La “legge Concia” prevedeva un’aggravante per chiunque, “nei delitti non colposi contro la vita e l’incolumità individuale, contro la libertà personale e contro la vita e l’incolumità individuale, contro la personalità individuale, contro la libertà personale e contro la libertà morale, [avesse] commesso il fatto per finalità inerenti all’orientamento o alla discriminazione sessuale della persona offesa dal reato”. Nei fatti, la legge era una risposta alla recrudescenza del fenomeno dell’omofobia [dal greco homos (stesso, medesimo) e fobos (paura)] ; apriva, in sostanza, la possibilità di un intervento del legislatore a tutela materiale e morale dei cittadini che sempre più frequentemente vengono fatti oggetto di delitti odiosi e futili per il solo fatto di essere gay, transgender o lesbiche. Era una legge che avrebbe reso il nostro ordinamento un po’ più esplicito riguardo al principio di assoluta parità tra individui di diverso orientamento sessuale; una legge che, finalmente, trattava l’omofobia per quello che è: violenza, gratuita, materiale e/o morale, “basata sul pregiudizio e analoga al razzismo, alla xenofobia, all’antisemitismo e al sessismo”.
Ieri però la “legge Concia” è stata affossata alla Camera. La maggioranza ha votato l’incostituzionalità del provvedimento dopo essere stata sconfitta sul tentativo di rinviare tutto in Commissione. La pregiudiziale di incostituzionalità, sollevata dall’Udc, ha ricevuto 285 voti favorevoli, 222 contrari e 13 astenuti. [*] Insomma, per farla breve: di peggio non poteva accadere in un paese di merda sul quale svolazzano troppi avidi mosconi.
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Gli arresti e il precipitare di ogni cosa scuotevano la giunta tutta intera come foglie morte su un acero in novembre e lei, Rosa Russo Iervolino, pur di non lasciare s’è decisa a un rimpasto (checché se ne dica): «È – dice il sindaco – un governo di piena innovazione. Ci sono sei nuovi assessori, che poi hanno gli incarichi più importanti, e altri quattro sono cambiati pochi mesi fa. Questo è il rinnovamento. Più di così non si poteva fare». Già. Più di così non si poteva fare, per mantenerla attaccata alla poltrona ché se il sindaco ne mandava a casa solo uno in più, uno solo, sarebbe caduta pure lei. Un rimpastuccio, insomma, in piena regola che è servito per non cadere rovinosamente e, di sponda, per dimostrare che il Pd a Napoli può mantenere la guida del Comune solo con questi espedienti, solo se accetta di essere impotente ad ogni reale cambiamento.
“Noi – ha dichiarato il sindaco – dobbiamo essere la discontinuità nella continuità”: una così forte contraddizione in termini, lanciata ai tg, come nulla fosse, senza manco arrossire un pochino, senza scuorno. Anzi, da consumata attrice, la Rosetta di Napoli continua dicendo: “Ho fatto parte di 10 governi. Almeno otto sono andati in parlamento con una possibilità di rischio. Una cosa è arrivare con il rischio dopo aver tentato il tutto e per tutto, una cosa è scappare. E io non scappo”. Infatti, lei non scappa. Manco se la vogliono cacciare a pedate nel culo.

«Non è ammesso – cito dall’Art. 74 della Costituzione – il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali» e cosa mi propone la coppia Veltroni – Di Pietro contro il decreto Gelmini? (decreto che, per lo più, è un capitolo di legge finanziaria) Un referendum. Ci toccherebbe – se passasse la proposta, dico – andare a decidere sul grembiule e sul voto in condotta. Gran bella cosa. Davvero un gran bel risultato.
L’idea che mi son fatto? S’annaspa nel buio più totale e si fatica a star dietro alle mascalzonate del governo. Non c’è opposizione. Anzi, c’è la migliore opposizione che Berlusconi potesse sperare.
«Noi – dice Silvio Berlusconi – andremo avanti per mantenere i nostri impegni elettorali con le nostre forze. Se l’opposizione si aggregherà [...] saremo felici, ma non credo che questo possa succedere». A Veltroni, Di Pietro e Casini il premier – è deduzione tutta personale, si badi – riconosce il diritto di “aggregarsi” non di discutere ché in fondo quello che lui auspica è un’allegra comitiva (l’esempio me lo suggerisce il De Mauro), tutta attenta a seguire l’ombrellino del capofila per non perdersi. Senza rompere i coglioni sulla destinazione, però: quella sarà comunicata appena un attimo dopo l’arrivo.

«A proposito. C’è una sola cosa peggiore dell’abuso delle intercettazioni telefoniche: il loro divieto. »
Fortuna che c’è il governo spagnolo a fargli una seria opposizione ché altrimenti il consenso sfiorerebbe, per davvero, cifre bulgare. E che a legger d’un sol fiato certe dichiarazioni sui quotidiani ci s’accorge che sono tutti diventati – e pure con convinzione, direi – berlusconiani: Celentano, Scalfari e Bassolino – giusto per citare qualche nome di spicco – nello stesso giorno, infatti, fanno a gara a chi offre la miglior fetta di culo a Berlusconi e alla sua compagine governativa. È sindrome di Stoccolma collettiva, oramai.

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