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facebook va usato…

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Davvero incredibile. A chi mi avesse detto che un giorno avrei incominciato ad usare con regolarità il mio account su facebook, avrei riso in faccia. E invece, l’ammetto, mi sbagliavo. Ci voleva Annalena Benini, con un suo articoluzzo sparato in prima pagina ieri su Il Foglio, a farmi cambiare idea. Dice – la Benini – di dover “denunciare la pericolosità sociale dell’aggeggio sfasciafamiglie” e io mi convinco: facebook va usato a sbafo. Foss’anche a sproposito, ma va usato.

tutto può succedere…

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Splendente come non mai – come dubitare? – Giuliano Ferrara scrive stamani, in prima pagina, su Il Foglio: «La mia opinione laica e devota è che nel rapporto privato tra una persona e un medico, tra familiari e amici, nella relazione speciale con una suora o un prete, insomma in un rapporto di cura e carità, tutto può succedere, anche la preghiera di essere aiutati in certe circostanze a passare un confine ha diritto di essere ascoltata senza ipocrisie. Non in nome di una idolatrica dignità del morire, bensì della pietà che sempre e da sempre supera ogni legge». E qui, in punta di piedi, farei notare l’assurda conseguenza di questo ipocrito argomentare: nel diritto positivo sia esclusa la possibilità di dar corso a qualunque atto eutanasico ché solo in nome della pietà – nell’illegalità, mi par di poter affermare – un atto del genere può essere tollerato. Meglio non parlare apertamente di certe faccendacce: renderle legali servirebbe solo a pubblicizzarle e a dare scandalo. Meglio, molto meglio, agire nel silenzio dell’illegalità dove, per l’appunto, «tutto può succede» ché «è inevitabile – lo diceva quel tale – che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo! ».

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Un po’ di giorni fa su il Foglio, Sofri (quello grande, ovviamente) descrisse il reato di clandestinità come «la persecuzione penale di una persona non per un suo atto, ma per il suo luogo di nascita». Bella definizione: liscia come una lapide. Di meglio – dico per davvero – non sarebbe stato possibile scrivere. Chapeau.

disse la vacca al mulo…


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Giuliano Ferrara, rispondendo ad un lettore, commenta sarcastico la notizia di Capezzone portavoce di Berlusconi. Nella sua letteruzza, infatti, il lettore de Il Foglio, assai perfidamente, cita un paio di dichiarazioni – con tanto di data – nelle quali l’ex segretario dei Radicali ha dato a Berlusconi del matto o del cialtrone e Ferrara, di punta ma pur “senza rancori”, attacca la risposta con un “[t]utti hanno diritto a una fetta di torta. Ma qui si esagera un poco, detto senza niente di personale…”. Si esagera? Certo che si esagera. Soprattutto se si pensa che a sottolineare l’incoerenza di Capezzone (e del cosiddetto “ Grande Anarca”) sia un trasformista della politica come Giuliano Ferrara.

una sputacchiera…


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Per quella parte di questo blogguzzo che è rassegna stampa, vorrei segnalarvi un articolo di Francesco Agnoli apparso stamane a pag. 2 de Il Foglio. Prima di iniziare a leggerlo (qui), fatemi la cortesia di dirmi sinceramente: come ve la immaginate una sputacchiera?

(il retro)

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… ci rivediamo dopo!

non mi piace infierire…


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«Non siamo riusciti a tradurre – leggo da Il Foglio – nel linguaggio di una competizione elettorale la forza di un dibattito culturale, civile, etico[...]. Il risultato delle urne è disastroso». È facile – dirà il lettore – mettersi, adesso, a maramaldeggiare su quel misero 0.4%. Facile, è vero, ma pur sempre inevitabile. M’astengo? Ma certo: non mi piace infierire. Ragiono – questo si – sui numeri ché quelli stanno li, imperituri e tetragoni pronti ad essere analizzati e interpretati per qualsiasi scopo. All’uopo. I dati sono ufficiali. Per fare un Veltroni ci vogliono 89 Ferrara; un Di Pietro ne vale circa 11. 22 Ferrara fanno un Bossi e per fare un Cavaliere, invece, ne occorrono 100. Sembra strano – e in effetti lo è – ma è la “democrazia”, anche se qualcuno preferisce chiamarla “inculata”.

“come dicevamo noi… ”

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«Vi sarete accorti – scrive Ferrara su Il Foglio – che il conflitto di interessi del magnate dei media […], è scomparso completamente dall’agenda politica e culturale di questo paese » L’argomento è forte e la tesi è difficilmente contestabile ché il problema – per com’è stato trattato – è stato sempre strumentale e, soprattutto, lasciato (volutamente) irrisolto ché risultava sempre utile da usare – negli anni scorsi, soprattutto in campagna elettorale – per incolpare l’avversario d’una sua insita scorrettezza, d’una sua innata illegittimità a guidare il paese. «Segno – continua Ferrara – che come dicevamo noi era un argomento falso, una trovata di propaganda […] segno che in Italia non esistono le questioni vere, ma solo le ostilità faziose verso le persone erette a simboli del male per convenienza e presunta destrezza. » Ha ragione il direttore? Cazzo se ha ragione! Su un solo punto però avrei da ridire. Quando scrive come dicevamo noi…”, Ferrara omette un particolare, mente o – sputtanando la proverbiale memoria dei pachidermi – non ricorda ché nel lontano maggio del 2004 dalle colonne del suo giornale esprimeva idee diverse – molto diverse – proprio su questo stesso argomento. «Lei, gentile presidente, continua a nutrire l’illusione – scriveva il direttore – che si possa stare in politica da imprenditore curando di diventare sempre più ricchi e sempre più indifferenti alla soluzione di un gigantesco conflitto di interessi che i suoi nemici attaccano per le ragioni sbagliate, e con la coda di paglia, ma che per i suoi amici non ossequienti esiste, ed esiste anche per lei».
C’è contraddizione? Naturalmente sì, ma si dirà – e a ragione – che col tempo le idee cambiano ed è lecito sbarazzarsene come “cane morto” senza stare li a farsi troppo condizionare. Il fatto – a voler andar alla sostanza della faccenda – è che sono passati gli anni ed il conflitto d’interessi del Cavaliere è ancora li, fermo, intoccato (e, forse, intoccabile), grande quanto una casa e responsabile, almeno in parte, dell’ignobile “implosione”di questo (colpevole) centrosinistra.

…mi ritrovo da solo a pensare all’aborto!

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[audio:aborto.mp3]

obiezione…


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«Forse [si] reputa malattia urgente – scrive stamani il dottor Belcari a Il Foglio –, che espone le donne al pericolo di vita, il concepimento, e morbo da estirpare con urgenza il concepito, sì da obbligare con campagne mediatiche tutti noi a prescrivere Norlevo minacciando di sanzionarci?». Argomentazione quella del medico obiettore speciosa ché non è – come insinua il medico – il concepimento a porre la donna in pericolo di vita quanto piuttosto le conseguenze di un allungamento dei tempi d’attesa che rendono un’interruzione di gravidanza rischiosa per la donna che ha deciso d’abortire. La clausola dell’obiezione di coscienza – scrisse, giustamente, Paolo Flores d’Arcais lo scorso 31 ottobre su Liberazione – era ben giustificata solo ai tempi in cui la 194 entrò in vigore ché i medici cattolici (e dunque obiettori) di allora “subirono” un’innovazione alla quale non avevano pensato nel momento in cui si specializzavano. Attualmente, però, chi sceglie una specializzazione medica come quella in ginecologia ed ostetricia e decide d’operare in un ospedale pubblico sa bene a cosa va in contro e se, fottendosene dei diritti di molte pazienti, pretende d’avvalersi dell’obiezione, utilizza – il meschino – una norma che non era stata scritta per lui, compiendo un gesto discutibile sia sul piano morale che umano. Immagino che ci siano vari modi di affrontare e risolvere il problema posto dagli obiettori: il modo più drastico – e forse anche quello più efficace – potrebbe essere quello di impedire agli obiettori d’intraprendere la specializzazione in ginecologia ché l’infame pratica dell’obiezione può vanificare (se non ostacolare) il diritto delle pazienti. Alternative? Chiedetele al dottor Belcari.