
«Forse [si] reputa malattia urgente – scrive stamani il dottor Belcari a Il Foglio –, che espone le donne al pericolo di vita, il concepimento, e morbo da estirpare con urgenza il concepito, sì da obbligare con campagne mediatiche tutti noi a prescrivere Norlevo minacciando di sanzionarci?». Argomentazione quella del medico obiettore speciosa ché non è – come insinua il medico – il concepimento a porre la donna in pericolo di vita quanto piuttosto le conseguenze di un allungamento dei tempi d’attesa che rendono un’interruzione di gravidanza rischiosa per la donna che ha deciso d’abortire. La clausola dell’obiezione di coscienza – scrisse, giustamente, Paolo Flores d’Arcais lo scorso 31 ottobre su Liberazione – era ben giustificata solo ai tempi in cui la 194 entrò in vigore ché i medici cattolici (e dunque obiettori) di allora “subirono” un’innovazione alla quale non avevano pensato nel momento in cui si specializzavano. Attualmente, però, chi sceglie una specializzazione medica come quella in ginecologia ed ostetricia e decide d’operare in un ospedale pubblico sa bene a cosa va in contro e se, fottendosene dei diritti di molte pazienti, pretende d’avvalersi dell’obiezione, utilizza – il meschino – una norma che non era stata scritta per lui, compiendo un gesto discutibile sia sul piano morale che umano. Immagino che ci siano vari modi di affrontare e risolvere il problema posto dagli obiettori: il modo più drastico – e forse anche quello più efficace – potrebbe essere quello di impedire agli obiettori d’intraprendere la specializzazione in ginecologia ché l’infame pratica dell’obiezione può vanificare (se non ostacolare) il diritto delle pazienti. Alternative? Chiedetele al dottor Belcari.
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