Il tizio che sorride…

Baciamano
Con una straordinaria faccia di culo, nel giorno del suo insediamento, il neocommissario di Roma è andato a prendere servizio non dal presidente del Consiglio che l’aveva cooptato ma dal papa, facendosi immortalare peraltro nell’atto di baciargli la mano.
Al di là del simbolismo che ognuno di noi, in base alla propria sensibilità culturale, può ricavare dallo scatto, quello che ha catturato la mia attenzione nella foto non è la scena in primo piano, che pure ha il suo fascino gotico e feudale, ma lo sfondo — meglio, le comparse dell’evento. Su di una, in particolare, s’è soffermata l’attenzione: il tizio che sorride con un’espressione tra il malizioso e il furbesco: un riso, forse, come di uomo di mondo che ben sa come fare andare il mondo. E il tizio che sorride è una costante in tutte le foto del genere: fateci caso (fatevi aiutare semmai da Google) troverete sempre il tizio sorridente — sempre diverso ovviamente, a volte smilzo, a volte col doppio mento, civile o prelato, pelato a volte e a volte brillantinato.
Be’, sentite a me: la storia d’Italia — più che dai pontefici e dai capi di governo – penso sia stata fatta dal tizio che sorride, quello che, sornione, sa come va il mondo. Sinceramente, cosa volete che possano contare quelli che provano disgusto fino a vomitare bile allo spettacolo schifoso, innaturale e persino goffo di un uomo che bacia la mano a un altro uomo? Cosa volete che possano contare bocche e mani che cambiano di tanto in tanto, con frequenza diversa, giusto per non ammorbare troppo il pubblico che prova trasporto e si diverte al teatrino dei pupi? Seppur cambiando, diverso sempre di volta in volta ma uguale a sé stesso nel ruolo, è il tizio che sorride, quello che fa la storia — più malizia ci mette nel sorriso, più furba è l’espressione, meglio gli viene.

[…]

Bianca


[Come sempre, quando è di tanto che si avrebbe voglia di scrivere, ci si ritrova davanti alla pagina bianca senza riuscire bene a infilare in riga due o tre parole giuste; senza sapere bene da cosa cominciare e, soprattutto, dove andare a finire. E non si scrive. È il cortocircuito della grafomania che al grafomane fa girar assai i coglioni; cortocircuito che spinge in genere a soluzioni disperate come tentar di condensare il pensiero tutto in poche righe, a risolvere in battuta un costrutto del pensiero molto più complesso e articolato. Ed è inevitabile che in quelle poche righe non vi si scorga traccia leggibile dei temi che si voleva trattare, dei problemi che si voleva cercare di afferrare e fermare su carta o altro supporto più o meno reale, ma solo l’umore che muove la scrittura in mezzo a essi. E di solito non è affatto un buonumore – e no, direi proprio di no – tuttalpiù è grasso sarcasmo, che vira al grottesco e il più delle volte al macabro.
Capita – di rado, ma capita – che si arrivi a rinunciare anche a quelle poche righe, allo sberleffo sguaiato, per accontentarsi di esprimere il proprio malumore in una citazione letteraria o in un pezzo musicale, che quasi sempre riescono a riassumere bene il malumore che si prova ma solo a chi le sceglie.
Dal troppo voler dire, e dal sentire di doverlo dire, si arriva – sublime paradosso – a non dir niente o quasi: ‘na pernacchia, una bestemmia, un lamento anche mal riusciti, e l’unica certezza è una lucida coscienza di assoluta impotenza. Impotenza non nel provare a metter ordine nel mondo per mezzo della scrittura – problema, invero, tosto assai a risolvere – ma anche solo ad aver la forza di esprimere con la chiarezza e la lucidità necessarie quel disordine che spinge a provarci, che arriva a prendere possesso degli individui e dei fatti dopo averli piegati fino a renderli intrattabili a ogni forma di logica e dunque intrattabili a essere narrati con qualunque mezzo. Si è sorpresi dall’inutilità del provarci: sospesi tra l’irrefrenabile voglia di agire e il massacrante desiderio di desistere.
Oggi, per esempio, ci sarebbe da scrivere – e tanto – sugli spazi concessi dalla stampa nazionale al viaggio del papa in America e sulla superficialità con cui vengono trattate le dichiarazioni – che ci son state – riguardanti, invece, la pedofilia del clero. È un indicatore – ritengo sia il più emblematico – dello sfacelo culturale e dell’assenza dell’autonomia del pensiero critico del Paese e allora ci sarebbe da scrivere – e tanto – su ciò che l’ha posto in premessa. Già qui sta in agguato una prima vergine: averne già scritto e ampiamente – sicché siamo poi certi che repetita iuvant? E a chi?
Si è oramai consolidata la convinzione che al Paese non tocchi altro che il commissariamento – apertamente istituzionalizzato, dico – ecclesiastico: triste revival degli anni intercorsi tra il 752 al 1870. Ridotti a sudditi del mostro a due teste che ha sempre malamente inculato ogni illuso che sognasse per l’Italia un qualsiasi destino laico, sarebbe meglio che qualsiasi parodia di Prometeo buttasse via lo stampo che ci fece uomini: donare il fuoco ai ciechi è inutile oltre che dannoso.]

senza oneri per lo Stato…

  
“Il governo è pronto a inserirla nella prossima legge di stabilità o a scrivere un decreto per sancire che le scuole paritarie non devono pagare l’Ici/Imu/Tasi.” Attacca così l’articolo a firma di Giovanna Casadio, su la Repubblica di oggi, in cui viene discussa la sentenza della Cassazione che ha dichiarato illegittima l’esenzione fiscale sugli immobili in cui si svolgono attività didattiche gestite da religiosi.
Dovrei, a questo punto, intrattenermi almeno un pochino sull’argomento, ché questo pare sia il temino sul quale la blogosfera è chiamata a fare il compito in classe, e a consegnare il foglio in bianco si fa una figuraccia, non sia mai detto. Ma — ma… — il rischio, visto il supporto dei filoclericali che siedono al Governo e in Parlamento e vista, soprattutto, l’offensiva clericale in atto, beh — visto tutto sto po’ po’ di roba, dicevo — pare impresa a dir poco assurda: provare a illustrare e a contestare punto per punto i motivi avanzati contro la sentenza è davvero tempo perso. Ché poi, a conti fatti, sono sempre i soliti motivi. Quali? Beh, quelli che da decenni hanno allegramente ignorato — neanche pisciato di striscio, ecco — l’articolo 33 della Costituzione: «la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». Perdere tempo a discutere sul resto, davvero, non mi sembra il caso e comunque, visto i presupposti, c’è davvero poco da discutere.

Prendete, per esempio, la cattolica Italia.

Mussolini alessandra

La famiglia tradizionale è un modello che, nel tempo, vede immutato il suo fascino ammaliatore. Le tetragone certezze su cui si fonda, infatti, vengono direttamente dalla legge naturale, discendono dunque da Dio per essere restituite in un incantevole caleidoscopio di serenità e letizia a chi – ça va sans dire – è disposto a rispettare quella legge, accogliendola in sé come propria natura.
Innanzitutto, natura di genere, cioè quella che stabilisce e disciplina la diversità biologica tra maschio e femmina, diversi perché fatti per completarsi a vicenda e nel fine più nobile, cioè quello riproduttivo, che è, in ultima analisi, anche e soprattutto trasmissione di cultura e di valori. Dunque, natura di genere, ma anche – e per forza di cose – di persona, e di persona intesa come “organismo unitario – dice lo Zanichelli – costituito da un complesso di persone fisiche e di beni cui lo Stato riconosce capacità giuridica e d’agire per il perseguimento di uno scopo lecito e determinato”, soggetto relazionante, cioè facente parte di un corpo articolato in strutture che nessun malinteso senso della libertà può azzardarsi a mettere in discussione senza con ciò minare le fondamenta stesse della società.
Il Family Day l’ha fatto capire in modo inequivocabile: è la tradizione cristiana che informa il modello di famiglia, perché nemmeno può dirsi famiglia un modello diverso da quello tradizionale. La tradizione cristiana, che in questa bella parte d’occidente coincide con quella cattolica, difende questa famiglia, l’unica a potersi dire famiglia, l’unica che sulla verità fonda l’amore e dall’amore trae la verità.
“Maschio e femmina Iddio li creò”, e doveva esserci un motivo, e il motivo era appunto la specializzazione dei ruoli. Sovvertire quest’ordine arreca disarmonia, e sconcerto, e, spero ne converrete, crisi. Rispettarlo come cosa sacra, rinunciando alle pulsioni egoistiche che fanno fraintendere questo modello di famiglia come rigido e oppressivo, e quanto se ne allontana come ricerca della felicità dell’individuo – rispettare quest’ordine, che è rispetto del sacro e quindi indissolubile vincolo matrimoniale e dell’altrettanto sacro debito di amore nella catena che ci genera come figli e ci rende genitori – rispettare quest’ordine, dicevo, è sublime fonte di ricchezza spirituale e, perché no, materiale.

Prendete, per esempio, la cattolica Italia. Provate a zoomare sulla ridente Lazio. Ancora zoom, sulla cattolicissima Roma. Zoomate ancora su quella macchia di verde. Ecco, vedete quella ventina di villette tra gli alberi di quella collina? Bene, osservate cosa accade in casa Floriani.
Gente sana, forte, laboriosa, che nella famiglia ci crede, e infatti sono tutti uomini e donne assai devoti, li troverete in chiesa ogni domenica, non mancano mai a una processione e, se chiedete al parroco, non potrà che dirvene un gran bene. Patriarcale, dicono. Dicono che quello dei Floriani sia un clan patriarcale. Qualche intellettualucolo azzarderebbe addirittura a definirlo un aggregato di tipo familistico-tribale, a tanto siamo giunti nel non saper più riconoscere come virtù nell’uomo la fedeltà alla regola dei nostri antenati, quella fatta di rispetto per i genitori e di venerazione per i nonni, di sollecita dedizione all’uomo e alla donna che sono e saranno il compagno e la compagna dell’intera nostra vita, di attenzione e cura al prolifico frutto dell’amore, cioè ai figli, cui non bisogna mai lesinare esempio e catechismo, semmai anche uno scappellotto, se necessario, ché uno scappellotto, è uso dire, non ha mai ammazzato nessuno. Ma torniamo ai Floriani.
Le donne stanno in casa, è la regola. D’altronde, una donna in casa, se non indispensabile, è quasi sempre necessaria volendo una prole sana, forte e rispettabile. Mettiamo caso che una donna voglia lavorare fuori casa. Mettiamo che di famiglia – la famiglia di lei, dico – la signora abbia la fissa della politica e mettiamo che, per il cognome che si porta appiccicato addosso, venga pure eletta al Senato. Mettiamo – e qui c’è poco da lavorar di fantasia – che cominci a guadagnare più di suo marito. Devo aggiungere altro? La famiglia tradizionale è andata a puttane (letteralmente, verrebbe da chiosare). È quasi inevitabile che inizino a crearsi malumori. La moglie perderà quella naturale mitezza femminile – non che nel caso in esame ne avesse prima, ma mettiamo che si sia accentuata –, e al marito verranno meno quelle certezze che fanno la sua forza anche nei momenti difficili che non mancano mai nella storia di ogni famiglia. Il pomo della discordia si insinuerà maligno nella pace domestica iniettando il suo mortale veleno, alterando i contorni della realtà, ombreggiando di sospetto e di risentimento quanto è ormai andato perso del sacro modello.
Basta uno scranno al Senato? Non è quello, via, non banalizzate. Però, pensateci: se siete stati educati come si deve dal vecchio Floriani, e invece della moglie tradizionale vi trovate in casa una moglie che non sta sempre in casa, be’, qualche pomo al culo ve lo ritrovate. La santa tradizione cristiana lo dice e lo sottolinea: o vergine o madre (tutte e due le cose insieme solo la Madonna). Se non sei vergine e non fai la madre come si deve, cioè non stai in casa a far la madre, non è che sei automaticamente una zoccola, ma insomma, come dire, la probabilità a favore non ti manca. C’è da perderci la testa, e il buonumore, e la salute. Per un maschio, diciamolo, è micidiale, si diventa nervosi, chissà, pure un pochetto aggressivi, o comunque ti si ammoscia la voglia. Come fai a scopartela, una che è così diversa dal modello incarnato da tua nonna, da tua madre e da tua sorella? In quello che l’intellettualucolo chiamerebbe gruppo familistico-tribale l’incesto, che era regola, oggi è sublimato, sicché non riesci proprio a scopartela una donna diversa dalla nonna, eccetera. Cioè, puoi pure scopartela, anzi puoi pure scoparti una minorenne, come fanno molti buoni padri di famiglia cattolici, ma una tantum, via, giusto per aver qualcosa da confessare al parroco, ecco. Una zoccola mica te la sposi (una minorenne tanto meno, la Cei su questo è categorica).
Trovarti in casa – quando te la trovi – una che avevi preso come moglie e adesso c’ha la chance d’esser zoccola ti fa passare la voglia, che infatti vuole testa, buonumore e salute. E infatti ultimamente te la scopi sempre meno. E così t’organizzi. Poi, un giorno, ti ritrovi accusato (*) dalla Procura di Roma di prostituzione minorile per avere chiamato due ragazzette dei Parioli che vendevano il proprio corpo in un appartamentino.
Tua moglie – l’ha dichiarato in passato ai giornali – ha partecipato a diversi Family Day – ora la difesa della famiglia tradizionale le impone di comportarsi di conseguenza – …insomma, stai sereno Mauri’!

Zoom indietro, villetta in mezzo al verde, Lazio, Italia, occidente cristiano.

Chiaro, no?

Italia

Le sentenze – è in uso dire – vanno rispettate, sempre, anche quando sono considerate ingiuste. Rispettate, senz’altro. Ma criticabili, pure.
Senza però star qui a farla troppo lunga – ché qualcuno poi ci legge un dappiù di malizia da parte mia nel voler, magari, aggirare un ostacolo sopravanzando il legittimo diritto –, da quando la Cassazione ha stabilito che l’espressione “paese di merda” configura reato di vilipendio alla nazione, io mi limito a pensarlo, ma m’impongo, anche con la forza, contravvenendo ai miei principi morali di liberà di esprimere le mie opinioni sempre e comunque, m’impongo, dicevo, di non venir qui a scrivere “questo è un paese di merda”. Mi costa, lo ripeto, enorme sacrificio, ma la legge è legge; e dinanzi alle disposizioni dell’Alta Corte, m’inchino umilmente e mai, dico mai, mi troverete più a scrivere “paese di merda”, mai. Rinuncio anche a imbastir un minimo di ragionamento a sostegno della tesi che la definizione sia perfettamente calzante al nostro Paese. Ci rinuncio non foss’altro per evitare di dover utilizzare giri e giri di parole per non contravvenir al divieto di citare palesemente l’espressione tra virgolette. Chiaro, no?
Premessa che sarebbe superflua, questa, se il Paese, questo Paese, non fosse quello che è. Paese in cui è permesso, con disarmante superficialità, aggirare le leggi dello Stato a tutti e a tutti viene offerta, poi, un’interpretazione comoda a parargli il culo; un Paese questo in cui un delinquente pregiudicato ancora ha la possibilità di dire le sue idiozie in tv davanti a milioni di telespettatori; un Paese questo in cui a un altro viene offerta la possibilità di candidarsi in barba a disposizioni dello Stato, salvo poi sputtanarlo con una lista la cui legittimità viene poi disconosciuta dagli stessi organi che ne hanno voluta la legittimità.
Ecco, e qui mi fermo: quale migliore definizione – chiedo ora – per un Paese in cui questo (e molt’altro) può accadere? Chiaro, no?

Cinque a Due…

Siamo alle solite: hanno fatto così anche con Berlusconi, per vent’anni, e non è servito a un cazzo. Avranno imparato la lezione, uno pensa. Macché, anche stavolta hanno pensato che a far perdere consensi al demagogo potesse bastare mostrare le contraddizioni con se stesso, dar prova che sia un gran cazzaro, che cambi idea con la disinvoltura con cui una puttana si scopi un cliente o l’altro, che tratti la questione morale con l’elasticità di un copertone per automobili, tirandola e sformandola a seconda di come più gli aggrada.
Certo, dice, la battuta d’arresto c’è stata — ma relativa, ché quello delle Regionali era, in partenza, un test assai poco significativo: Renzi, in soldoni, vince comunque cinque a due. Eppure s’era lì a sparare nel mucchio, l’imbarazzo della scelta era davvero tanto: De Luca che piscia allegramente sulla legge Severino ma dice che la sua è una pisciata “di scuola”, lo scivolone mediatico della Bindi e la lista degli impresentabili, i candidati sbagliati in Liguria e in Veneto… un catalogo delle contraddizioni davvero voluminosissimo, roba da far invidia alla Treccani! Niente, cinque a due.
È che questi lodevolissimi commentatori delle altrui contraddizioni, indice teso a mostrar il paradosso, sotto sotto so’ sentimentalmente democratici e sfacciatamente ottimisti: convinti che alla gente faccia difetto solo la memoria. Magari! È che alla gente, oltre la memoria, fa soprattutto difetto la buona coscienza. E poi, cotanta cazzimma, cotanta guapparia, cotanta sfaccimma d’uomo – uomo, per giunta, di cotanta conseguenza – qui da noi, da sempre, fanno il deus ex machina.
È che, diciamolo chiaro, la gente ha bisogno di un millantatore in cui versare tutte le proprie speranze, qualcuno che incarni i suoi stessi difetti con l’autocompiacimento di chi li sappia volgere a pregi, esaltandoli a carattere nazionale. Mente? Suvvia, lo farà a fin di bene, per catalizzare le positive forze della speranza. Imbroglia!? E chi non imbroglia. Ma è mai possibile che nessuno riesca a cogliere negli atteggiamenti, nei toni e nei tic comportamentali di questi Uomini della Provvidenza, più o meno unt(uos)i, gli stessi atteggiamenti, gli stessi toni e gli stessi tic di chi applaude loro? Di questa gente sono semplicemente il medium. Fosse bastato rammentare alla plebaglia la promessa di un milione di posti di lavoro e la sconfitta del cancro, quanto sarebbe durato Berlusconi? Volevano credergli, dovevano credergli e nessuno avrebbe potuto togliergli la malia del feticcio, se non chi avesse trovato il modo di fottergliela.

Dice: possibile che la gente sia tanto ottusamente in malafede? Non tutta, la maggioranza sì, però. Ed è una maggioranza che rimane salda e solida attraverso gli anni, forte come l’ignoranza quando si pavoneggia, compatta e rigida pure quando i flussi elettorali la descrivono liquida e mobile, senza soluzione di continuità anche quando si dilania in due schieramenti: è l’anonima maggioranza inetta alla libertà, quella che schifa le responsabilità, tutte le forme di responsabilità. Perché un paese con questa maggioranza dovrebbe salvarsi dallo sberleffo, dal fallimento? Non sarebbe giusto, via.

Grazie, partigiani.

  

A Marcello Veneziani il 25 aprile non piace e, nel borbottio del suo rosario, dalle pagine de Il Tempo, spiattella i suoi (sette) buoni motivi per non festeggiarlo.
Al netto delle polemiche che questa festa si trascina stanca da anni, oggi il modo più diffuso per onorare la Liberazione consiste nel rimuoverla, annegandola in un mare di ignoranza. Ma anche i pochi che sanno ancora di cosa si tratta preferiscono abbassare i toni della polemica “[p]erché non rende onore al nemico, anzi — per dirla con le parole di Veneziani — nega dignità e memoria a tutti costoro, anche a chi ha dato la vita per la patria, solo per la patria, pur sapendo che si trattava di una guerra perduta.” Una sensibilità meritoria, se non fosse che per attutire il senso del 25 aprile si è finito per ribaltarlo, riducendo la Resistenza alla componente filosovietica e trasformando le ferocie partigiane che pure ci furono nella prova che tra chi combatteva a fianco degli Alleati e chi coi nazisti non c’era poi tutta quest’enorme differenza.
Nel fragore di una festa così festante, tra un analgesico e una rimozione dei fatti, è passato in secondo piano da cosa fummo liberati. Fummo liberati — lo dico per i distratti — da una dittatura populista alleata con la Chiesa, direi. Ci togliemmo dalle palle uno che la Chiesa aveva definito “uomo della Provvidenza” e che fino a due anni prima era osannato da tutti, tranne che da quelli in villeggiatura a Ventotene o a riempire quadernetti nelle patrie galere: scassacazzi considerati a lungo dei disadattati e dei nemici della Patria.
La Patria aveva un Destino, perfino un Impero, e il Regime poteva godere di un consenso plebiscitario, preti che benedicevano gagliardetti e pugnali sguainati al cielo. Ma la plebaglia si sa com’è: “è la solita folla che alterna l’«Osanna!» al «Crucifige!» e che tende ad attribuire a uno solo le proprie fortune o le proprie sciagure. Chi la trascina e chi la esalta, accarezzandone gli istinti ed eccitandone le passioni, la vedrà delirare nell’ora del successo, ma se la ritroverà davanti, inesorabile e spietata, al momento del disastro” (Raffaele Cadorna, La riscossa, Rizzoli 1948).
Dovrebbe essere la festa di chi aveva ragione su chi aveva torto, ma torto e ragione dividono, e la storia cambia spesso parere. E c’è chi provocatoriamente sfrutta queste oscillazioni, piccole crepe nella memoria storica, per attenuare le ragioni e per esaltare i torti a seconda che si trovi a sedere da una parte o all’altra del gruppo.
Il 25 aprile, scrive ancora Veneziani, è “rimasta l’unica festa civile osservata in Italia”. Civile un cazzo, caro Marcello, ché tra gli scassacazzi che fiancheggiavano gli alleati e quelli che appoggiavano i nazisti la differenza c’era ed era tutta Politica (scritta volutamente con la “P” maiuscola). Tant’è che se avessero vinto i reduci di Salò saremmo diventati una colonia di Hitler. Avendo vinto i partigiani, siamo una democrazia. Nonostante tutto, a sett’antanni di distanza, il secondo scenario mi sembra ancora preferibile al primo.
Anche per questo: grazie, partigiani.