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tanto sono abituato a sentire queste cose…

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«Questa sinistra non ha alcun ritegno e non tiene vergogna. A promettere l’adeguamento dell’Iva sulle pay tv fu Romano Prodi». È Silvio in persona che da Tirana, tornando sul caso Sky, ci fa sapere che l’idea dell’aumento dell’Iva a Sky era cosa già pensata dal centrosinistra. Si, proprio quel centrosinistra che ha dovuto far le valigie e sloggiare perché schiacciato da un centrodestra che aveva promesso che non avrebbe mai più aumentato le tasse. È corretto far promesse sapendo di non poterle mantenere? Dice: ma noi non potevamo fare altrimenti, «non c’erano alternative, ce lo impone la Ue». Ma anche sulla questione di Rete4 la Ue ci sta randellando, o sbaglio? Insomma: è conflitto d’interessi adeguarsi alle normative europee, a corrente alterna, favorendo un’azienda del premier e svantaggiandone una concorrente o, pure questa volta, mi sbaglio?
Qui non si capisce più un cazzo e la cosa più avvilente è che il centrosinistra oramai è rassegnato: l’anomalia è talmente radicata, così intimamente accettata, che nessuno reagisce più, con sdegno, a certe prese di posizioni, a certe giustificazioni che fanno ridere i polli. «La colpa – dice Bersani – deve essere sempre di Prodi. Non vado neanche a controllare, tanto sono abituato a sentire queste cose». C’è rassegnazione e la certezza che oramai nulla può cambiare: il conflitto d’interessi è solo un argomento di comodo, da usare per far propaganda politica; nessuno più lo considera, davvero, un problema.

“come dicevamo noi… ”

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«Vi sarete accorti – scrive Ferrara su Il Foglio – che il conflitto di interessi del magnate dei media […], è scomparso completamente dall’agenda politica e culturale di questo paese » L’argomento è forte e la tesi è difficilmente contestabile ché il problema – per com’è stato trattato – è stato sempre strumentale e, soprattutto, lasciato (volutamente) irrisolto ché risultava sempre utile da usare – negli anni scorsi, soprattutto in campagna elettorale – per incolpare l’avversario d’una sua insita scorrettezza, d’una sua innata illegittimità a guidare il paese. «Segno – continua Ferrara – che come dicevamo noi era un argomento falso, una trovata di propaganda […] segno che in Italia non esistono le questioni vere, ma solo le ostilità faziose verso le persone erette a simboli del male per convenienza e presunta destrezza. » Ha ragione il direttore? Cazzo se ha ragione! Su un solo punto però avrei da ridire. Quando scrive come dicevamo noi…”, Ferrara omette un particolare, mente o – sputtanando la proverbiale memoria dei pachidermi – non ricorda ché nel lontano maggio del 2004 dalle colonne del suo giornale esprimeva idee diverse – molto diverse – proprio su questo stesso argomento. «Lei, gentile presidente, continua a nutrire l’illusione – scriveva il direttore – che si possa stare in politica da imprenditore curando di diventare sempre più ricchi e sempre più indifferenti alla soluzione di un gigantesco conflitto di interessi che i suoi nemici attaccano per le ragioni sbagliate, e con la coda di paglia, ma che per i suoi amici non ossequienti esiste, ed esiste anche per lei».
C’è contraddizione? Naturalmente sì, ma si dirà – e a ragione – che col tempo le idee cambiano ed è lecito sbarazzarsene come “cane morto” senza stare li a farsi troppo condizionare. Il fatto – a voler andar alla sostanza della faccenda – è che sono passati gli anni ed il conflitto d’interessi del Cavaliere è ancora li, fermo, intoccato (e, forse, intoccabile), grande quanto una casa e responsabile, almeno in parte, dell’ignobile “implosione”di questo (colpevole) centrosinistra.