
Prete venezuelano molesta due bambine durante il volo per Roma [*] … che noia che barba, che barba che noia.
versione 2.0

Prete venezuelano molesta due bambine durante il volo per Roma [*] … che noia che barba, che barba che noia.

Non faccio mai eccezioni. Un’eccezione
dimostra la falsità della regola.
«Ho celebrato quattro messe in un giorno!». Si giustifica così M.C., 41 anni, beccato con un tasso alcolico di 0.8 – quello consentito per legge è di 0.5. Col massimo rispetto, è una giustificazione del cazzo e assai fuori luogo, pretuzzo mio caro, ché la legge parla chiaro: dopo i 0.5 non puoi guidare, scatta l’ammenda e il ritiro della patente: sei un pericolo per te e (soprattutto) per gli altri.
Che tu sia prete o ragazzotto scapestrato non importa – non è quello il punto in questione: che tu abbia celebrato quattro messe o abbia fatto quattro salti in discoteca la cosa è irrilevante: con 0.8 in circolo nel tuo corpo non puoi guidare. Per legge. (Almeno così dovrebbe essere. Spero.)
Sono certo che il giudice di pace a cui il prete si rivolgerà – perché ci sarà ricorso, ovviamente – saprà trovare il calilluzzo del cazzo per ridargli la patente, annullare l’ammenda e pisciare sul codice.

“Il sacerdote deve essere uno
che vigila. Deve stare in guardia di fronte
alle potenze incalzanti del male.
Deve tener sveglio il mondo
per Dio”
Il sergente addestra la sua truppa per la guerra contro il fetido relativismo cartesiano e illuminista. Ci mette foga e passione – tanta.
Capita, però, che a furia di stare “in guardia di fronte alle potenze incalzanti del male” il soldato si rompa il cazzo. Ma viene beccato e multato. Che sfiga.

«Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati». Così è scritto in Matteo (cfr. Mt 7,1) e così – stando a quello che riportano i giornali – ripete il vescovo di Chioggia, monsignor Angelo Daniel, a tutti quelli che pretenderebbero da lui non dico una punizione esemplare, ma almeno una lavata di testa a quel pretuzzo della sua diocesi trovato a fottersi una sua pecorella. La dinamica è robetta trita e ritrita, nulla di originale, la solita pochade: “lui” rientra a casa prima del previsto e trova “lei” a letto con “un altro”. L’altro è un prete. Cosa fa il marito cornuto? Ammazza il prete? Ammazza la moglie? Entrambi? Nulla di tutto questo. Certo – penso io – avrà gridato come un pazzo, una “puttana”, ne son certo, gli sarà scappata di sicuro… ma poi, da buon cristiano, sarà corso inferocito dal vescovo per cantargliele quattro a quel bastardello in sottana nera. A casa sua… nel suo letto… con sua moglie. Bastardo d’un pretozzo!
Sua Eccellenza – così dicono i giornali – pare però abbia storto il miusetto ché – sono sue parole – «il sacerdote è stato spinto a mancare». Insomma quel sant’uomo del vescovo gli fa pure la ramanzina (cornuto e mazziato… mo’ ci vuole) ché nella lamentela del cornuto è implicito un giudizio – che, manco a dirlo, è un giudizio ingiusto – nei confronti del prete: sua moglie è responsabile del peccato, sua moglie ha tentato il preticello. «Non giudicate, per non essere giudicati» va ripetendo stizzito Sua Eccellenza che non ammette, in nessun modo, che s’emettano giudizi. Lui stesso – Sua Eccellenza Illustrissima , dico –, tanto per fare un esempio, avrebbe potuto dare del “cornuto” al marito tradito, ma non l’ha fatto. Il giudizio sulla di lui moglie non è, a quanto pare, un giudizio, ma la constatazione che tutti possono sbagliare e la donna, certamente, lo ha fatto.
Colla coda tra le gambe il fedele cornuto sarà tornato a casa, in silenzio. Avrà atteso, solitario, che i due amanti consumassero la loro sfrenata passione e poi, nell’aprire l’uscio al focoso confessore, prima di salutarlo e invitarlo nuovamente in quella casa, gli avrà chiesto scusa per esser rincasato troppo presto.

«Viziosa è ogni specie di contronatura. La più viziosa specie d’uomo è il prete: egli insegna la contronatura. Contro il prete non si hanno motivi, si ha la prigione. »

«In qualità di educatore e anche di sacerdote, Ruggero Conti – leggo da la Repubblica – aveva la responsabilità dell’educazione spirituale dei ragazzi, della loro istruzione e anche, probabilmente per le situazioni disagiate in cui si trovavano a vivere i minori, svolgeva, quando erano affidati alle sue cure, funzioni di vigilanza e di custodia». Il tipo, sfruttando la sua posizione privilegiata, agiva indisturbato e – stando alle accuse – tra un’omelia e l’altra riusciva ad incularsi anche qualche bambino nel retro della canonica. Analoghe accuse gli erano state mosse anche l’anno scorso. Don Ruggero Conti, però, per quei fatti non era finito a Regina Coeli, ma era stato semplicemente sospeso dai suoi incarichi: libero dalle incombenze era riuscito ad occupare il tempo libero – quando non si trastullava coi bambini, dico – organizzando una bella campagna elettorale a fianco di Gianni Alemanno, in qualità di consulente per le politiche familiari.
Da più parti si ripete – è accusa che m’è stata mossa anche qui più volte: la percentuale dei pedofili nella Chiesa non è maggiore che in altri corpi e in altre categorie sociali. Può essere, rispondo, anche se è percentuale comunque altissima, preoccupante e assai grave, soprattutto se si tiene conto di quanto credito (morale e non) hanno questi loschi individui nella collettività in cui riescono ad operare.
«I verbali delle [...] testimonianze [dei ragazzi] dovrebbero – riporto dall’articolo citato in precedenza – essere letti dall’autorità ecclesiastica massima perché si renda conto di cosa viene fatto a questi ragazzi». E credete che “l’autorità ecclesiastica massima” non sappia cos’è che subiscono questi poveri ragazzi? Credete che Sua Santità ignori le atrocità inflitte a quei ragazzetti violentati? Suvvia, siamo seri: il problema non sta nell’ignoranza quanto piuttosto nel modo d’agire ché il pastore, il più delle volte, preferisce tacere piuttosto che denunciare. È questo il vero dramma.

È tutto scritto qui, nero su bianco, a pagina 7 del Corriere del Mezzoggiorno di sabato 28 giugno. Titolo: “Preti picchiati all’oratorio, avevano sgridato un bimbo”. La dinamica dell’accaduto è cosa assai banale; poche battute e ve la riassumo tutta. A Gianturco (Napoli), nella Parrocchia della Sacra Famiglia, un prete – tale padre Rosario Avino – ha sgridato un ragazzino (il chierico, in verità, ha anche preso il fanciullo per la maglietta e l’ha spinto) la cui colpa – la colpa del ragazzino, dico –, è stata quella di non voler giocare insieme agli altri dell’oratorio. Il ragazzino, mi pare di capire, se n’è subito lamentato col babbo che, incazzato anch’egli come un toro, è andato a chiedere ragioni al prete. A quanto pare gli animi si sono subito accesi – provate voi a calmare un toro incazzato come un babbo– e il pretuzzo, vista la mala parata, ha chiamato un altro prete in soccorso.
Il babbo del ragazzino chiama anche lui i rinforzi – ché due preti sono molto di più di un solo laico incazzato. E così la cosa ha preso toni fortemente passionali – dapprima viola poi un deciso rosso sangue – e da uno strattone s’è passati ad un pugno, qualche schiaffo c’è pure scappato, uno sputo, qualche parolaccia… mantieni ad uno, schiaffeggia ad un altro… insomma i laicisti, alla fine, hanno fatto il culo a tarallo ai chierici, scommandoli di sangue.
La cosa – manco a dirlo – ha indignato, e di molto, l’intero paesino: trecento pie anime sono scese in piazza, torce alla mano, per solidarizzare con i due religiosi. [Anche i giornalisti, in realtà, hanno, in massa, solidarizzato con i chierici: per un Sepe intervistato, sostenuto a gran voce da altri don in gonnella, non c'è stato un solo picchiatore laicista – uno solo, dico – che ha potuto esporre le sue ragioni: è venuto a mancare, come al solito, il contraddittorio.]
Intervistato sull’accaduto, don Tonino Palmese la butta sul relativismo: «il clima di violenza generalizzato che ci circonda [...] fa sentire tutti autorizzati a rispondere con la sopraffazione a qualunque fatto che possa essere avvertito come tale (in questo caso il rimprovero al bambino)». Al di là delle fini argomentazioni che chiunque potrebbe ricamare sull’accaduto, la cosa a me pare, davvero, di una banalità disarmante. È legge naturale, non ci sono cazzi che tengono: a violenza (anche se esercitata per nobili fini pedagogici) si è soliti risponde con altra violenza.

Non si può fare a meno di dare notizia che hanno condannato un altro prete. Pare – a dar retta a quello che riportano le cronache – che il chierico tra un Ave e un Pater, nel segreto della sagrestia, si sia inculato 16 ragazzetti… Come? Poco sarcasmo, per piacere: i pedofili – è cosa risaputa – ci sono in ogni genere di categoria: idraulici, notai e taglialegna. D’altronde, a dar retta la statistica, in sei casi su sette l’accusa di pedofilia a un prete cela un complotto ordito dalla lobby laicista. Quando un prete poi ha davvero commesso un abuso su un minore la Chiesa è severissima ché il Codice di Diritto Canonico non scherza mica. È successo così anche per l’ex parroco di Farneta, Pierpaolo Bertagna? Ci potete scommettere. “L’uomo – riporto paro paro la notizia – venne arrestato nel 2005 dopo la denuncia dei genitori di un ragazzino di 13 anni”. Bastarono poco più di un anno e “Benedetto XVI lo aveva [già] dispensato da tutti gli oneri del sacerdozio, incluso il celibato”. Incluso il celibato, capito? Roba che il chierico si sarà cagato sotto!

In base a quanto stabilito dalla sentenza del 21 febbraio scorso emessa dalla Corte Europea dei Diritti Umani «dal Ministero dell’Interno dovrebbero essere inoltrate diffide alla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) affinché si astengano dall’esercitare simili pratiche [ ovverosia la benedizione delle case da parte dei preti della Chiesa cattolica durante il periodo pasquale], con minaccia di azioni legali per il ristoro del danno derivante dalla lesione del diritto di libertà religiosa» (sentenza del 21.02.2008).
Il Presidente dell’Association pour la Fondation Europa (AFE), Giorgio Salina, intervistato da ZENIT commenta: «questa sentenza, così come il recente pronunciamento del Consiglio d’Europa sul diritto all’aborto sicuro e gratuito confermano un progressivo cedimento alla deriva relativista e un subdolo tentativo di legiferare attraverso la Magistratura, eludendo i limiti di competenza di ciascun organismo». E ancora: «non vi è dubbio che la convergenza di Deputati europei appartenenti a diversi gruppi politici, gli intergruppi Gay e Lesbiche e analoghe Organizzazioni europee, potenti lobby come Catholics for the free choice, determinano una forte pressione relativista nelle varie Istituzioni».
Sembrano toni miti [*], ma appena oltre le gengive c’è la lingua del furioso reazionario.
«I Paesi che ancora devono ratificare il Trattato di Lisbona, come l’Italia, escludano – suggerisce Salina – l’accettazione della Carta dei diritti fondamentali, rifiutandone la prevalenza sulla propria legislazione, e la prevalenza di tutte le artificiose sentenze ad essa collegate».
Sembravano toni miti, nevvero?
[*] colpa dell’algesia da ustioni al culetto.

«Le notizie svendute ai lettori – scrive, stamani, un ispirato Volontè –, questa malsana idea che bisogna educare i bambini alla omosessualità, a vivere nelle incerte condizioni di famiglie allargate, poi, una volta cresciuti, a scegliere di non avere figli e a essere fedeli, grazie ai corsi del Comune, è non solo inquietante ma pure tragica». Chioso, se permettete, parafrasando il titolo dell’articolo: a furia di sniffare incenso uccidiamo i neuroni.
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