
Il caso trattato stamani nella trasmissione Viva voce su Radio 24 è la Oratio pro iudaeis del messale romano tridentino con la modifica voluta dall’attuale pontefice Benedetto XVI che – c’era d’aspettarselo – tante reazioni e ferme prese di posizioni ha suscitato nel mondo ebraico. L’«Oremus et pro iudaeis ut…» seppur purgato di quello storico «perfidis» che nei secoli fu tanto caro a molti antisemiti cristiani ha riportato a galla – pare, a detta del card. Casper, in maniera assolutamente non casuale [¹] – vecchie questioni mai chiarite.
«Preghiamo per gli Ebrei: il Signore Dio Nostro illumini i loro cuori
perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini. Dio Onnipotente ed eterno,
Tu che vuoi che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza
della verità, concedi propizio che, entrando la
pienezza dei popoli nella tua Chiesa, tutto Israele sia salvo»
Molte cose andrebbero dette al riguardo (e molte cose le ha chiarite stamani il rabbino Carucci), ma qui mi limito a dirne solo qualcuna.
Di là dello specifico – l’antisemitismo – pare di capire che la parte tradizionalista del cattolicesimo rappresenta un settore molto marginale nella Chiesa; e comunque sarebbe da considerare tale solo quando è antisemita, senza però destituirgli la centralità dal momento che riesce a promuovere e ad ottenere la rivalutazione della liturgia secondo il messale preconcialiare, che però necessita di una rettifica – lieve, ma significativa – ché altrimenti sarebbe troppo offensivo nei confronti dei “fratelli maggiori” d’Israele. I quali, però, non dovrebbero accusare alcuna offesa per il fatto che si preghi «ut agnoscant Iesum Christum salvatorem omnium hominum» (è la tesi sostenuta da qualche devoto-a-prescindere) ché, nella sostanza, farebbero bene – gli ebrei, dico – se la smettessero d’essere ebrei, appunto, e si facessero cattolici ché «la salvezza passa – volete capirlo, razza di zoticoni? – solo nel riconoscimento della funzione salvifica della figura di Gesù». Gli ebrei quindi, per mano di Ratzinger, sarebbero certamente non più «perfidis» ma – è questo il senso – non pienamente illuminati dalla perfetta Verità e dall’assoluta Bontà.
Ancora. La preghiera affinché gli ebrei si convertano è cristiana, anzi è essenzialmente cattolica, cioè è parte propria di quella dottrina che riconosce nel vescovo di Roma il vicario di Cristo in terra. Chiedere, allora, che gli ebrei «agnoscant Iesum Christum salvatorem omnium hominum» significa pretendere che essi – oltre, chiaramente, ad abdicare alla propria identità per giungere alla Salvezza – si debbano pure sottomettere all’autorità morale del Pontefice romano. Il problema – pare chiaro – è soprattutto teologico-politico ed è «enorme» (è proprio l’aggettivo usato dal rabbino Carucci) ché – stando a quanto è scritto – solamente entrando nella Chiesa, Israele può essere salva. Cosa significhi dialogare in questa nuova prospettiva è cosa davvero tutta da chiarire e non pare assolutamente una provocazione la richiesta dei rabbini di rivalutare il cammino di dialogo avuto, nel corso di questi anni, con la Chiesa cattolica. E tutto questo, sia ben chiaro, al di là di quello che pensa e va scrivendo al riguardo il dott. Farina meglio noto come Agente Betulla, ex giornalista (ora solo opinionista) al soldo del Sismi.
[¹] Secondo Sandro Magister, vaticanista dell’Espresso, la nuova formulazione della preghiera rileva la mano personale di papa Josef Ratzinger che sarebbe partito da un aspetto – a suo dire – marginale (quello della correzione di alcune parole effettivamente avvertite come offensive che erano nella vecchia preghiera del messale del 1962) cogliendo, però, l’occasione per mettere di fronte a tutti quella che, a suo parere, rimane «la questione capitale del rapporto tra Israele e la Chiesa»: la figura di Cristo come figlio di Dio e quindi unica forma di salvezza.
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