Ho votato Democrazia Cristiana, come il parroco m’ha suggerito…

Lettera bufalino

“Anni fa – non molti, è bene saperlo in anticipo – un carteggio di raro tenore s’intrecciò tra due coniugi siciliani, lui emigrato per lavoro in Germania, lei rimasta in paese ad accudire la vecchia suocera e la giovanissima prole. Analfabeti entrambi e riluttanti a dividere con uno scrivano estraneo e venale i segreti della propria intimità (fossero effusioni d’affetto o notizie di spicciola economia domestica), i due sposi ricorsero, per corrispondere, ad un linguaggio di convenzione, un sistema di pittografie in sequenza, il cui senso risultasse intelligibile al destinatario. “Amore mio caro, il mio cuore è trafitto dal tuo pensiero lontano, e ti tendo le braccia insieme ai tre figli. Tutti in buona salute, io e i due grandicelli, indisposto, ma non gravemente, il piccino. La precedente lettera che t’ho spedito non ha ricevuto risposta e ne soffro. Tua madre, colpita da un male, si trova in ospedale, dove mi reco a trovarla. Non temere che ci vada a mani vuote; né sola, dando esca a malelingue: m’accompagna il figlio mezzano, mentre il maggiore rimane a guardare il minore. Il nostro poderetto, ho provveduto che fosse arato e seminato. Ai due “giornalieri” ho dato 150.000 lire. Si son fatte le elezioni per il Comune. Ho votato Democrazia Cristiana, come il parroco m’ha suggerito. Per la Falce e Martello la sconfitta è stata grande: come fossero morti, in un cataletto.
Ma che vincano gli uni o gli altri, è tutt’una. Nulla cambia per noi poveretti: abbiamo zappato ieri, zapperemo ancora domani. Molte ulive quest’anno, dai nostri ulivi. L’uomo e i due ragazzi che ho assunto, l’uno per bacchiarle, gli altri per raccoglierle a terra, mi sono costati 27.000 lire. Altre 12.000 lire le ho spese per il frantoio. Ne ho ricavato tant’olio da riempire una giara grande e una piccola. Posso ricavarne il prezzo corrente che è di 1.300 lire al litro.
Amore lontano, il mio cuore ti pensa. Ora, soprattutto, che viene Natale e vorrei essere insieme a te, cuore a cuore. Un abbraccio, dunque, da me e dai tre figliolini. Arrivederci, amore caro, il mio cuore è tuo e ti sono fedele, unita a te come i nostri due anelli
”.


Gesualdo Bufalino, La luce e il lutto

come per gli attrezzi del mestiere…

Ferri del mestiere

La lettera più cretina che ho letto a difesa del sindaco di Venezia, Brugnaro, è stata quella indirizzata ad Augias da tale Lorenzo Colivini pubblicata ieri da Repubblica. Il Colivini, critico nei confronti di Augias, sostiene «che dopo filosofi e giuristi insigni che hanno portato Venezia al disastro odierno, un sindaco ruspante (ma tutt’altro che stupido) merita di essere giudicato senza preconcetti.» La risposta di Augias alla provocazione (?) del lettore è, come nel suo stile, pacatamente sarcastica e riporta il problema al suo punto d’origine: «Con la sincera speranza che — chiosa Augias — il nuovo sindaco di Venezia possa smentire nel modo più convincente l’antico motto che chi parla male pensa anche male.» Ecco, l’ha detto: chi parla (e scrive) male pensa anche male.
La precisione di un termine – non importa se aggettivo, verbo, sostantivo, ecc. – è la consapevole visione del reale (d’un pezzo del reale) cui esso fa riferimento. In questo senso – è il caso di precisarlo subito – non esiste alcun termine che si possa dire, in principio, preciso in assoluto: si tenta – chi tenta, e quando tenta – d’essere precisi quanto più possibile, magari solo di striscio. Sicché, come per gli attrezzi del mestiere, più termini a disposizione avremo fra i quali scegliere quello più preciso – relativamente preciso – e più spingiamo la nostra visione verso il vero, anche se questo non implicherà necessariamente capire esattamente ciò che si vede.
Quando il termine è superficialmente impreciso, quando la lingua è utilizzata male, quando un italiano ha un pessimo italiano, quando non si compie lo sforzo di procurarsi il migliore dei termini per esprimere un concetto, insomma, quando — per colpa o per incapacità — la scelta di un termine è limitata, sciattamente lasciata ai fastidiosissimi modi di dire, si vede sicuramente male e sicuramente non si capisce niente.
Parlare e scrivere sono più causa che effetto del conoscere: parlando e scrivendo si ragiona, il linguaggio costruisce il pensiero, non viceversa.
Più ridotta è la possibilità di scelta, più lo strumento di scelta è inutilizzato o, peggio ancora, è male utilizzato, più si è trasandati nella scelta di un termine, e meno si ragiona. Sicché, se sento e leggo quanta gente parla e scrive male, se sento e leggo ovunque un pessimo italiano, io mi spiego il perché della folle decadenza che ha preso l’Italia; e, giacché il peggiore italiano è ormai parlato e scritto da chi, cocciutamente, s’ostina a ritenersi in grado di gestire (e, magari, cambiare) le sorti di questo paese (a tutti i livelli, e per le competenze che gli spettano), beh io mi spiego pure perché questo paese sia oramai del tutto andato irrecuperabilmente a male.