Anche quando non ce n’è alcun bisogno.

Napoli de magistris napoli festa 8

L’altro giorno, col Comune in pre-dissesto, il tempo di radunare i pretoriani e intrupparli in un autobus per dare più forza e credibilità alla manifestazione, il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, indossata la fascia tricolore, corre a Roma per mettere in piazza la solita sceneggiata, esibita (tra l’altro) in modo piuttosto teatrale, di una protesta tanto inutile quanto dannosa contro un Governo che aveva di lì a poco accolto la richiesta di accollarsi una quota considerevole del debito che dissangua le casse del Comune [*]. A conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, di una commistione tra politica e istituzione che resta la cifra inconfondibile dell’esperienza amministrativa del sindaco alla Masaniello.
Si ebbe chiara la certezza che il De Magistris non avrebbe combinato un cazzo come sindaco di Napoli quando, per festeggiare la sua vittoria nel ballottaggio con lo sfidante Giovanni Lettieri, lo si vide con una bandana arancione sul capo agitarsi come un ossesso sotto scoppiettanti fuochi d’artificio in Piazza del Municipio. Cotanta cazzimma, cotanta guapparia, cotanta sfaccimma d’uomo – uomo, per giunta, di cotanta conseguenza – in Campania fanno il deus ex machina e Giggino, ora come allora, ama arringare la folla per tenere insieme “piazza” e “palazzo” esibendo i muscoli, all’occorrenza il braccio teso, pur di gridare il suo “come sono rivoluzionario io!”. Anche quando, obiettivamente, i fatti e il buon senso direbbero di astenersi dal farlo.

…protestate!

Scuola

«Ritiro del disegno di legge sulla scuola: autoritario, anticostituzionale, sfruttatore». I toni della mattinata di ieri sono sempre stati pesanti, le scenografie allegre: le “balle spaziali” a Milano, le mani colorate dei professori della capitale… Piazze piene e classi vuote. Un successo di partecipazione – dicono i più – contro la Buona Scuola: “Siamo mezzo milione”, hanno fatto sapere gli organizzatori enfatizzando a sera i dati che hanno visto settantamila presenti a Roma, tremila a Milano, ventimila a Bari. Duecentomila in piazza, secondo le stime del ministero dell’Interno…
Ma a raccontarla così la cosa, forse, vuol dire far dell’epica dove non c’è che cronaca. Bisognerebbe provare, invece, a raccontare il tutto senza metterci passione, come l’apologo di una di quelle tante leggi e leggine che si scopriranno inefficaci o, peggio ancora, dannose solo dopo che un altro schieramento deciderà, a suo tempo, di cambiarle con una serie di leggi o leggine – il più delle volte è così – peggiori delle precedenti.
Leggi e leggine proposte (e poi, a seguire, approvate) nell’indifferenza pressoché generale della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, che rimane indifferente, segue magari il flusso maggioritario, s’inebria per la protesta, il tempo necessario per presenziare a qualche manifestazione, e carpisce qua e là uno scampolo di notizia, masticandola e digerendola per quel che può o che gl’interessa di capire. Com’è stato col Porcellum, no? o con l’Italicum – giusto per citare qualche legge di sopraffine stronzaggine attuale. Lo schema, del resto, è il solito: un minchione qualsiasi scrive una legge a cazzo di cane che viene incensata e osannata da una maggioranza parlamentare prona e pronta a votarla. Il tempo di approvarla e sperticarsi in lodi per cotanta vis legislativa che le opposizioni a smadonnare, a scendere in piazza per provare a bloccare l’obbrobrio. E la stragrande maggioranza del Paese alla finestra che se ne fotte, finge interesse ma distratto ché “graduatorie a esaurimento”, “collegialità” e, chessò, “bonus agli insegnanti” [*] sono termini incomprensibili quanto “capolista bloccato” o “premio di maggioranza”.

Per carità di Dio, protestate, ché vale sempre la pena spendersi pure per le guerre senza speranza alcuna di vittoria. Ma senza sperare troppo in quella che v’affannate a chiamare “gente”, perché ormai da tempo è massa, plebaglia.