A margine.

Umberto bossi

  Sono necessarie una piccola considerazione e — a margine, seppur stretto — una precisazione su questa ”condanna per vilipendio” — in queste ore è argomento comune sul cartaceo, in tv e on line – che ha visto contrapposti l’ex senatùr Umberto Bossi e l’ex presidente Napolitano.
A voler riassumere la cosa in poche battute andrebbe detto che Bossi nel corso di un comizio, citando il nome di Napolitano chiosò dicendo «nomen, omen, l’è un terùn!». Gli astanti — ricordano le cronache — sottolinearono la battuta con applausi e altri rumori corporali scandendo il classico e scontato «vaffanculo». Chiusura ad effetto dell’ex leader: «Non dite così, magari gli piace». Fine della cronaca. Punto.
Ieri la condanna: un anno e mezzo di reclusione all’ex leader leghista per vilipendio.
Ora, immagino che il presidente Napolitano sia molto più di me sensibile alla tutela, al di là della propria persona, delle dignità della carica che ha ricoperto e che altri ricoprono e ricopriranno, ma la questione rischia di prendere una brutta piega ché quello di vilipendio è, obiettivamente, un reato detestabile quanto il carcere che qui si auspica il senatùr non debba scontare. Insomma, il costo della squallida vicenda giudiziaria è alto, più ancora che per lo spensierato Umberto Bossi, per l’Italia e i capricci della sua giustizia. E questa la considerazione.
A margine: non mi si vengano a tirar in ballo parallelismi e analogie con altri casi giudiziari, alzando magari il vessillo della “libertà di pensiero”. È assolutamente evidente che, nel caso di Bossi, si farebbe un torto alla logica e al pensiero pure.

Appunti…

Fallaci

Il brano in esergo è tratto da “La rabbia e l’orgoglio” della Fallaci (siamo alle pagine 78 e 79 del panphlet edito dalla Rizzoli). Proviamo, nelle righe che seguono, a mettere in risalto un incidente argomentativo increscioso – la fallacia della Fallaci, a dirlo con un banale calembour – in cui incappa (involontariamente?) la nota scrittrice.
La fallacia della brutta china – dice la teoria – consiste nel supporre che compiendo un solo passo in una certa direzione si sarà condotti a percorrere l’intera distanza. Oh, si badi: non è sbagliato supporre, in generale, che, imboccata una certa strada, si vada ben oltre il passo ritenuto necessario. La fallacia, in realtà, sta nella presunzione (generalizzata) che questo sia inevitabile.
L’argomento su cui regge la struttura dell’articolo mira a persuadere il lettore dell’urgenza e dell’opportunità di una guerra contro la Jihad islamica, prospettando le conseguenze catastrofiche (“Distruggerà – si legge in quelle righe – la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri…”) che deriverebbero dall’assenza di una risposta decisa e difensiva nei confronti di quella che, un po’ di righe più su, l’Oriana stessa definisce “una Crociata alla rovescia”. La sostanza dell’argomento, nei fatti, è che chi esita nell’agire, chi non si oppone o non si difende tempestivamente, contribuisce ad innescare una serie di passi che condurrebbero alla distruzione della cultura “occidentale”. Dov’è l’errore argomentativo? Il ragionamento – e qui il punto – è monco della catena sequenziale che, dal rifiuto dell’azione (“se non ci si oppone…”), condurrebbe dritto dritto alla distruzione dell’Occidente: in assenza di una sequenzialità dei passi, nessuno può assicurarci che l’esito catastrofico sia una conseguenza dell’assunto iniziale; esito che, a rigori, potrebbe essere determinato da tesi alternative o, al limite, del tutto (o in parte) evitato.

Una merda d’artista…

manzoni

Si prenda questa dichiarazione: «Non penso che la mammografia non sia utile o necessaria. Anzi penso che sia utilissima. Ce l’avevo con la cattiva informazione che fa credere che facendo questo esame non venga il tumore». Bene, prendetevi il tempo necessario a rileggerla con calma e, appena fatto, confrontatela con quest’altra: «la differenza di mortalità tra chi la fa e chi non si sottopone alla mammografia ogni due anni è di due su mille».
Entrambe le dichiarazioni — roba da non crederci, eh — vengono dallo stesso ometto: in meno di dodici ore, Beppe Grillo, pur di non ammettere di aver detto una cazzata grande quanto una montagna, è passato dall’affermare che l’esame diagnostico era utile nel 2 per mille dei casi — dico due per mille — a un 100 per cento dei casi trattati e — qui, se permettete, è  il punto — senza mai citare le fonti da cui ha attinto questi dati. Non solo: pur di non ammettere la colossale cazzata, che ti fa l’artista? Mi propone una spiegazione la cui logica a cazzo di cane prevede un’unica e sensata obiezione: “di grazia — andrebbe da dirgli in faccia — citami gli articoli dove hai letto che la mammografia viene usata a mo’ di vaccino antitumorale”. Come? Dici che non li trovi?! Un attimo! Da questa parte, prego. Procedere lentamente, mi raccomando. Occhio, prego, ché un camion in retromarcia è sempre un camion in retromarcia. Piano… piano… ancora un poco. Ecco, stop. Prego sganciate i fermi posteriori e azionare la leva per sollevare il cassone. Giù, giù col letame sul qui presente artista. Grazie.