…la minima occasione di godimento.

Le chiacchiere di questi giorni a proposito del governo che verrà, mi ricordano uno dei tipici giochetti dell’infanzia: «Preferiresti morire bruciato, impiccato, squartato, annegato o decapitato?». Si rabbrividiva, si rideva e poi si sceglieva a turno, tra i possibili supplizi, quello che almeno allora pareva il meno atroce.
Ecco, il chiacchiericcio sulle possibili opzioni di governo bene esprime questo auspicio da morituri: tra le agonie a disposizione, preferiamo l’una piuttosto che l’altra, sperando in quella meno truculente. «Pensa che bello», dicono con un ghigno emozionato, «non c’è più “er moviola” a Palazzo Chigi, né l’appoggio responsabile al governo del pluri-indagato Berlusconi… Tutti a casa. Bene». Bene. E ci si offre, sollevati e quasi contenti, al carrozzone degli onesti pentastellati magari in accordo col carroccio nazional-padano di Salvini o con altre alchimie numeriche più o meno verosimili, più o meno risibili. Del resto, chi si accontenta gode. E guai a sprecare, di questi tempi, anche la minima occasione di godimento.

…un capolavoro di comunicazione politica.

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Mettiamola così. Sono stato messo con le spalle al muro dalla mia smisurata onestà intellettuale (che è inferiore solo alla mia modestia). La parte in me integerrima ha puntato l’indice sotto il naso a quella faziosa, e le ha intimato: “Ammetti subito il tuo errore di valutazione, riconoscilo. Intanto che t’affannavi a guardare il dito, quelli ti fottevano la luna sotto al naso e tu, fesso, non te ne accorgevi. Ammettilo!”. La parte faziosa ha fatto per ribattere: “Ma il protocollo, le gaffe, la costituzione… tutto faceva pensar…”. Stigmatizzata – ohi, ohi! – stigmatizzata a sangue.
“È ché – continua la parte integerrima – non hai guardato il fenomeno con la necessaria freddezza che richiede l’analisi politica in tempo di elezioni. Eggià, cara mia, perché siamo nel pieno della campagna elettorale: è questo il nocciolo del problema, è questo il punto su cui dovevi focalizzarti.” E poi, ancora: “Quando, faccio per dire, Di Maio afferma: «Si tratta di mantenere una promessa con gli italiani. Gli avevo assicurato che il Movimento avrebbe presentato la squadra di governo prima delle elezioni, oggi presenterò l’intera lista dei ministri. È un modo per proporre una squadra, candidato premier e governo, mentre negli altri schieramenti ancora non ho capito chi saranno i candidati a Palazzo Chigi, cambiano ogni giorno», ecco, vedi, ti ha indicato una strategia. Puoi essere d’accordo o meno sui contenuti, puoi apprezzare o meno la tattica, ma non dovevi cadere nella trappola di smontargli il giocattolo, ché quello, appunto, è solo un giocattolo. Berlusconi, ecco Berlusconi, ad esempio, quando (ri)firma il contratto con gli italiani da Vespa usa un escamotage di comunicazione politica per prendere un impegno. Meno efficace rispetto alla prima volta – una replica, diciamolo, difficilmente spiazza come la prima visione – ma comunque è un modo per prendere un impegno. Esattamente come ha fatto Di Maio. Sarà pure un giochetto il suo governo farlocco ma nell’immaginario collettivo il messaggio che arriva è quello di un impegno mantenuto. Reale e immaginario qui si fondano e, mettitelo in testa, la produzione di immaginario in campagna elettorale conta tantissimo. E ancora: il giochetto (la lista dei fantamistri, la salita al Colle, la presentazione cadenzata degli stessi ministri…) ha prodotto, di fatto, l’effetto di spostare il dibattito politico. Non si parla più del dopo-voto, delle scoppiettanti promesse di inizio campagna, di Renzi e Berlusconi, ma del governo che (non) verrà dei grillini. Il focus della discussione, il rumore di fondo della campagna elettorale nella fase più delicata (quella che mira a catturare l’attenzione degli indecisi, appunto) è tutto concentrato sulle proposte dei grillini e gli altri partiti, invece, restano appesi al commento sugli avversari. A inseguirli, appunto: non più produttori di contenuti, ma semplici followers. Metti poi che gli avversari si presentano agli occhi dei loro stessi elettori divisi, in contrapposizione tra loro, indecisi nelle scelte… ecco, di fronte a tutto questo, l’elettore dice: «voi intanto mettetevi d’accordo, ché io voto altro». Vedi?! Ammettilo: quello del Movimento 5 Stelle è stato un capolavoro di comunicazione politica. E, per giunta, riuscito. Tocca dirlo: chapeau!”.
Integerrima vs. Faziosa 1-0. Su calcio piazzato. Imprendibile.

…giorni dubbiosi

 ligabue 
Semi sospinti dal vento, si posano leggeri sul terreno dei giorni: spuntano inattesi i fiori bastardi dell’indecisione. Giorni immobili, polverosi, da museo di provincia. 

B., periodicamente, si ritrovava a raccoglierli quei fiori rigogliosi e freschi: ne faceva mazzetti odorosi e variopinti e restava a guardarli, in silenzio, per ore, appoggiato lì al suo solido muro. A chi gli chiedesse il prezzo, manifestava da subito il disappunto agnostico che lo avvolgeva: nebbia impalpabile che gli offuscava di rado anche la vista. Il ghigno beffardo e antipatico fendeva così il suo volto e B. fingeva magari tentennamenti se — e sottolineo se — la signora, che gli chiedeva il prezzo, aveva un baricentro bello stabile.

C’era chi si sforzava di capirlo, chi lasciava perdere, chi gli riproponeva la domanda, chi s’arrendeva ad avere una risposta. A detta di molti era un trucco da ingenuo commerciante destinato al fallimento; ma lui lo faceva perché desistessero a portarseli a casa quei fiori, in balia com’era del fluido oscillante dell’indecisione che lo costringeva, seppur in movimento, a non compier passi in avanti.

Poi, finalmente i fiori appassivano, e i giorni dell’indecisione sfiorivano: il semplice nonnulla, allora, eccitava mente e corpo, e i pensieri scattavano rapidi come code di lucertole al minimo dei quasiniente. E in quel turbinio di giorni propositivi tutto era facile da decidersi, fosse pure chessò la scelta di una birra, del colore di un paio di scarpe o di come cambiare l’Italia. 
Poi, complice la brezza e il sole, i fiori rispuntavano dal terreno e B., appoggiato ancora al solido muro, guardava estasiato il suo variopinto orticello: indesiderato e involontario orgoglio contadino che avrebbe fatto maraviglia perfino a quei tecnici fanatici d’urbanistica con la loro pazza idea di riqualificare le sperdute periferie urbane delle periferie del mondo, affogate tra l’asfalto e rimodellate nel cemento.

In uno di quei giorni, mentre con lo sguardo inseguiva calmo una libellula sul prato, giunse un cane che a fatica reggeva il peso delle orecchie, penzolanti. Gli si accovacciò di lato, ai piedi, come a un padrone. B., intenerito, volle chiamarlo Dubito, come la prima persona singolare, modo indicativo, tempo presente, di uno dei verbi che più amava usare.
Chi, distratto, gli passava innanzi, lasciava un obolo nonostante non fosse loro richiesto nulla. Con l’incasso — quando la cifra fu appena sufficiente allo scopo — B. e Dubito comprarono un taccuino per gli appunti: prezioso strumento di lavoro, per non dimenticare.