
È oramai del tutto evidente che l’ex-feto Giuliano Ferrara, con i suoi proclami e la sua gialla spilletta pro-life, si propone, urbi et orbi, come redentore universale. Stamani quest’eroe elefantiforme l’ha detto chiaramente, in uno dei suoi editoriali di propaganda, che «c’è un nonsenso tragico [che] si insinua nella convivenza civile» e la risposta a questo sbandamento non può che essere «una lista elettorale della moratoria che imponga al Parlamento di una grande nazione occidentale la questione della vita che non si manipola, della vita che non si tocca». Dalla tragedia alla farsa, insomma.
Una cosa, però, sia subito detta: Ferrara non è certo il primo che si candida nel ruolo del redentore. I veri dittatori – tanto per esser chiari – hanno tutti la bramosia di modellare società perfette: comunisti o fascisti che siano tutti hanno sempre la ricetta in tasca bella che pronta per spalancare le porte dei loro paradisi (reali o presunti) a cui tutti i kamikaze (reali o presunti) anelano.
Il martellante incitamento de Il Foglio per convincere le donne di tutto il mondo a non abortire – ché per il direttore di quel giornale tutte le donne non pensano ad altro che ad abortire – è snervante e urticante ché al di la delle (ipocrite) intenzioni del direttore (che continua a sostenere – unico a crederci – che quella della moratoria non è la classica schermaglia clerico-nazionale ma una battaglia culturale) è innegabile che da quelle colonne – quelle de Il Foglio, intendo – parte quotidianamente una dose massiccia di attivismo neotradizionalista, illiberale e anti-illuminista clericaleggiante che cerca di terrorizzare agitando lo spauracchio dell’eugenetica nazista, fingendo – almeno spero che sia finzione – di non sapere che una cosa sono le scelte individuali di persone responsabili che si muovono entro le leggi dello Stato di diritto e un’altra cosa, invece, sono i programmi autoritari imposti con forza da uno Stato-leviatano alla Hobbes. A chi ha cara la teoria di un ormai imminente crepuscolo della modernità affogata «nella marea relativista del tutto è possibile se è tecnicamente possibile» è indispensabile un faro, una lanterna. Tradizione, fascino, potenza, autorevolezza e potere: la Chiesa di Roma ha tutto questo, infarcito con un tantino di sana ipocrisia, di quel sacrosanto cinismo che hanno sempre mandato in soluchero Giuliano Ferrara nel suo voltagabbaneggiare.
E così in questo scenario in cui si mira, scientemente, a sputtanare il termine “laico” e a svuotarlo, dal di dentro, del suo significato che ci viene restituito privo di sostanza e di consistenza (come una maschera di gomma), il pontefice e i suoi scagnozzi hanno la possibilità di discettare su aborto, pillola, preservativo, gay, fecondazione assistita, testamento biologico e quant’altro non già – ed è questo il punto – per indirizzare evangelicamente le coscienze dei credenti, ma per impartire direttive politiche (basti leggere quanto riportato qui) ai tanti parlamentari pronti a calarsi le braghe ad ogni loro accenno. I Volontè, Buttiglione, Binetti e Bondi – presenti trasversalmente nei vari schieramenti, si badi – spalleggiando supinamente questi assalti neotradizionalisti alla libertà della persona pretendono di parlare in nome dei valori ma, in realtà, tendono solo ad impedire il dibattito sulle leggi che si discostano dalla moralità del loro Dio, fottendosene allegramente del fatto che le leggi devono esprimere un civile compromesso tra le diverse visioni esistenti nel paese: visioni dei credenti, non credenti e diversamente credenti. Leggi che – e questo è quasi banale dirlo – non devono tradurre in reato nessun peccato.
«Come cristiano accetto l’umiliazione – scrisse De Gasperi a Pio XII incazzato, quest’ultimo, per non aver incassato l’“obbedisco” dello statista democristiano – , benché non sappia come giustificarla; come Presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, la dignità e l’autorità che rappresento e di cui non mi posso spogliare, anche nei rapporti privati, m’impone di esprimere stupore per un rifiuto così eccezionale e di riservarmi di provocare dalla Segreteria di Stato un chiarimento». Leggeremo mai più lettere di questo tenore? Ne dubito fortissimamente.
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