La sostanza della domanda che orami tutti si pongono è questa, quasi un tormentone: “perché Riccardo Villari non si è dimesso dalla carica di Presidente della Commissione di Vigilanza Rai?”. Oramai sono in tanti che lo invitano a farsi da parte ma lui, imperterrito, resiste contro tutti: contro Walter Veltroni, contro tutto il Pd (che lo ha espulso), contro i Presidenti delle Camere e perfino contro Silvio Berlusconi. La ragione del suo resistere, a sentir lui, è tutta nel rispetto del Parlamento, della democrazia, dell’alto senso di responsabilità: «Sono sereno, vado avanti a lavorare e credo che in questo momento l’unica scelta responsabile per il ruolo che ricopro è la consegna del silenzio ». Bla bla bla… chiacchiere. La verità è che il senatore non s’è dimesso perché gli piace fare la prima donna, perché la carica di presidente lo esalta e perché l’intero Pd non ha la forza di metterlo da parte.
L’unico grave torto del senatore partenopeo è di aver annunciato le dimissioni se si fosse trovato un nome sul quale convergessero maggioranza ed opposizione: “ho spiegato – dichiarò il 17 novembre scorso – che mi dimetterò se al più presto si trova una candidatura condivisa”. Tutto qui, a mio avviso, l’errore (gravissimo) del presidente Villari. Il resto della faccenda – quella dopo l’elezione, dico – è stato tutto un susseguirsi di passi falsi e situazioni mal gestite non certo (solo) da lui.
Villari non andava minacciato, insultato e sbeffeggiato dai suoi (oramai) ex compagni di partito: meglio sarebbe stato se dopo l’elezione, fin da subito, fosse stato indicato come l’uomo giusto al posto giusto e tirare per un po’ avanti. Poi – a partire da questa situazione di distensione – i dirigenti del partito avrebbero dovuto offrirgli, sotto banco, una compensazione per la rinuncia alla carica e la cosa si sarebbe, molto probabilmente, aggiustata. Attaccandolo frontalmente, insultandolo e disonorandolo pubblicamente non hanno che peggiorato la situazione. Senza prospettiva di carriera o di prestigio il senatore ha deciso di tenersi quello che gli spetta di diritto. Ha sbagliato? Forse. Di certo tutti gli rinfacceranno di aver agito solo per proprio interesse. Ma Veltroni, e Di Pietro, e Orlando per cosa agivano? Quali erano i loro fini? Non pensavano anche loro soltanto al proprio interesse? Villari è stato democraticamente eletto. Di più. La sua è stata una elezione non stabilita dalle segreterie. E dunque? Perché al sacrificio di una cosa non chiesta uno si deve pure sorbire le beffe del Di Pietro di turno e gli insulti di un Francesco Merlo qualsiasi che ha avuto la faccia tosta – lui che quando non gli fu concesso un posto alla direzione del Corriere della Sera sgattaiolò a Repubblica – di scrivere che «tutti capiscono che Villari non si dimette perché è un topo che da tutta la vita aspetta un pezzo di formaggio»?
Per come si sono messe le cose, pur senza spellarmi le mani per applaudire Villari, ne comprendo la posizione e non mi sento di biasimarlo ché – lo scriveva Carlo Maria Cipolla in Allegro ma non troppo– “una persona è stupida se causa un danno a un’altra persona o ad un gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo un danno”. E Villari, francamente, non mi pare persona stupida. Anzi.