Lui, a dire il vero, non sapeva leggerlo, il russo.

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Una volta Puškin ha scritto una lettera a Rabindranath Tagore. «Caro amico lontano», gli ha scritto, «io non La conosco, e Lei non mi conosce. Sarebbe bello conoscerci. Stia bene. Saša.» Quando è arrivata la lettera, Tagore stava meditando. Una meditazione così profonda, che si tagliava con il coltello. La moglie lo scuoteva, lo scuoteva, gli metteva la lettera sotto il naso, niente da fare, non la vedeva. Lui, a dire il vero, non sapeva leggerlo, il russo. Così non si son conosciuti.

Paolo Nori, da I russi sono matti, Utet

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C’è un piccolo cimitero di campagna in uno degli angoli lontani della Russia. Come quasi tutti i nostri cimiteri, ha un aspetto triste: i fossi che lo circondano sono da tempo pieni d’erbacce; le grigie croci di lego si sono piegate e marciscono sotto i loro tetti che una volta erano dipinti; le lastre di pietra sono tutte smosse, come se qualcuno le avesse spinte dal basso: due o tre alberelli magri fanno a malapena una misera ombra; delle pecore vagano indisturbate tra le tombe… Ma tra di esse ce n’è una che l’uomo non tocca e l’animale non calpesta: solo gli uccelli si posano su di essa e cantano, all’alba. Una cancellata di ferro la circonda; due giovani abeti sono piantati alle sue estremità; Evgenij Bazarov è sepolto in questa tomba. Qui, da un piccolo villaggio poco lontano, vengono spesso due vecchi ormai decrepiti, marito e moglie. Sorreggendosi l’un l’atra camminano col loro passo pesante; si avvicinano alla cancellata, si mettono e rimangono in ginocchio, e piangono a lungo, e amaramente, e a lungo e attentamente guardano la muta pietra sotto la quale giace il loro figlio; si scambiano qualche parola, tolgono la polvere dalla pietra, aggiustano il ramo di un abete e si mettono ancora a pregare, e non possono abbandonare questo luogo dove è come se fossero più vicini al figlio, al ricordo di lui… Forse le loro preghiere, le loro lacrime sono infruttuose? Forse che l’amore, il sacro amore fedele non è onnipotente? Oh, no. Per quanto appassionato, peccatore, turbolento sia il cuore nascosto in una tomba, i fiori che crescono su di lei ci guardano serenamente con i loro occhi incolpevoli: non ci parlano solo di una pace eterna, di una grande pace “indifferente” della natura; ci parlano anche di un’eterna riconciliazione, e di una vita infinita…

– Ivan S. Turgenev, Padri e figli (tr. Paolo Nori)

La legge è al di sopra di tutti noi. Il singhiozzo è al di sopra di ogni legge…

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Un poema alcolico – questo è un modo assai sintetico e, a mio avviso, esatto per definire questo racconto di Erofeev tradotto per quelli della Quodlibet da Paolo Nori. Un romanzo che ti cattura in un sonno etilico, sballottato da una stazione all’altra, su un treno dove i chilometri da percorrere si pagano con la vodka – un grammo a chilometro; un romanzo che divori per il gusto di scoprire cosa diavolo s’inventa, pagina dopo pagina, il protagonista per parlare di questa o di quell’altra cosa. Che è poi questa, secondo me, la vera letteratura: una molla che ti spinge a girare le pagine di un libro… Ma andiamo con ordine.
Nell’inverno del settanta, Venedikt Erofeev, il più dispari degli scrittori russi, prende il treno delle 8 e 16 da Mosca per Petuškì – proprio perché era proibito andarci – e ne viene fuori appunto un libro: “Mosca-Petuškì. Poema ferroviario”. «Lo sa il diavolo, con che genere letterario arriverò a Petuškì». Erofeev smonta e rimonta le sue letture – da Dostoevskij, Gogol’, ai Vangeli, Cantico dei Cantici e il Libro dei Salmi –, smonta e rimonta la realtà sovietica dal suo punto di vista sfocato, mosso, alcolico. Macina chilometri di binari e beve alcol, macina chilometri, supera stazioni e monologa su tutto quello che gli viene in mente, e solo dopo cento e fischia pagine trova il tempo per Mitrič e suo nipote anche lui Mitrič, con i quali ovviamente beve. Poi, man mano, arriveranno altri, tra questi: Baffonero, il decabrista, una donna dal destino complicato con una cicatrice e senza denti, a confondere la Siberia con l’America e i bianchi con i neri. «La frontiera serve per non confondersi di nazione. Da noi, per esempio, c’è una guardia di frontiera che sa, di sicuro, che la frontiera non è una finzione e non è un emblema, perché da una parte della frontiera parlano in russo e bevono di più, e dall’altra parte bevono meno e non parlano in russo…». È un filosofo da «scompartimento», a seguirlo s’arriva allo sfinimento, ti ubriaca di parole, ti manda in pappa il cervello e il movimento del treno è un pretesto come un altro per ragionare, infilare storie, esprimere pensieri ad alta voce, senza un filo logico: «Bisogna costringersi, con la forza di volontà, a vincere la sonnolenza e a bere l’undicesima dose, e allora forse comincerà una recidiva del rinvigorimento».
Non ha mai visto il Cremlino anche se è un suo desiderio, perché ogni volta che ci prova finisce alla stazione di Kursk; alla fine ci sarà un capovolgimento della realtà delle cose e ci arriverà inciampando a vedere il Cremlino, per caso. Le attrattive del suo cuore lottano con la ragione e il dovere, e non si sa bene chi vinca; intanto beve vodka, che è più a buon mercato del manzo, e il bere è il rimedio a tutto, come tutte le persone oneste sanno: «Vai, Venička, e bevi come un secchiaio», e se non c’è vodka – soprattutto samogon’ (ogon’ significa fuoco) la vodka distillata in casa – si può sempre rimediare con il lucido da scarpe o le acque di Colonia: Spirito di Ginevra, Cipro, Gelsomino e Mughetto.
Ha l’anima più capiente del cervello, anima che poi è malata anche se non lo dà a vedere, e parla con gli angeli e Satana, e forse per questo ha raggiunto una tale distanza dalla verità che riesce a vederla come non gli era mai capitato, «Adesso avete capito perché sono più triste di tutti gli ubriaconi? Perché sono più superficiale di tutti gli idioti, e più cupo di tutte le merde? Perché sono un coglione, e un demone, e un chiacchierone nello stesso tempo?» e no non lo capiscono: «Ecco, visto? E così, per tutta la vita. Per tutta la vita incombe su di me questo incubo, un incubo che consiste nel fatto che ti capiscono non al contrario, no, «al contrario» sarebbe ancora niente, ma esattamente in modo opposto, cioè in un modo perfettamente maialesco, cioè antinomicamente». E lui si sveglia sotto i terrapieni delle ferrovie, occupandosi del singhiozzo, «La legge è al di sopra di tutti noi. Il singhiozzo è al di sopra di ogni legge».
Depura la vernice per mobili, ottimo ingrediente per i suoi cocktail alcolici, e ha pensieri così: «Il mio domani è luminoso. Sì. Il nostro domani sarà più luminoso del nostro ieri e del nostro oggi. Ma chi garantisce che il nostro dopodomani non sarà peggio del nostro altroieri?»