senza però mai raggiungerlo…

Achille e la tartaruga 700x210
Fu poi la volta del Mandato di Zenone o, come vennero a scrivere sui libri, del Mandato di Achille e della Tartaruga. Il primo mandato vale 1 – è fin qui non ci piove. Ciascun mandato successivo, invece, vale la metà di quello precedente: il secondo, quindi, vale 1/2, il terzo vale 1/4 e così via…
La serie geometrica – come sa chiunque mastichi un po’ di matematica elementare – è una serie assolutamente convergente, la cui somma vale 1. Quindi, a volerla far breve, il limite continua a restare di due mandati – in modo da non tradire le promesse iniziali – ma, come Achille, il grillino di turno eletto dimezzerà a ogni mandato la sua distanza dal limite massimo… senza però mai raggiungerlo [*].

nulla sarà più come prima

Ogni tanto, a maggior scorno di quanti, sondaggisti o politologi di ogni risma, hanno affrontano la delicatissima partita elettorale facendo finta di ragionare con i vecchi schemi e le vecchie regole del gioco, ecco, torna il punto: nulla sarà più come prima. Lo dicono tutti, oramai: domenica 4 marzo è definitivamente tramontato il mondo della politica italiana che abbiamo conosciuto negli ultimi venticinque anni. Nulla sarà più come prima, appunto. Le divisioni tra destra e sinistra quasi non esistono più nelle urne. Il centrosinistra precipita rovinosamente in un abisso inimmaginabile fino a qualche mese fa. Berlusconi, il capo indiscusso dei conservatori, l’uomo che con la sua discesa in campo e il rapporto ruspante e ammiccante con gli elettori, coi loro vizi e le loro debolezze, aveva dominato da sempre la scena, viene depotenziato nella competizione interna da Matteo Salvini, il leader che ha avuto la forza di cambiare radicalmente la Lega. I Cinque Stelle, affidati dal comico fondatore Beppe Grillo al signor nessuno Luigi Di Maio, ottengono un grande successo proprio quando decidono di uscire dal recinto della semplice protesta e vestono, per l’occasione, i panni nuovi da partito di governo.
Nulla sarà più come prima. Cambiano i protagonisti, cambia la geografia elettorale del Paese, cambiano le motivazioni del consenso.
La sconfitta del Pd ci restituisce un’Italia spaccata in due. Il centrodestra è fortissimo al Nord ma altrettanto rilevante con la Lega in aree del Centro e del Sud del Paese: in nome dei temi della rivolta fiscale, dell’immigrazione e della sicurezza (nella Macerata scossa dalla folle pistola xenofoba di Traini, tanto per dire, Salvini è passato da 153 a 4.808 voti).
I Cinque Stelle sfondano nel Mezzogiorno cavalcando la rivolta contro le vecchie classi dirigenti e offrendo (almeno a parole, a quanto pare) il reddito di cittadinanza come soluzione alla disoccupazione di massa, soprattutto giovanile. Una rivoluzione. E la dimostrazione più lampante di questa rivoluzione giunge proprio dal tracollo di Piero De Luca, soltanto terzo nella Salerno che fu il regno indiscusso del padre: i voti non si trasmettono per via ereditaria, come era consuetudine una volta.
In questo quadro ingarbugliato (ma non affatto imprevedibile), il prezzo più alto lo ha pagato il centrosinistra (e il suo capo Matteo Renzi), in una replica ancora più dura della sconfitta del referendum costituzionale del 2016.
Renzi, per opportunismo e insipienza, non ha voluto rifondare il Pd nel Mezzogiorno: ha lasciato l’apparato ai signori delle tessere pensando che il governo del Paese fosse la panacea dei mali e ora paga il più gravoso dei pegni. Non sappiamo ancora se le dimissioni, annunciate e poi congelate, rappresentino l’uscita di scena definitiva di un leader che aveva suscitato speranze e qualche illusione. Anzi aver rinviato tutto al termine delle consultazioni per il governo dimostra che vuole controllare possibili deviazioni dalla linea annunciata ieri: opposizione e mai accordi con M5S e centrodestra. Sappiamo invece che nel Pd si aprirà una battaglia politica e di ambizioni personali il cui approdo non è per niente scontato, vista la fuga di parte dei suoi elettori verso il Movimento Cinque Stelle.
Una fase tremenda in cui, c’è da scommettere, il Pd sarà dilaniato dal dilemma su come spendere il proprio capitale, anche se ridimensionato, di eletti in Parlamento. Luigi Di Maio ha aperto da subito al dialogo per la formazione di un governo, imperniato su se stesso e sul M5S, che nelle sue intenzioni potrebbe coinvolgere principalmente il centrosinistra. Anche Matteo Salvini si è detto pronto ad assumere l’incarico in rappresentanza di una coalizione di centrodestra molto lontana dalle vecchie logiche di schieramento dominate da Silvio Berlusconi.
Naturalmente siamo solo all’inizio di una fase politica in cui (solo) alcuni elementi appaiono chiari e tra tutti spicca inesorabile l’unica certezza: nessun partito e nessuna coalizione ha i voti sufficienti per governare in solitudine. Le rivendicazioni dell’incarico da parte dei vincitori sono legittime ma sembrano prove muscolari che devono misurarsi con la realtà di un Parlamento al momento senza maggioranza. Il fatto che M5S e Lega non abbiano accantonato le pulsioni antieuropee rende gli accordi molto più complicati.
La partita passa nelle mani del presidente della Repubblica che, crediamo, non abbia alcuna intenzione di farsi trascinare in tentativi dimostrativi di questo o quell’altro partito per formare il governo — prove di forze fatte unicamente per riaffermare il proprio ruolo. Il capo dello Stato ha il compito di assicurare stabilità all’Italia con un esecutivo sostenuto da numeri sufficienti. È un cammino stretto, scomodo e difficile ma l’unico percorribile. Quantomeno per assicurare quei provvedimenti minimi e quelle riforme necessarie che permettano di giocare la prossima gara in una maniera meno frantumata ed efficace. Nella speranza che l’eterna transizione italiana finalmente si chiuda e nella certezza che, come dicevamo, nulla sarà più come prima.

Il livellamento verso il basso…

Berlusconi 19

Impossibile non provare stupore (quando non è mestizia) per il profilo ormai bronzeo di Berlusconi, evoluzione pluridecennale di costosissimi e sofisticatissimi lifting, dalla plastica al bronzo e dal bronzo, scommettiamo?, alla pietra – quando Silvio, nelle prossime tornate elettorali, assumerà le fattezze austere e pensose di un Moai dell’Isola di Pasqua. Nei talk di questi frenetici giorni di campagna elettorale, l’ex Cavaliere presenta nel volto rigidi caratteri di immutabilità ed eternità, sfuggevoli, tenuti assieme a quelli lievi di una vecchiezza nei modi a dir poco rassicurante (il nonnino coi cagnolini della Brambilla) dall’imbarazzante bitume che ogni giorno è costretto a spalmarsi sulla pelata; maschera sospesa sulla voragine del tempo che (per gli altri) inevitabilmente scorre: e noi qui, come tanti sarchiaponi, a chiederci chi, tra i suoi, sarà il nuovo premier. Alternativo a lui – suo avatar virtuale -, nel cosiddetto centrodestra, è il bruto Salvini, ducetto della ex Padania ormai stiracchiata, per convenienza ma non per coerenza, giù giù fino a Trapani; oppure, giusto per non spaventare troppo i bambini, il suo fidato e sempre troppo poco incensato Tajani, che per farsi riconoscere, qualora le urne dessero ragione a Silvio, uscendo dall’Europarlamento dovrà apparire in tv con un cartello appeso al collo con tanto di TAJANI scritto in grande.
Se poi vogliamo dire della corsa a Palazzo dalle parti di Grillo, be’, meglio non parlarne neppure, ché da quelle parti è stato tutto già deciso da una app, un poke, un clic, un get con tanto di copyright della Casaleggio Associati, opaca e sfuggevole entità il cui solo aspetto evidente è che gli Associati non siamo affatto noi.
Quanto sopra, lo avrete già capito, per dire agli altri partiti (grandi e piccini) più o meno in affanno nei sondaggi clandestini, che la smettessero di considerarsi messi peggio degli altri. Il livellamento verso il basso li soccorre, e non poco.

…è solo una metafora.

Execution robespierre saint just

Sostiene Di Maio (che non è affatto Pereira): “La notizia in un paese normale è che M5S ha restituito 23 milioni e 100mila euro di stipendi e questo è certificato da tutti quanti e ci sono 7mila imprese in Italia che lo testimoniano perché quei soldi hanno fatto partire 7mila imprese e 14mila posti di lavoro. Se ci saranno controlli da fare li stiamo facendo, ringrazio chi ha fatto queste inchieste ma questo è un paese strano in cui restituisci 23,1 milioni e la notizia è che manca lo 0.1”.
Ora, vi sembrerà strano, ma la dichiarazione è figlia di una lunghissima tradizione costruita e usata più e più volte dalla viscida kasta® sui piccoli e grandi fallimenti del potere. Tecnicamente è detta “doppio standard” (wikipedia o la cara enciclopedia impolverata può essere utile per i dettagli) ed è una delle categorie etiche più studiate in politica: “consiste nell’applicazione – copio/incollo da Wikipedia – di principi di giudizio diversi per situazioni simili, o nei confronti di persone diverse che si trovino nella stessa situazione”. Il doppio standard è solitamente riconducibile al potere regnante, lo stato, le classi abbienti, le gerarchie ecclesiastiche (nello specifico, poi, diviene “doppia morale”): è il potere che – pago del suo cinismo – perdona a se stesso quello che non perdona ad altri.
Purtroppo, tutte le rivoluzioni di epoca moderna – dalla Rivoluzione Francese in poi, diciamo – hanno fatto gran (ab)uso di questo strumento, perdonando a se stesse i peccati che non riuscivano a perdonare al potere che volevano rovesciare, facendo leva sul fatto che essendo ora loro al potere avrebbero, sicuramente, portato giustizia nel mondo.
E – tanto per spararsi la posa con le dotte citazioni storiche – Maximilien de Robespierre (quello di «La libertà consiste nell’obbedire alle leggi che ci si è date e la servitù nell’essere costretti a sottomettersi ad una volontà estranea»), all’inizio della sua opera rivoluzionaria chiese, tra le altre cose, l’abolizione della pena di morte: «La pena di morte è necessaria, dicono i partigiani degli antichi barbari usi; senza di essa non ci sono freni abbastanza potenti contro i delitti. Chi ve lo ha detto? Avete calcolato tutte le specie di mezzi con i quali le leggi penali possono agire sulla sensibilità umana? (…) Le pene non sono fatte per tormentare i colpevoli; ma per impedire il delitto, il quale teme appunto di incorrere nelle pene. (…) Si è osservato che nei paesi liberi i delitti erano più rari, perché le leggi penali eran più dolci. I paesi liberi sono quelli nei quali i diritti dell’uomo sono rispettati, e dove di conseguenza le leggi sono giuste. Dappertutto dove esse offendono l’umanità con un eccesso di rigore, si ha la prova che la dignità dell’uomo non è conosciuta, che quella del cittadino non esiste; si ha la prova che il legislatore non è che un padrone che comanda a degli schiavi, e che li colpisce spietatamente seguendo la sua fantasia. Io concludo perché la pena di morte sia abrogata.» (Discorso all’Assemblea Costituente del 30 maggio 1791)
Poco dopo diede il via al Terrore in nome della difesa della rivoluzione da chi voleva sabotarla: «Sì, la pena di morte in generale è un delitto e ciò per l’unica ragione che essa non può essere giustificata in base ai princìpi indistruttibili della natura, salvo il caso in cui sia necessaria alla sicurezza degli individui o del corpo sociale. […] Ma quando si tratta di un re detronizzato nel cuore di una rivoluzione tutt’altro che consolidata dalle leggi, di un re il cui solo nome attira la piaga della guerra sulla nazione agitata, né la prigione, né l’esilio, possono rendere la sua esistenza indifferente alla felicità pubblica, e questa crudele eccezione alle leggi ordinarie che la giustizia ammette può essere imputata soltanto alla natura dei suoi delitti. Io pronuncio con rincrescimento questa fatale verità. Io vi propongo di decidere seduta stante la sorte di Luigi. Per lui, io chiedo che la Convenzione lo dichiari da questo momento traditore della nazione francese e criminale verso l’umanità. » (Discorso del 3 dicembre 1792.)
Il numero delle vittime causate dal periodo del Terrore è, dicono gli storici, quantificabile con difficoltà. C’è chi ne conta 16.594 e chi 70.000, prevalentemente appartenenti alla media borghesia. Altri ancora parlano, con le approssimazioni del caso, di circa 35.000 esecuzioni, delle quali ben 12.000 senza processo. La metodica cancellazione di ogni forma di dissenso fu eseguita anche mediante l’incarcerazione di circa 100.000 persone, alcuni studiosi arrivano addirittura a stimarne 300.000, soltanto perché sospettate di attività controrivoluzionaria.
Il doppio standard rivoluzionario lo abbiamo visto al lavoro da allora, in modo più o meno subdolo, in maniera più o meno cruenta, in tanti accidenti e fallimenti della nostra storia. Sui diritti civili e umani, sulla equità sociale, sulla giustizia delle classi sociale, dalle grandi rivoluzioni, la Russa, quella Cinese, a quelle piccole ma non meno rilevanti per la formazione della nostra coscienza pubblica, quelle di Cuba, il Vietnam, Iran, i vari governi africani della decolonizzazione etc. etc. etc.
Curiosamente, la difesa di questi fallimenti ha sempre preteso la doppia stampella argomentativa: a fronte delle grandi cose fatte, i nemici guardano solo ai piccoli errori; e, a mo’ di corollario alla prima argomentazione, gli sbagli sono stati sempre fatti dalle famigerate “mele marce”, casi isolati e facilmente identificabili in un cesto pieno di mele sane. Il sistema è dunque sempre sano, e la colpa è sempre di un doppio standard del potere, usato in maniera aggressiva contro la rivoluzione. Operazione, ça va sans dire, quasi sempre portata avanti dalla stampa, accusata di essere “serva del potere” di qualunque colore sia il potere regnante in quel momento.
Ora, per tornare dalle grandi storie alle misere piccolezze dei giorni nostri, ci sono pochi dubbi che l’eco di questo storico dibattito permea (a sua insaputa) le affermazioni del Giggino pentastellato e di tutti i suoi compagni di partito (e di camper) che da anni denunciano di essere vittime di un complotto di potere strabico, che finge di non vedere i grandi errori del sistema, mentre colpevolizza e gonfia a dismisura ogni piccolo errore del M5S. Eppure, dovrebbe essere chiaro che, per chi ha fatto della bandiera dell’etica in politica il suo fiero vessillo di diversità rispetto agli altri partiti, anche un solo errore – uno solo, dico – su questo scivoloso campo di battaglia non può essere tollerato. Le piccole furbate indignano e danno una misura degli uomini, ma se non si è capaci di uscire dagli stereotipi dell’indignazione e del discredito (ché a far a gara con i puri — lo diceva Nenni — uno più puro lo si trova sempre), se non si è capaci di mostrare altro che una presunta diversità fondata sul pilastro dell’onestà (inteso come unico valore: condizione necessaria e sufficiente per poter esser degni di governare il paese) una classe politica seria e all’altezza dei compiti non la si riuscirà mai a formare.
Per finire, è inutile che ricordi – l’attento lettore che ha avuto la pazienza di seguire il mio ragionamento fin qui ben lo saprà – che Robespierre finì ucciso dallo stesso meccanismo del Terrore che gli si ribaltò contro. La stessa sorte toccò anche ai suoi seguaci. Ma questa chiosa, mi par chiaro, è solo una metafora.