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…è consigliabile

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«La Santa Sede ratifica la convenzione contro le bombe a grappolo» (Zenit, 3.12.2008). Viste le posizioni assunte sulla depenalizzazione dell’omosessualità e sui diritti dei disabili, un secco no, anche in questo caso, sarebbe stato coerente. Magari chiarendo che il Catechismo stigmatizza le munizioni a grappolo purché le vittime non siano omosessuali: il cappio, in questo caso, è consigliabile.

rutto libero…

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Ancora non s’è spenta l’eco del no alla depenalizzazione dell’omosessualità nei paesi dove questa è reato penale, ed eccoli a dire, nuovamente, no. Questa volta hanno preso di mira la convenzione Onu sui diritti dei disabili. Nel primo caso – la depenalizzazione dell’omosessualità, dico –, il principio sacro da non scardinare era il matrimonio, nel secondo caso, invece, c’è la faccenda della sacralità dell’embrione: se non si vogliano riconoscere all’embrione malformato gli stessi diritti del disabile, il disabile se lo può allegramente prendere nel culo; la Santa Sede non approva la convenzione e non la firma, anche se (soprattutto nei paesi in via di sviluppo) la disabilità è spesso sinonimo di esclusione all’assistenza sanitaria e all’istruzione. Ma volete mettere tutto questo contro un principio non negoziabile? La Santa Sede non firma – hai voglia a criticarli. Il principio è salvo, il “non negoziabile” non si tocca: rutto libero in faccia ai ricchioni impiccati e ai disabili emarginati. Sua Santità avalla.

a margine…

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Accuse «infamanti senza fondamento nei confronti di monsignor Marcinkus, morto da tempo e impossibilitato a difendersi»: così dal Vaticano si risponde a tutti quelli che accusano l’ex presidente della Ior per un suo presunto coinvolgimento nel rapimento di Emanuela Orlandi. È giusto dirlo: la Santa Sede, in questo caso, ha ragioni da vendere ché le illazioni della Minardi – almeno quelle circolate in questi ultimi giorni sulla stampa, dico – sono talmente inverosimili da risultare, davvero, “senza fondamento”. Infondate, appunto, come quelle che vorrebbero lo stesso Marcinkus responsabile sia della morte di Giovanni Paolo I che dello scandalo finanziario del Banco Ambrosiano di Calvi.
A margine – il tutto sia detto, davvero, senza malizia – vorrei sollevare una questionicina relativa alla figura del monsignore “morto da tempo” – in realtà l’arcivescovo è passato a miglior vita appena il 20 febbraio del 2006 (due anni e mezzo fa, insomma) : com’è, mi chiedo, che dal 1997 l’arcivescovo venne esiliato in Arizzona «dove ricopriva – leggo da wikipedia l’umile carica di quarto parroco della chiesetta di San Clemente»? Ché – spero ne converrete – la traiettoria professionale del prelato è a dir poco imbarazzante: un po’ come se, dopo il premio Nobel, ad Einstein fosse stato proposto di lavorare come bidello in qualche scuola elementare svizzera.

dieci anni fa…

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Era il 13 gennaio del 1998 quando Alfredo Ormando, uno scrittore omosessuale siciliano, si diede fuoco in piazza San Pietro. Arrivò in treno a Roma da Palermo. Appoggio il suo cappotto sulle transenne. Si cosparse di benzina. S’inginocchiò e rivolto al presepio che ancora era in mezzo alla piazza, si diede fuoco. La sua agonia durò dieci lunghissimi giorni. Alcuni allora sostennero che nelle tasche del cappotto ci fossero delle lettere indirizzate all’allora pontefice, Giovanni Paolo II, e al Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’allora cardinal Joseph Ratzinger – lettere che, sarebbe superfluo precisarlo, non furono mai rese pubbliche.
Ormando era stato seminarista, ma il suo essere gay non seppe esser discreto: lasciò il seminario («viveva in modo travagliato – riporto quanto scritto qui – il suo rapporto fra fede e religione e mal sopportava i pronunciamenti ufficiali della chiesa in tema di diritti civili» ) e la famiglia riuscì a completare l’infame opera. Prima di partire per Roma, scrisse una lettera ad un amico in cui denunciava la sua emarginazione: «Vivo con la consapevolezza di chi sta per lasciare la vita terrena, e ciò non mi fa orrore, anzi!, non vedo l’ora di porre fine ai miei giorni. Penseranno che sia un pazzo perché ho deciso piazza San Pietro per darmi fuoco, mentre potevo farlo anche a Palermo. Spero che capiranno il messaggio che voglio dare: è una forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l’omosessualità, demonizzando nel contempo la natura, perché l’omosessualità è sua figlia». Fatale per lui fu la famosa Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, nella quale il futuro Benedetto XVI scriveva che «una persona che si comporta in modo omosessuale agisce immoralmente».
Padre Ciro Benedettini, vicedirettore della Sala Stampa della Santa Sede, in quel lontano gennaio di dieci anni fa, si limitò a diffondere la seguente nota: «Nella lettera trovata addosso a Ormando non si afferma in nessun modo che il suo gesto sia determinato dalla sua presunta omosessualità o da protesta contro la Chiesa. Le cause vanno ricercate in non meglio precisati motivi familiari». A chi seppe delle lettere lasciate nelle tasche del cappotto e ne chiese il contenuto, il portavoce vaticano rispose che gli scritti di Ormando erano stati sequestrati dalla polizia, «ma pare proprio che la causa del gesto sia stata provocata da problemi familiari».
Si, proprio da problemi familiari…
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