
Oramai le virtù del Pacelli fioccano come nespole. Oggi, per convincerci che il suo predecessore non fosse poi quel gran pezzo di merda che si mormora in giro, Benedetto XVI fa la sua splendida marchetta e viene a dirci: “Non potrà mai essere cancellato il gesto generoso del mio predecessore Pio XII che corse immediatamente a consolare la popolazione tra le macerie ancora fumanti”. Il pretesto gli è dato dalla visita alla Basilica di San Lorenzo fuori le mura: era il 19 luglio del 1943 e “un violento bombardamento seminò morte e distruzione nel quartiere di San Lorenzo” e Pio XII, per la prima volta dall’inizio della guerra, uscì dal Vaticano per portare la sua solidarietà alla popolazione. Per carità di Dio, la sollecita manifestazione d’affetto del Pacelli fu certamente lodevole; però – ai miei occhi – tanta precipitosa premura rende ancora più assordante quel silenzio, quella inaudita strafottenza, sulla sorte degli ebrei che solo pochi mesi dopo – era il 16 ottobre del ‘43 – furono deportati da Roma verso i campi di concentramento in Germania. Evidentemente quelli del ghetto, i “perfidi giudei”, non erano abbastanza vicini al cuore del Papa, non erano stati capaci di scaldarlo a dovere o comunque non erano tanto importanti da giustificare la fatica di due passi fino al portico d’Ottavia.

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