Tag Archive for 'Ipocrisia'

un po’ di sano qualunquismo italiano…

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(ASCA) – Roma, 23 feb – La legge che il Parlamento sta elaborando sul testamento biologico “coniuga carità e diritto”. Lo ha detto il relatore del provvedimento, Raffaele Calabrò, ai microfoni di Parliamo con l’Elefante, su Radio 24. [ * ].

Quando si dice “ipocrisia”, uno subito pensa a “falsità” e “doppiezza” – è naturale, viene d’istinto. Eppure – De Mauro docet – “Ipocrisia” altro non è che “simulazione di buone qualità o di buoni propositi”. Merita, forse, biasimo morale un buon proposito (anche se simulato)? Dipende. Eppure è più forte di noi: il biasimo morale liquida sempre ogni analisi dell’espediente retorico: si va subito al sodo, oltre l’apparenza. Chiaro? Bene. E allora – visto che ci siamo capiti – aggiungo a margine a quanto sostenuto da Calabrò: dare un’elemosina non richiesta è un atto di umiliazione più che di carità. Dice: e grazie al cazzo!, pare cosa evidente. E che vi devo dire: scusatemi se m’è scappato di precisarlo, credevo fosse necessario. E poi, ué, belli, diciamo che mi andava di intrattenervi con un po’ di sano qualunquismo italiano: banalità contrapposta a ipocrisia. Punto.

tutto può succedere…

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Splendente come non mai – come dubitare? – Giuliano Ferrara scrive stamani, in prima pagina, su Il Foglio: «La mia opinione laica e devota è che nel rapporto privato tra una persona e un medico, tra familiari e amici, nella relazione speciale con una suora o un prete, insomma in un rapporto di cura e carità, tutto può succedere, anche la preghiera di essere aiutati in certe circostanze a passare un confine ha diritto di essere ascoltata senza ipocrisie. Non in nome di una idolatrica dignità del morire, bensì della pietà che sempre e da sempre supera ogni legge». E qui, in punta di piedi, farei notare l’assurda conseguenza di questo ipocrito argomentare: nel diritto positivo sia esclusa la possibilità di dar corso a qualunque atto eutanasico ché solo in nome della pietà – nell’illegalità, mi par di poter affermare – un atto del genere può essere tollerato. Meglio non parlare apertamente di certe faccendacce: renderle legali servirebbe solo a pubblicizzarle e a dare scandalo. Meglio, molto meglio, agire nel silenzio dell’illegalità dove, per l’appunto, «tutto può succede» ché «è inevitabile – lo diceva quel tale – che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo! ».

underwear…

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«Per me le nozze sono tra un uomo e una donna, quelle tra omosessuali mi scandalizzano perché sono uno che crede nella famiglia da quando sono bambino e per chi crede nella religione una cosa del genere è molto strana».

Rino Gattuso, 21 giugno 2008

È senz’altro giusto…


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“È senz’altro giusto il consiglio che hai dato alle donne, dicendo che esse non devono lasciare un marito adultero e sposarne un altro [...]; anzi, devono sopportare il coniuge benché infedele, o sembrerà che vogliano approfittare di questa occasione per passare da un uomo all’altro; infatti difficilmente troveranno da sposare un uomo diverso da quello che hanno lasciato, perché gli uomini sono molto inclini a questo vizio.”

Agostino di Ippona, I connubi adulterini (I, 6, 6)

il fedele è così…


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Continua, incessante, il martellare mediatico attorno alla salma del santo del Gargano: giornali e tv ne stanno parlando a sbafo in questi giorni. Tanta è l’attenzione che s’è creata, che financo Berlusconi ha avuto modo di dire la sua – sbottonandosi non poco – sull’evento: segno che i sondaggi delineano schiaccianti consensi (cifre bulgare, direi) attorno all’argomento. E così, da diverse angolature, seppure sottovuoto e ficcato in una teca di vetro, l’abbiamo visto più e più volte, il santo. Cioè, abbiamo finto di vederlo ché i piedi erano coperti da calzari, le mani da mezzi guanti, il corpo da un saio, la faccia da una maschera “di silicone” (sottolineano gli attenti cronisti) e il capo da un cappuccio. Insomma, l’ostensione del santo corpo del cadavere non c’è stata ché quello li – diciamocelo francamente – pare un manichino disteso in una bara trasparente. Ma i fedeli pellegrini sono comunque eccitatissimi. Accorsi in massa, a loro non interessa che i brandelli mortali del Santo non si scorgono affatto; stremati dalla fatica fisica da estenuanti file, schiaffeggiati dal vento, accaldati dal cocente sole, restano impassibili, ordinati e mansueti pur di avere il privilegio di sfilare, per un attimo – una frazione di secondo, dico – davanti al catafalco col manichino. Il fedele è così: ama farsi prendere per il culo e gode ad esser trattato come una bestia.

Dio l’abbia in gloria…


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«Tutte le persone che hanno partecipato all’intervento medico sono dei malfattori perché hanno stroncato la vita di un innocente prima della nascita»

Cardinal Alfonso López Trujillo, 29.08.2006

Aveva le sue fisse il cardinal Alfonso López Trujillo. Guai a toccargliele. La citazione – tanto per capire che tipo era – è l’estratto di un’intervista che, nell’agosto del 2006, sua eminenza concesse all’emittente radiofonica colombiana Ren in merito all’aborto praticato nell’Ospedale Simon Bolivar di Bogotà su una ragazzina di otto anni violentata dal patrigno. È morto l’altrieri. Dio l’abbia in gloria e li se lo tenga stretto stretto.

come gregge al pascolo…

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La locandina sembra quella di un kolossal americano: faccia del protagonista su un lato, sullo sfondo un particolare dell’ambientazione, colore caldo e intenso a risaltare i particolari, titolo, nomi degli attori e orari di proiezione. Mancano pochi giorni per prenotarsi: i ben informati dicono, con una certa soddisfazione, che la fila sarà bella lunga: seicento visitatori all’ora! Il tempo necessario per buttare uno sguardo sommario ai resti putrefatti del santo, per valutarne sommariamente il grado di decomposizione e poi via.
Vista in filigrana insieme ai macchinosi dati dei flussi elettorali, quella della
visita alle frattaglie del santo mi sembra possa essere un’immagine più che attuale dell’Italia di oggi fatta (anche) di gente intellettualmente fragile, facilmente ricattabile sia umanamente che politicamente; gente ostinatamente arroccata, contro ogni evidenza e contro ogni conoscenza razionale in quella fragile meringa della propria identità e (quindi) nel proprio credo; senza dubbi e – questo mi pare ancora più grave – senza alcuna alternativa da provare per il gusto di migliorarsi. Una fila macabra – seicento visitatori all’ora – che parecchi considereranno suggestiva e poetica (ché per molti è suggestivo e poetico sprofondare in massa nei molli abissi arcaici del nostro paese) ma che io – come spero anche molti credenti – considero, invece, di una infinita e acuta tristezza. Un’immagine dell’Italia di oggi – lo dicevo prima – che suggerisce una semplice e pacata riflessione che è di pancia e di parte, certamente, ma pare – almeno a me – molto calzante: ci si può aspettare non dico qualche cosa di buono ma almeno un serio cambiamento da un popolo che freme e brama per venerare una salma? potrà mai cambiare un paese che s’ammassa in fila – come gregge al pascolo – per scorgere su di un corpo cavato da sotto terra i cambiamenti che, inesorabilmente, il tempo, i vermi e le muffe hanno provocato?

obiezione…


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«Forse [si] reputa malattia urgente – scrive stamani il dottor Belcari a Il Foglio –, che espone le donne al pericolo di vita, il concepimento, e morbo da estirpare con urgenza il concepito, sì da obbligare con campagne mediatiche tutti noi a prescrivere Norlevo minacciando di sanzionarci?». Argomentazione quella del medico obiettore speciosa ché non è – come insinua il medico – il concepimento a porre la donna in pericolo di vita quanto piuttosto le conseguenze di un allungamento dei tempi d’attesa che rendono un’interruzione di gravidanza rischiosa per la donna che ha deciso d’abortire. La clausola dell’obiezione di coscienza – scrisse, giustamente, Paolo Flores d’Arcais lo scorso 31 ottobre su Liberazione – era ben giustificata solo ai tempi in cui la 194 entrò in vigore ché i medici cattolici (e dunque obiettori) di allora “subirono” un’innovazione alla quale non avevano pensato nel momento in cui si specializzavano. Attualmente, però, chi sceglie una specializzazione medica come quella in ginecologia ed ostetricia e decide d’operare in un ospedale pubblico sa bene a cosa va in contro e se, fottendosene dei diritti di molte pazienti, pretende d’avvalersi dell’obiezione, utilizza – il meschino – una norma che non era stata scritta per lui, compiendo un gesto discutibile sia sul piano morale che umano. Immagino che ci siano vari modi di affrontare e risolvere il problema posto dagli obiettori: il modo più drastico – e forse anche quello più efficace – potrebbe essere quello di impedire agli obiettori d’intraprendere la specializzazione in ginecologia ché l’infame pratica dell’obiezione può vanificare (se non ostacolare) il diritto delle pazienti. Alternative? Chiedetele al dottor Belcari.

la prova ontologica…

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Se Dio esistesse, farebbe qualcosa per Giuliano Ferrara.

speriamo…

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A parole, tutti hanno condannato e continuano a condannare la sanguinosa repressione delle autorità cinesi; appena s’era avuta notizia della rivolta tibetana (con i tragici morti che, già nelle prime ore, si contavano a decine) era subito partito, puntuale, il tam tam della falsa solidarietà: quella solidarietà che vale quanto un soldo di latta e puzza più della morte.
A parole, dicevo, tutti sono pronti a condannare lo schifo e i soprusi che avvengono in Tibet per mano delle autorità cinesi. Autorità – è sotto gli occhi di tutti – che se ne sbattono i coglioni delle parole mentre temono – questo, si – una sola cosa: un fermo
aut aut dell’Occidente. Basterebbe, infatti, che uniti si dicesse: “cari cinesi, se la repressione non cessa immediatamente la fiaccola olimpica (ora che è bella che accesa) ve la potete ficcare nel culo, senza vasellina”. E invece l’ipocrisia dell’occidente si guarda bene dal farlo. E ci mancherebbe. Le argomentazioni, acute come uno spillo, a favore delle Olimpiadi non mancano e non mancheranno: già le vedo tutte li, in fila, ammantate di nobiltà e ragionevolezza, pronte a scegliere una strada da sepolcri imbiancati (“essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume” Mt 23:27). S’è detto (e si continuerà a dirlo) che il boicottaggio non serve a nulla e che anzi potrà danneggiare il popolo cinese, i dissidenti. Già li sento – a questi ipocriti dalle acute argomentazioni, dico – discettare sul fatto che in Cina la libertà non può che essere veicolata attraverso scambi di ogni genere (cazzo, non vorrete mica affermare che lo sport non è veicolo di pace?). E allora: Olimpiadi siano!
La verità, però,
è cosa ben diversa e anche i più cinici sarebbero disposti ad ammetterla. Ai capoccioni occidentali non importa un cazzo dei valori e dei principi se – e sottolineo se – questi rischiano di far saltare il principio di tutti i principi e il valore di tutti i valori: il profitto, quello che si celebra in borsa.
Suvvia, non siamo ipocriti, ché a saperle leggere le dichiarazioni di
certi miserabili è evidente come il sole che per loro il denaro viene prima di ogni cosa. Del resto, con il tempismo di un maratoneta da guinness dei primati, Bush (quello che va dicendo di parlare con Cristo, posandogli il capo sulla spalla), proprio alla vigilia della repressione tibetana, aveva tolto la Cina dalla lista dei paesi che commettono violazioni gravi dei diritti umani. Mah! (speriamo almeno che adesso ce l’abbia rimessa).
Di fronte allo scempio che s’è consumato e che, purtroppo, continua a perpetrarsi nel Tibet
mi sarebbe piaciuto sentir gridare un laico “non possumus”, unanime e forte, soprattutto da parte di quei governi e schieramenti che si definiscono liberali e che per giunta, magari, vanno sbandierando a destra (soprattutto) e a manca come irrinunciabili le radici cristiane dell’Europa. Nulla, purtroppo, di tutto questo è avvenuto e, ahimé, nulla di tutto questo avverrà nei giorni a venire ché sappiamo bene tutti come di pie illusioni democratiche siano lastricate le strade dei successi totalitari.
Ci resta, a ’sto punto,
la speranza che a far qualche cosa siano i mass-media, gli intellettuali, le personalità dello spettacolo e, perché no, gli stessi sportivi. Per come stanno evolvendo le cose il loro secco “no” alle Olimpiadi di sangue sarà la sola e unica solidarietà concreta per i democratici del Tibet e della Cina. Accontentiamoci. (E speriamo).