…la valigetta piena di monnezza passerà alla storia?

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L’idea che viene fuori dall’inchiesta giornalistica (ha davvero senso definirla tale?) di Fanpage, al netto delle posizioni di parte – l’una e l’altra, dico – mostrerebbe (qui, in questi casi, si tende a usare il condizionale checché ne dicano i manettari di ogni colore; quelli, per dire, tetragoni nella convinzione che, cito, “la valigetta piena di monnezza passerà alla storia”) uno squallido giro di mazzette per l’assegnazione degli appalti sullo smaltimento di rifiuti in Campania. Ora, fatto specifico a parte, fanno sorridere i discorsi sulle leggi da modificare e sui poteri “speciali” da dare a questo o a quel pubblico integerrimo controllore/repressore («istituiremo la figura dell’“agente istigatore”» – ha detto serio, ieri, il solitario camperista Di Battista [mi si perdoni la rima] da Floris) che, nei limiti del lecito (e, in certi casi, del ridicolo), hanno una loro più o meno solida ragione tecnica, politica, giuridica. Ma – e qui il punto – la corruzione è un reato tipicamente culturale, discende dall’idea antica (ne parla già Svetonio in De vita Caesarum) che il denaro non puzza (Pecunia non olet, usava dire a quei tempi) e da quella, assai più recente, che avere un reddito alto, un tenore di vita agiato, sia una specie di diritto sacrosanto, qualcosa che ti è dovuto, appunto. Di lì a diventare bulimici di quattrini il passo è assai breve; e come per tutti i tossici, fondamentale è negare di esserlo, non riconoscere patologia nei comportamenti, e dunque raccattare la bustarella (o la valigetta, se volete) senza battere ciglio, avendo già disfatto in precedenza, accuratamente, ogni possibile paradigma del lecito e dell’illecito quanto questo viene a frapporsi tra noi e la ricchezza a prescindere. Inutile illudersi di ridurre a livelli fisiologici la corruzione solo per vie legali – la storia di Di Pietro e la sua Mani Pulite dovrebbe chiaramente avercelo insegnato. La questione, ahinoi, è totalmente politica, cioè legata ai paradigmi socio-culturali in voga. Berlinguer l’aveva capito ed è per questo che, dopo tutti questi anni, ancora se ne parla tanto.

domanda…

D'Alema

Un Massimo D’Alema tosto, asciutto, lucido, convincente, con diverse buone ragioni e bene argomentate: ieri contro i giornalisti non ha sbagliato una virgola. Incazzato sì, incazzato nero direi, ma a ragione, ché quanto gli veniva addebitato avrebbe fatto girare non poco i coglioni pure ai politici che hanno studiato dai gesuiti. La notizia? Avere buoni rapporti con una cooperativa fra le maggiori della LegaCoop.
Domanda: erano necessarie le intercettazioni per sospettarlo? Era necessario, poi, darle in pasto ai giornalisti a valorizzare una tale acquisizione investigativa? Beh, calma: prima di arrischiare una risposta – alleggerendola, magari, con qualche fragorosa pernacchia – tenete in conto anche questo dato: il pm dell’inchiesta è Henry John Woodcock.

Le fatiche d’Ercole.

Ercole

Nell’inchiesta della procura di Firenze sul presunto malaffare degli appalti sulle Grandi Opere ci sono, a leggere quant’è riportato sui giornali, fatti verosimili e fatti che alla lettura non paiono veri. Il meccanismo – verosimile assai, invero – con cui si rastrellavano fondi, ad esempio, è tra i più classici conosciuti: il burocrate, deus ex machina, che, governo dopo governo, a prescindere dal colore politico di questi, riesce imperterrito a succhiar soldi dallo Stato intercettandone gli appalti. Accanto a tanto realismo, poi, si legge anche che l’ingegnere “Ercole Incalza scriveva il programma di Ncd”: in una telefonata tra l’ingegnere e una tal Daniela, il primo – è scritto nei verbali – “afferma di aver trascorso la notte a redigere il programma di governo che Ncd avrebbe dovuto presentare e di essere in attesa del benestare di Angelino Alfano e di Maurizio Lupi”. L’incredulità della notizia poggia su di un fatto incontrovertibile: l’Ncd non ha alcun programma.