
«Noi – a parlare è Ritanna Armeni – non sappiamo se Anna Maria è colpevole o innocente, ma ora dovrebbe prevalere un sentimento di pietà, di solidarietà. Non è un sentimento ignobile, anche se negli ultimi anni, mesi e giorni, tutti stanno cercando di convincerci di questo». Senza manco aver letto la sentenza, tutta ’sta bella intelligenza nostrana (sia detto con una punta d’ironia, si capisce) chiede la grazia per la signora Franzoni così, per un sesto senso o forse per simpatia (ma anche la maliziosa ipotesi del freddo calcolo utilitaristico ci sta tutta): tutti pronti a firmare in blocco senza pretendere di produrre né fatti nuovi né inedite controprove; senza nemmeno avanzare l’ipotesi di un’incompatibilità alla detenzione da parte della condannata. Nulla di nulla: si assolve, a prescindere, l’una per mandare a puttane il lavoro di ben 14 giudici rei – secondo il modo di ragionare di questi innocentisti ad oltranza – d’aver visto nei fatti la colpevolezza de “la madre di Cogne”. Il pretesto, ad ogni modo, è buono – per quelli di Rifondazione, dico – soprattutto per mostrare a tutti che anche loro (loro che vantano l’amicizia dei vari Travaglio, dei Di Pietro e financo dei Pecoraro Scanio) hanno (avuto) il “dono della pietà” – e che pietà! – e che questo dono intendono usarlo fino in fondo: dopo tanto giustizialismo, appendono le manette ai chiodi e iniziano a chiedere grazie.
C‘è dell’altro? E certo che c’è dell’altro ché – e diciamolo francamente – la richiesta di una grazia a meno di 24 ore dalla sentenza di colpevolezza significa accreditare l’idea che la signora sia stata l’ennesima vittima del bislacco sistema giudiziario nostrano. Nonostante i tre gradi di giudizio, insomma, il delitto di Cogne rimane opinabile mentre il diritto si trasforma in arroganza: giudici senza cuore che non riescono a comprendere il dolore di una mamma. «In fin dei conti nel caso Cogne – continua l’Armeni – rimane un forte elemento di incertezza, nessuno ha dimostrato la colpevolezza della madre, e nel dubbio pro reo»… e che quelli dalla Corte di Cassazione, con la loro sentenza – l’aggiunta è mia; Ritanna non si spinge fino a questo punto –, se l’andassero a prendere in culo.
Per farla breve – e qui chiudo – siamo alle solite: la sola certezza, dalle nostre parti, è l’incertezza.