
Al netto di divorzio, aborto, coppie di fatto e testamento biologico, che almeno sono grandi questioni etiche e sociali, possibile che anche un innocuo sexy shop possa scuotere e turbare le coscienze dei cattolici? Pare – a dar retta a quanto riportato qui – che la cosa sia possibile: un sexy shop a San Giorgio a Cremano deve vedersela con le proteste dei fedeli e del parroco che ritengono “controcorrente” l’attività commerciale.
Ora, a parte che definire un legittimo esercizio commerciale “controcorrente” non significa un cazzo, che disturbo potrà mai arrecare un anonimo negozietto riservato ad adulti paganti? Vuoi vedere che il parroco teme la concorrenza? E soprattutto: ammesso pure che l’attività disturbi l’animella vergine di qualche fottuto moralista, da quale marcio luogo della psiche può sortire l’istinto di ostacolarla o di combatterla a colpi di petizioni, visto che riguarda altri e non costringe alcuno? La domanda è banale ma è sempre la solita: poichè nessuno obbliga nessun “cattolico” timorato del sexy shop a frequentarlo, perché mai costui si sente in obbligo di impedire agli altri di comprare un vibratore o di farsi una sega?
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