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In questi tempi dalla velocità incontrollata, con le migliaia di immagini atroci che, con violenza, ci vengono sbattute in faccia dalla Siria, ho paura che (anche) questa fotografia [*] sarà presto dimenticata.
Fingere di non sapere la realtà è un trucco del cervello per non impazzire. Quando la realtà poi è quella raccontata dalla foto di un bambino non può che generare impotenza. Vorresti fare qualcosa, oltre a commuoverti, ma non sapendo che cosa, pur di non soffrire fingi di dimenticare. In modo vergognoso e inquietante.
Ancora una volta questo probabile oblio ci deve far riflettere sulla nostra relazione con la memoria e quindi con la storia. Una riflessione terribile.

piuttosto…

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Quella foto, il bimbo morto sulla battigia di una spiaggia turca, il volto adagiato sulla sabbia, la maglia rossa, il braccio lungo il corpo… beh, sì, quella foto lì, che tanto sta facendo discutere, è un fatto. Non un’immagine. Non descrive, come accade per le fotografie in genere, un ritaglio del mondo, lo sguardo del fotografo, il suo punto di vista; non c’è un resto che viene lasciato fuori, non ha da essere interpretata, calata nel contesto. No. Quella foto è la brutale descrizione della realtà. È un fatto, appunto: è la cosa in sé.
Piuttosto, lo scandalo – se scandalo si vuole vedere a forza – non è nella foto in quanto tale, ma nella storia che racconta nel suo tragico (e triste) epilogo. Quel piccolo profugo – Aylan, dicono le cronache si chiamasse – era un curdo, scappava da una città siriana di confine martoriata da fanatici tagliateste e difesa da pochi e coraggiosi combattenti. Lì, in quella zona, altri bambini (troppi, purtroppo) sono in attesa di scappare e alta è la probabilità per loro di finire tragicamente i loro giorni come Aylan. Domando: quanto deve durare ancora tutto questo? quanti bimbi ancora dovremo vedere in quelle condizioni? quanto occorre ancora aspettare per agire con la violenza – sì, con la violenza –, a spazzar via quei fottuti tagliateste?

Socialisti…

Il terrore dell’Is supera il confine siriano e fa strage in Turchia, uccidendo 30 persone. A essere colpito è un centro culturale a Suruc, a una decina di chilometri dalla frontiera. Lì, poco prima di mezzogiorno, un attentatore kamikaze — leggo dai giornali — si è fatto esplodere proprio in mezzo a un gruppo di attivisti socialisti giunti da Istanbul, Ankara, Smirne e Diyarbakir. Tutti si erano dati appuntamento sul posto prima di una missione di aiuto che fino a domenica li avrebbe condotti nella vicina città curdo-siriana di Kobane, martoriata da mesi di conflitto con l’Is.
Una strage, quella di ieri, simile a quella perpetrata sull’isola norvegese di Utoya nel lontano 2012 dal fanatico difensore della purezza etnica ariana Breivik. Lì — mi pare di ricordare — i morti furono una settantina: massacrati, con crudele freddezza, uno a uno. Dettaglio che li accumunava a quelli di ieri: erano giovani socialisti.
Onoriamo il ricordo di questi militanti che a ogni latitudine si battono per la giustizia sociale e contro la discriminazione su base etnica e religiosa. La Turchia non è affatto una terra lontana: è la linea di frontiera mobile di un conflitto che riguarda da vicino tutti noi. Da ieri, ancora più vicino. Troppo vicino.

Guerre giuste…

boom!

Esiste una guerra giusta? Sulla domanda – nella sua banale formulazione – grava l’ombra di un equivoco: come se si stesse discutendo quanti kilogrammi è alto l’Everest. Rinunciando ai tecnicismi, sennò sai quanti sbuffi d’uggia, potremmo pure raffazzonare la domanda in questo modo: posto che la violenza sia male, esistono casi in cui una reazione violenta è giustificabile? Giustificabile — Zanichelli alla mano — non significa affatto giusto e buono: c’è qualcosa di biologicamente ingiusto nell’asportare un arto, ma in caso di cancro diventa giustificabile. Raffazzonando, insomma, potremmo dire che anche i sostenitori della non-violenza in genere ritengono, in certi casi, giustificabile l’uso della violenza: persino Gesù — giusto per fare un nome tra i buoni per antonomasia —, di fronte allo scandalo dei mercanti del tempio s’incazzo e non poco. Non solo le religioni rivelate (il lettore, se non si rompe troppo il cazzo, può andarsi a leggere, in rete, una dichiarazione di Papa Francesco sull’uso della forza a chi avesse a insultare sua mamma) ma anche la morale naturale ci dicono che se qualcuno assale noi, i nostri cari, o qualunque persona innocente e indifesa, è naturale che si reagisca violentemente a eliminare il pericolo. È giusto, quindi, parlare di resistenza come modello di violenza “giusta”? Sì, nella misura in cui quel modello vuole spiegare la reazione violenta di un popolo che, di fronte alla pressione esercitata dalla violenza del tiranno, non trova di meglio che fare il mazzo tanto alla tirannide insopportabile.
Cazzarola, la sto facendo troppo complicata? Chiedo scusa in aticipo e cerco di rimodulare il testo al prosaico.
Il problema — ‘sto cazzo di problema da cui siamo partiti, dico — nasce di fronte alla parola “guerra”. Essa è una di quelle parole come “fisica”: la usava la filosofia greca e la usano gli scienziati contemporanei, ma ha due significati completamente diversi; un tempo designava la filosofia naturale e oggi è la scienza che studia la materia, l’energia e le loro reciproche interazioni. Chi volesse leggere Aristotele in termini di fisica moderna, o viceversa, non capirebbe una mazza. Ora, tranne il fatto che in entrambi i casi sono morte delle persone, c’è assai poco in comune tra le guerre degli antichi romani e la seconda guerra mondiale. A stringere il dire, se in passato la giustificabile reazione violenta contro un prevaricatore poteva assumere la forma della guerra guerreggiata, oggi è possibile che la guerra guerreggiata sia una forma di violenza che non serve a contenere il prevaricatore, ma anzi potrebbe, per paradosso, avvantaggiarlo.
Negli anni, poi, siamo riusciti ad inventarci termini come “guerra fredda”: terribile, cattiva, nei fatti e in potenza, piena di violenza minacciata o espressa localmente, questa guerra surgelata nell’azione partiva dal concetto che la guerra guerreggiata sarebbe stata uno svantaggio anche per i “buoni”. La guerra fredda — a voler sintetizzare il pensiero — è stata il primo esempio di come il mondo si sia accorto che il concetto primitivo di “guerra” era cambiato, e che una guerra moderna non ha più nulla a che fare con i conflitti classici, che vedevano sempre alla fine i vinti da una parte e i vincitori dall’altra (tranne pochissimi casi limite che gli storici accumulano sotto il nome di ‘vittorie di Pirro’).
Così, visto come sono andate le cose e per i “benefici” effetti contenitivi che quella dittatura esercitava sul territorio, una giusta reazione violenta nel caso di Gheddafi avrebbe potuto prevedere un contenimento freddo molto serio o, al limite, spietato, con scaramucce di confine, e un sistema di controllo rigorosissimo – con legislazione di emergenza – per cui ogni industriale occidentale che avesse venduto a Gheddafi una sola spilla da balia si sarebbe visto affibbiato l’ergastolo; nel giro di un anno, le tecnologie di attacco e di difesa del dittatorello libico sarebbero state largamente obsolete.
Ma questo, come usa dire, è il senno di poi. Il senno di sempre, e di domani, ci dice che se uno ti rompe il cazzo con un coltello hai diritto di rispondere almeno con un pugno; ma se tu, metti caso, sei Capitan America, e sai che con un tuo pugno, il tuo avversario finisce dritto dritto sulla luna e che, magari, l’impatto produrrà lo sbriciolamento del nostro satellite, il sistema della gravitazione universale se ne va a puttane, Marte mi collide con Giove e così via, ci pensi un momento – anche perché potrebbe darsi che la catastrofe gravitazionale fosse esattamente quello che il tuo avversario voleva. E che proprio non dovresti concedergli.

Grazie, partigiani.

  

A Marcello Veneziani il 25 aprile non piace e, nel borbottio del suo rosario, dalle pagine de Il Tempo, spiattella i suoi (sette) buoni motivi per non festeggiarlo.
Al netto delle polemiche che questa festa si trascina stanca da anni, oggi il modo più diffuso per onorare la Liberazione consiste nel rimuoverla, annegandola in un mare di ignoranza. Ma anche i pochi che sanno ancora di cosa si tratta preferiscono abbassare i toni della polemica “[p]erché non rende onore al nemico, anzi — per dirla con le parole di Veneziani — nega dignità e memoria a tutti costoro, anche a chi ha dato la vita per la patria, solo per la patria, pur sapendo che si trattava di una guerra perduta.” Una sensibilità meritoria, se non fosse che per attutire il senso del 25 aprile si è finito per ribaltarlo, riducendo la Resistenza alla componente filosovietica e trasformando le ferocie partigiane che pure ci furono nella prova che tra chi combatteva a fianco degli Alleati e chi coi nazisti non c’era poi tutta quest’enorme differenza.
Nel fragore di una festa così festante, tra un analgesico e una rimozione dei fatti, è passato in secondo piano da cosa fummo liberati. Fummo liberati — lo dico per i distratti — da una dittatura populista alleata con la Chiesa, direi. Ci togliemmo dalle palle uno che la Chiesa aveva definito “uomo della Provvidenza” e che fino a due anni prima era osannato da tutti, tranne che da quelli in villeggiatura a Ventotene o a riempire quadernetti nelle patrie galere: scassacazzi considerati a lungo dei disadattati e dei nemici della Patria.
La Patria aveva un Destino, perfino un Impero, e il Regime poteva godere di un consenso plebiscitario, preti che benedicevano gagliardetti e pugnali sguainati al cielo. Ma la plebaglia si sa com’è: “è la solita folla che alterna l’«Osanna!» al «Crucifige!» e che tende ad attribuire a uno solo le proprie fortune o le proprie sciagure. Chi la trascina e chi la esalta, accarezzandone gli istinti ed eccitandone le passioni, la vedrà delirare nell’ora del successo, ma se la ritroverà davanti, inesorabile e spietata, al momento del disastro” (Raffaele Cadorna, La riscossa, Rizzoli 1948).
Dovrebbe essere la festa di chi aveva ragione su chi aveva torto, ma torto e ragione dividono, e la storia cambia spesso parere. E c’è chi provocatoriamente sfrutta queste oscillazioni, piccole crepe nella memoria storica, per attenuare le ragioni e per esaltare i torti a seconda che si trovi a sedere da una parte o all’altra del gruppo.
Il 25 aprile, scrive ancora Veneziani, è “rimasta l’unica festa civile osservata in Italia”. Civile un cazzo, caro Marcello, ché tra gli scassacazzi che fiancheggiavano gli alleati e quelli che appoggiavano i nazisti la differenza c’era ed era tutta Politica (scritta volutamente con la “P” maiuscola). Tant’è che se avessero vinto i reduci di Salò saremmo diventati una colonia di Hitler. Avendo vinto i partigiani, siamo una democrazia. Nonostante tutto, a sett’antanni di distanza, il secondo scenario mi sembra ancora preferibile al primo.
Anche per questo: grazie, partigiani.