi.
Naturalmente siamo solo all’inizio di una fase politica in cui (solo) alcuni elementi appaiono chiari e tra tutti spicca inesorabile l’unica certezza: nessun partito e nessuna coalizione ha i voti sufficienti per governare in solitudine. Le rivendicazioni dell’incarico da parte dei vincitori sono legittime ma sembrano prove muscolari che devono misurarsi con la realtà di un Parlamento al momento senza maggioranza. Il fatto che M5S e Lega non abbiano accantonato le pulsioni antieuropee rende gli accordi molto più complicati.
La partita passa nelle mani del presidente della Repubblica che, crediamo, non abbia alcuna intenzione di farsi trascinare in tentativi dimostrativi di questo o quell’altro partito per formare il governo — prove di forze fatte unicamente per riaffermare il proprio ruolo. Il capo dello Stato ha il compito di assicurare stabilità all’Italia con un esecutivo sostenuto da numeri sufficienti. È un cammino stretto, scomodo e difficile ma l’unico percorribile. Quantomeno per assicurare quei provvedimenti minimi e quelle riforme necessarie che permettano di giocare la prossima gara in una maniera meno frantumata ed efficace. Nella speranza che l’eterna transizione italiana finalmente si chiuda e nella certezza che, come dicevamo, nulla sarà più come prima.

…la minima occasione di godimento.

Le chiacchiere di questi giorni a proposito del governo che verrà, mi ricordano uno dei tipici giochetti dell’infanzia: «Preferiresti morire bruciato, impiccato, squartato, annegato o decapitato?». Si rabbrividiva, si rideva e poi si sceglieva a turno, tra i possibili supplizi, quello che almeno allora pareva il meno atroce.
Ecco, il chiacchiericcio sulle possibili opzioni di governo bene esprime questo auspicio da morituri: tra le agonie a disposizione, preferiamo l’una piuttosto che l’altra, sperando in quella meno truculente. «Pensa che bello», dicono con un ghigno emozionato, «non c’è più “er moviola” a Palazzo Chigi, né l’appoggio responsabile al governo del pluri-indagato Berlusconi… Tutti a casa. Bene». Bene. E ci si offre, sollevati e quasi contenti, al carrozzone degli onesti pentastellati magari in accordo col carroccio nazional-padano di Salvini o con altre alchimie numeriche più o meno verosimili, più o meno risibili. Del resto, chi si accontenta gode. E guai a sprecare, di questi tempi, anche la minima occasione di godimento.

…un capolavoro di comunicazione politica.

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Mettiamola così. Sono stato messo con le spalle al muro dalla mia smisurata onestà intellettuale (che è inferiore solo alla mia modestia). La parte in me integerrima ha puntato l’indice sotto il naso a quella faziosa, e le ha intimato: “Ammetti subito il tuo errore di valutazione, riconoscilo. Intanto che t’affannavi a guardare il dito, quelli ti fottevano la luna sotto al naso e tu, fesso, non te ne accorgevi. Ammettilo!”. La parte faziosa ha fatto per ribattere: “Ma il protocollo, le gaffe, la costituzione… tutto faceva pensar…”. Stigmatizzata – ohi, ohi! – stigmatizzata a sangue.
“È ché – continua la parte integerrima – non hai guardato il fenomeno con la necessaria freddezza che richiede l’analisi politica in tempo di elezioni. Eggià, cara mia, perché siamo nel pieno della campagna elettorale: è questo il nocciolo del problema, è questo il punto su cui dovevi focalizzarti.” E poi, ancora: “Quando, faccio per dire, Di Maio afferma: «Si tratta di mantenere una promessa con gli italiani. Gli avevo assicurato che il Movimento avrebbe presentato la squadra di governo prima delle elezioni, oggi presenterò l’intera lista dei ministri. È un modo per proporre una squadra, candidato premier e governo, mentre negli altri schieramenti ancora non ho capito chi saranno i candidati a Palazzo Chigi, cambiano ogni giorno», ecco, vedi, ti ha indicato una strategia. Puoi essere d’accordo o meno sui contenuti, puoi apprezzare o meno la tattica, ma non dovevi cadere nella trappola di smontargli il giocattolo, ché quello, appunto, è solo un giocattolo. Berlusconi, ecco Berlusconi, ad esempio, quando (ri)firma il contratto con gli italiani da Vespa usa un escamotage di comunicazione politica per prendere un impegno. Meno efficace rispetto alla prima volta – una replica, diciamolo, difficilmente spiazza come la prima visione – ma comunque è un modo per prendere un impegno. Esattamente come ha fatto Di Maio. Sarà pure un giochetto il suo governo farlocco ma nell’immaginario collettivo il messaggio che arriva è quello di un impegno mantenuto. Reale e immaginario qui si fondano e, mettitelo in testa, la produzione di immaginario in campagna elettorale conta tantissimo. E ancora: il giochetto (la lista dei fantamistri, la salita al Colle, la presentazione cadenzata degli stessi ministri…) ha prodotto, di fatto, l’effetto di spostare il dibattito politico. Non si parla più del dopo-voto, delle scoppiettanti promesse di inizio campagna, di Renzi e Berlusconi, ma del governo che (non) verrà dei grillini. Il focus della discussione, il rumore di fondo della campagna elettorale nella fase più delicata (quella che mira a catturare l’attenzione degli indecisi, appunto) è tutto concentrato sulle proposte dei grillini e gli altri partiti, invece, restano appesi al commento sugli avversari. A inseguirli, appunto: non più produttori di contenuti, ma semplici followers. Metti poi che gli avversari si presentano agli occhi dei loro stessi elettori divisi, in contrapposizione tra loro, indecisi nelle scelte… ecco, di fronte a tutto questo, l’elettore dice: «voi intanto mettetevi d’accordo, ché io voto altro». Vedi?! Ammettilo: quello del Movimento 5 Stelle è stato un capolavoro di comunicazione politica. E, per giunta, riuscito. Tocca dirlo: chapeau!”.
Integerrima vs. Faziosa 1-0. Su calcio piazzato. Imprendibile.

Era già scritto tutto…

Era già scritto tutto in una newsletter dello zotico che presiede il Consiglio dei Ministri di questo sciagurato Paese. Le agenzie di stampa ne avevano, giustamente, estratto l’essenziale nell’affermazione che «le assunzioni hanno senso solo se cambiamo la scuola». Il legame, il doppio filo, cui era legata la riforma della scuola e il regolarizzare la precaria condizione di 100’701 insegnanti precari era tutto lì: assumo i precari solo se passa la riforma per una «diversa organizzazione» della scuola (condizione necessaria); ovvero, se preferite: se non si fa come dice Matteo Renzi i precari potrebbero rimanere precari, senza alcun problema, né per loro, né per la scuola in generale. Ma – chiedo – non era la precarietà di questi lavoratori, operanti già all’interno della scuola, a essere di fatto “il” problema per sé stessi e per la scuola in generale a prescindere dalla struttura organizzativa che questa veniva ad assumere? Non c’era stato detto a più riprese e in più modi che non è lecito tenere in condizioni di precarietà degli insegnati che in molti casi sono impiegati da decenni a far fronte alle esigenze di un’istituzione pubblica?

Retorica a parte, al netto di tutto, il ricatto – e chiamiamo le cose col loro nome, cazzo! – il ricatto, dicevo, delle assunzioni che veniva legato indissolubilmente all’approvazione della riforma mostrava e mostra, mi pare lampante, la natura strumentale del nesso di necessità stesso e assume anzi la valenza di vera e propria offesa sia, soprattutto, perché offende l’intelligenza sia perché dà ad intendere, in ultima analisi, che assumere stabilmente a libro paga quei lavoratori comunque sarebbe come beneficarli di un «ammortizzatore sociale».
Il Jobs act; l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori; lo Sblocca Italia; la riforma della pubblica amministrazione; le riforme costituzionali; la riforma della scuola in chiave autoritaria e gerarchica che, sia detto per inciso, in realtà non dà alcuna autonomia a quanti a vario titolo sono attori del processo educativo, limitandosi a piramidalizzarne le competenze in una logica che risponde alle esigenze di un vero e proprio mestierificio… ecco, dicevo, quest’elenco corposo di azioni intraprese, a testa bassa, contro (quasi) tutti rischiando financo una spaccatura interna e una sublimazione dei voti del partito, stanno lì a delineare l’ideologia della deregulation, della privatizzazione, della liberalizzazione selvaggia, della cancellazione dei diritti dei lavoratori e delle tutele dei cittadini, imposti – e qui ci sarebbe da ragionar un bel po’ – dall’Europa e realizzati da questo Parlamento-supino su mandato di questo Governo-sicario.

C’è da stupirsene? Non direi. Era nelle corde del puparo che s’era scelto per portare a termine il lavoro che s’è poi fatto: il demagogo era stato piazzato lì proprio per condurre in porto un’azione di tale portata. Chiaro: demagogia è parola forte, porta con sé – tra l’altro – i concetti di opportunismo e tradimento: il demagogo – per definizione, direi – è anche colui che inganna. Renzi demagogo e dunque opportunista e ingannatore: un attento lettore del Principe, verrebbe da dire. Testardo e capace di tutto — mica come quello sfessato di Enrico Letta?! Tanto per dire – e qui chiudo – si tratta di quello che, da Sindaco di Firenze, avrebbe voluto sfregiare l’orologio a lancetta unica della Torre d’Arnolfo, aggiungendoci quella dei minuti. «La gente – diceva – deve vedere bene l’ora, mica deve essere un orologio filosofico». E a chi gli faceva presente che quell’orologio era del Trecento e andava rivisto l’intero meccanismo interno per apportare le modifiche, rispondeva di botto: «Mica voglio metterci un orologio al quarzo – rassicurava – è che così ’un funziona mica!». Ecco. Queste erano le premesse, tutto era già scritto. Piaccia o no, lo zotico che presiede il Consiglio dei ministri è (anche) questo.