ohibò, ohibò…

31282788 10156378213865850 1404826133995716608 n

Caro Luigi, ti scrivo per aggiornarti sullo svolgimento dell’incarico che mi hai conferito”. Attacca così il lavoro del professore Giacinto della Cananea sulla compatibilità fra il programma del Movimento e quelli di Pd e Lega. A spulciarselo per bene da cima a fondo, manca – ohibò, ohibò… – il reddito di cittadinanza ché, secondo l’interpretazione corrente, quello proposto in campagna elettorale non era un reddito di cittadinanza, ma un normale sussidio temporaneo ai disoccupati, sebbene rafforzato rispetto a quello esistente.
Perché – uno malizioso come me si chiede – l’hanno chiamato allora reddito di cittadinanza pur sapendo che non era un reddito di cittadinanza? Sarà forse che da quelle parti coltivano il gusto della contraddizione? Sentite questa. Il costituzionalista – ohibò, ohibò… – Danilo Toninelli proprio ieri ha detto «sì alla flat tax purché sia progressiva». Ecco, la flat tax per definizione non è progressiva: se è progressiva non è una flat tax. Un politico – e che politico! – che dice sì alla flat tax purché progressiva è come l’avventore di un bar che chiede al barista un bicchiere di acqua liscia con le bollicine… giusto per inquadrare meglio la cazzata. Metti poi che il Toninelli di cui sopra si occuperà di legge elettorale, non sarà affatto impossibile sentirgli proporre un proporzionale purché maggioritario, o un doppio turno purché unico. Cose di questo genere, insomma.
Da quelle parti, comunque, il gusto della contraddizione si è spinto ben oltre anche in passato, se si pensa che hanno detto sì ai vaccini purché non siano obbligatori, o sì alla Russia purché si continui a restare con la Nato, no a un Governo con Berlusconi e sì a un appoggio esterno di Berlusconi a un loro Governo e anche sì all’uscita dall’euro purché si resti nell’euro. Come dite? Sarà il caso di non prenderli sul serio? Beh, occorre andarci piano però, ché altrimenti si rischia di venir bollati per quelli che non capiscono il popolo, per amici degli amici del PDmenoElle, etc etc. Tocca sforzarsi di capirne la logica. Però – ohibò, ohibò… –, cazzo, che fatica capire Toninelli!

il garantismo de Il Fatto Quotidiano…

IMG 5212

A leggere tra le righe, pare che anche il Fatto quotidiano, ora, abbia scoperto le virtù del garantismo. Del che, ovviamente, non si può che esserne felici. Certo, è un garantismo, come dire, a senso unico, riservato per quelli del M5s, ma è pur sempre un inizio. Accontentiamoci.
I fatti: Andrea Greco, il candidato governatore grillino alle regionali del Molise del 22 aprile prossimo, è finito al centro della polemica per via di un suo zio – parente acquisito, peraltro – affiliato alla Camorra, ospitato a inizio anni 80, quando era latitante, proprio in casa del padre di Greco, Tommaso, il quale rimarrà poi ferito a causa di un colpo esploso dalla polizia nel corso di un controllo nel 1982. Il Greco – sia detto per inciso – all’epoca dei fatti non era ancora nato, ché, documenti alla mano, è nato nel 1985. Cosa che il Fatto mette giustamente in luce: “Cosa c’entra” Greco, si chiede Vincenzo Iurillo, “con le malefatte di uno zio che non ha nemmeno fatto in tempo a conoscere?”. Oh, bene! Anzi, benissimo! Giusto un appunto: 15 febbraio scorso, a proposito dell’economista Pietro Navarra – inserito da Renzi nelle liste del Pd in Sicilia in vista delle politiche del 4 marzo e nato dieci anni dopo la morte di suo zio Michele, storico boss dei Corleonesi – Travaglio così scriveva: “Quelli che fanno battaglie antimafia in Sicilia rischiando la pelle e si ritrovano in lista il rettore dell’università di Messina Pietro Navarra, nipote del patriarca del clan dei Corleonesi Michele Navarra”. Come dite? Due pesi e due misure? Chissà, forse – e sottolineo forse – Travaglio e i suoi scagnozzi hanno a cuore gli elettori del Pd più di quelli del M5s.

Fico ‘sto bus…

E7933357a7cf2c3096f553d45bbb822f kKVF 835x437 IlSole24Ore Web

Per dialogare c’è bisogno di un linguaggio comune, di un minimo di rispetto reciproco e di onestà intellettuale nel trattare le argomentazioni altrui. Difficile, eh? Difficilissimo. Metti poi che c’è quel tanto di malevolenza e diffidenza che contraddistinguono noi italiani tutti e ti ritrovi sbeffeggiato a destra e manca sui social – moderna gogna mediatica a portata di mano – senza manco riuscire a dar prova della tua buonafede.
C’è il neo presidente della Camere, un francescano moderno, che rinuncia all’indennità di funzione e a parte dello stipendio da parlamentare e gli italiani, invece di ringraziare la Casaleggio&Associati per averglielo concesso in dono, che fanno?! lo perculano sui social perché, rinunciando (almeno così lui la va raccontando) all’auto blu, se n’è andato a lavorare in autobus. Ora, a me ‘sto gesto pare “bello, bello, bellissimo” (cit) ché, tanto per iniziare, significa che Fico sia riuscito a salirci sul bus (insieme a scorta e fotografo, per giunta). E soprattutto sia riuscito ad arrivare a destinazione riuscendo a scansare la ragnatela di lamiere che attanaglia Montecitorio. Ma – lo dicevo prima – i suoi critici non sono mai contenti, s’ostinano a non capirlo e si spingono su su, tra i meandri dei codici e dei codicilli, fino a sostenere che la terza carica dello Stato, in quanto Statista, va protetta perché consegna se stesso allo Stato e in quanto Uomo di Stato attende alle necessità dello Stato: non sono un privilegio dunque auto blu e scorta, ma il modo in cui lo Stato protegge se stesso cioè il suo Popolo.
Etica e codici a parte, Fico, invece, andrebbe lodato. E non solo perché chiunque altro di noi mortali farebbe carte false per sottrarsi all’ordalia dei mezzi pubblici, ma soprattutto per la rapidità con cui ha intrapreso la conversione: secondo il sito degli ermeneuti dello scontrino e dei bonifici (revocati), tirendiconto.it, nell’ultimo anno di autobus, il Fico, ne aveva presi in tutto 15, per un totale di 22,50 euro rendicontati come spese di trasporto bus/metro. Molto più alta era stata la cifra spesa dal nuovo presidente della Camera per i taxi: 2.486,24 euro in dodici mesi [*].
Avrà modo di usare nel corso del suo mandato le auto e gli altri mezzi di trasporto blu che lo Stato gli mette a disposizione, ne siamo certi – ché per gli incontri internazionali potrà mica affidarsi a Uber?! Ad ogni modo, varrà la pena rassicurare gli autisti della Camera che avrebbero dovuto occuparsi di lui. Stiano tranquilli: venissero licenziati (Dio non voglia!) riceveranno, comunque, il reddito di cittadinanza.

…il culo di un vecchio cardinale della Curia

Imrs

Intanto che Giggino Di Maio, già più banale, intesse alleanze e s’accorda sulle presidenze e, al bordo campo, dalle colonne del suo nuovo blog, il fondatore Grillo vaneggia di reddito per diritto di nascita e di lavoro, il figlio del compianto Gianroberto, Davide Casaleggio, vola altissimo dalle colonne del Washington Post: “The Five Star Movement – attacca così il Casaleggio –, which launched in 2009, has now achieved a landmark success among Western democracies by using the Internet to play a crucial role in the electoral process”. Lo scopo dell’articolo? Presto detto: ragguagliare gli americani sul programma del Movimento scritto, a suo dire, dagli stessi cittadini – non è vero, in buona parte quel programma è stato scopiazzato da economisti, parlamentari (anche del Pd, anche del Pd!) e da Wikipedia–; gli stessi cittadini che – almeno è così che lui va raccontandosela – hanno selezionato i candidati (“Our parliamentarians who stood for election were chosen through online voting on the Rousseau platform”) – non è vero neanche questo: i candidati dell’uninominale sono stati scelti de facto da lui e dal capo politico. È tutto? No, chiaramente. Ché, con un tratto avveniristico, sospinto da “an unstoppable wind that will continue to grow because it is aligned to the future”, il Casaleggio jr si lancia in un pippone filosofico su Jean-Jacques Rousseau nell’amministrazione del mondo tramite la “volontà generale”. Sentite qua: “The platform that enabled the success of the Five Star Movement is called Rousseau, named after the 18th century philosopher who argued politics should reflect the general will of the people. And that is exactly what our platform does: it allows citizens to be part of politics. Direct democracy, made possible by the Internet, has given a new centrality to citizens and will ultimately lead to the deconstruction of the current political and social organizations. Representative democracy — politics by proxy — is gradually losing meaning”.
Come dite? Pensate che Rousseau sia stato leggermente frainteso? Sì, lo pensiamo anche noi, ché quella di cui parlano i Casaleggio (lo diceva il padre prima, lo ripete paro paro il figlio adesso) è la volontà di tutti cosa assai diversa, invece, dalla volontà generale.
La volontà generale è cosa assai diversa d quella di tutti, ché solo quella generale e solo questa “può dirigere le forze dello Stato secondo il fine per cui questo è stato istituito, cioè il bene comune; infatti, se l’opposizione degli interessi particolari ha reso necessaria l’istituzione della società, questa a sua volta è stata resa possibile dalla concordanza di quei medesimi interessi. Proprio ciò che vi è di comune in questi diversi interessi forma il vincolo sociale, e se non vi fosse qualche punto sul quale tutti gli interessi si accordassero, nessuna società potrebbe esistere. Orbene è unicamente sulla base di questo interesse comune che la società deve essere governata […] Ma quando sorgono delle consorterie, delle associazioni parziali a spese della grande associazione, la volontà di ognuna di queste associazioni diventa generale nei confronti dei suoi membri e particolare nei confronti dello Stato. Si può dire allora che non vi sono più tanti votanti quanti sono gli uomini, ma soltanto quante sono le associazioni. Le differenze divengono meno numerose e danno un risultato meno generale. Infine, quando una di queste associazioni è così grande da superare tutte le altre, non si ha più come risultato una somma di piccole differenze, ma una differenza unica; non vi è più allora una volontà generale, e l’opinione che ha il sopravvento non è che una opinione particolare” (da Jean-Jacques Rousseau, Il contratto sociale, II, 1; II, 2; II, 3). Se c’è passione, insomma, si arriva al plebiscito e giù giù fino all’orrore (avete presente Gesù e Barabba, vero?). Ecco, da qui a sostenere che il Movimento sospinto dal vento del vaffa (e dal tutti so’ corrotti e tutti so’ ladri) sia scevro dalla passioni, ci vuole non dico fantasia ma quantomeno la faccia tosta come il culo di un vecchio cardinale della Curia! Anche se, come si sa, in Italia quella – la faccia tosta come il culo, dico – non manca affatto.

senza speranza…

1519402472622 1521141018 JPG il pd e la riforma dell ordinamento penitenziario

Nessuno poteva pensare che gli ultimi giorni di una legislatura sepolta e di un governo di affari correnti producessero il soprassalto di una volontà di riforma appena decente della condizione delle galere. Ma tant’è. Oggi, finalmente, in zona Cesarini – come usa dire in questi casi –, il Consiglio dei Ministri si appresta a un ulteriore passo verso il varo definitivo del decreto attuativo delle nuove misure alternative. Ma è bastato che la riforma entrasse nell’ordine del giorno per far inalberare il leghista Matteo Salvini. «Un governo sconfitto e senza la fiducia degli italiani si prepara ad approvare il salvaladri – ha detto sobriamente uno tra i papabili alla presidenza del Consiglio –. Facciamo appello al Presidente della Repubblica affinché eviti questa vergogna. Noi siamo pronti a qualsiasi cosa per impedire a migliaia di delinquenti di uscire di galera». Questo è il clima, questo lo stato delle cose. Leghisti e Cinque Stelle ritengono che la lotta per la legalità abbia bisogno di un inasprimento e non di un allentamento della repressione e della filosofia giustizialista. Tocca rassegnarsi a queste posizioni che s’impastano inevitabilmente con quelle autoritarie. Hanno una grossa maggioranza, questi freschi vincitori.
Ci sono luoghi, celle, scantinati, stive, panchine, dai quali si aspetta il loro regno con l’orecchio al suolo, in silenzio, abbracciati alle proprie gambe piegate al petto. Rannicchiati in un angolo. Senza speranza.

ossimoro degli ossimori…

Ancora alcuni anni fa, quando si provava a usare il termine “ossimoro”, occorreva precisare di che cosa si trattasse. È – si diceva – una figura retorica che consiste nell’accostamento di due termini di senso contrario o comunque in forte antitesi tra di loro. La celebre espressione morotea “convergenze parallele” era, ed è tutt’ora, un’ottima espressione per esemplificare il concetto. Altri esempi? Caldo-raggelante, insulto-gentile, Berlusconi-onesto…
Oggigiorno, invece, tutti parlano di ossimoro: lo si legge sovente sulla stampa, l’ho sentito dire da politici in televisione. Pare, insomma, che il significato sia divenuto noto ai più. E la tal cosa m’induce a pensare che o tutti si sono messi a leggere trattati di retorica o c’è in giro qualcosa di ossimorico.
Dice: magari si tratta di una di quelle mode linguistiche dovute a pigrizia o imitazione — quei fastidiosi modi di dire che durano lo spazio di un mattino, per capirci — e quindi la faccenda, di per se, non è sinonimo di nulla. Tanto per dire: negli anni, quanti “bestiale” o “assurdo” ci siamo sentiti dire anche se non parlavamo né di zoologia né di matematica? Per un poco, ricordate?, tutti avevano preso a chiedere “un attimino”, ma non perché il tempo si fosse inspiegabilmente accorciato ma forse perché magari c’eravamo convinti, a furia di sentircelo chiedere, che così chiamandolo lo si sarebbe ottenuto più facilmente; oppure usava dire “esatto” invece di “sì” o, ancora, “epico” e “mitico” senza che nessuna impresa eroica fosse stata compiuta.
Tuttavia o, se volete, in aggiunta, il sospetto è che l’ossimoro abbia guadagnato in popolarità perché viviamo in un mondo dove, venute a cadere le ideologie (che cercavano, anche rozzamente, di ridurre le contraddizioni per imporre una visione univoca delle cose), ci si dibatte ormai solo tra situazioni contraddittorie. E non è detto che fosse più adatta all’ossimoro la vecchia lingua che i partiti usavano non per comunicare ma per nascondere, occultare, opacizzare, custodire segreti da iniziati. Con modi opposti si può esprimere una stessa tensione, quella italiana verso l’impossibile. La Realtà Virtuale, ad esempio, che è un poco come un Nulla Concreto. Poi c’è quello delle Bombe Intelligenti, che ossimoro non pare, ma lo è se si considera che una bomba, per definizione, è stupida e dovrebbe cadere dove la si butta, rispettando unicamente le leggi della meccanica classica, ché altrimenti, se fa di propria iniziativa, rischia di diventare Fuoco Amico, altro bellissimo ossimoro, se per fuoco ci si riferisce a qualcosa messo in essere per recar danni a chi amico, appunto, non è. Mi pare abbastanza ossimorica l’Esportazione della Libertà, se, com’è nei fatti, la libertà è qualcosa che un popolo o un gruppo si guadagnano per decisione personale e mai per imposizione altrui. A ben sottilizzare, poi, c’è un ossimoro implicito nel Conflitto di Interessi, perché lo si può tradurre come Interesse Privato Perseguito per il Pubblico Bene – o, più verosimilmente, come Interesse Collettivo Perseguito per il Proprio Utile Particolare. E ancora, ricordo quando sui giornali non era affatto strano leggere che gli alleati di Berlusconi, la Destra Moderata (altro bell’ossimoro), erano gli Atei Devoti Pera e Ferrara – ricordate?. Non trascurerei, anche se oramai ci siamo abituati, l’Intelligenza Artificiale e persino il Cervello Elettronico (se il cervello è quella cosa molliccia e grigia che abbiamo nella scatola cranica). E poi: fanta-scienza, reality-tv, caos calmo o, per citar Leopardi, “edonista infelice”, etc, etc, etc…
Insomma, non sapendo più come far convivere scelte che non possono stare insieme (un governo delle grandi intese, per dire), si ricorre agli ossimori per dare l’impressione che ciò che non può convivere conviva: le leggi contro i magistrati (che le leggi dovrebbero applicare), la politica in televisione e le pagliacciate in parlamento, i leghisti campani, il populismo liberal, il patto del Nazzareno. E, per finire, ossimoro degli ossimori, un politico [*] che ha la faccia tosta di affermare di non aver “a cuore le poltrone”.