Archivi dei tag: suicidio

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«Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi. »

Cesare Pavese, 27 agosto 1950

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«La persona che ha una così detta “depressione psicotica” e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette “per sfiducia” o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. Eppure nessuno di quelli in strada che guardano in su e urlano “No!” e “Aspetta!” riesce a capire il salto. Dovresti essere stato intrappolato anche tu e aver sentito le fiamme per capire davvero un terrore molto peggiore di quello della caduta. »

David Foster Wallace, Infinite Jest, Einaudi

dieci anni fa…

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Era il 13 gennaio del 1998 quando Alfredo Ormando, uno scrittore omosessuale siciliano, si diede fuoco in piazza San Pietro. Arrivò in treno a Roma da Palermo. Appoggio il suo cappotto sulle transenne. Si cosparse di benzina. S’inginocchiò e rivolto al presepio che ancora era in mezzo alla piazza, si diede fuoco. La sua agonia durò dieci lunghissimi giorni. Alcuni allora sostennero che nelle tasche del cappotto ci fossero delle lettere indirizzate all’allora pontefice, Giovanni Paolo II, e al Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’allora cardinal Joseph Ratzinger – lettere che, sarebbe superfluo precisarlo, non furono mai rese pubbliche.
Ormando era stato seminarista, ma il suo essere gay non seppe esser discreto: lasciò il seminario («viveva in modo travagliato – riporto quanto scritto qui – il suo rapporto fra fede e religione e mal sopportava i pronunciamenti ufficiali della chiesa in tema di diritti civili» ) e la famiglia riuscì a completare l’infame opera. Prima di partire per Roma, scrisse una lettera ad un amico in cui denunciava la sua emarginazione: «Vivo con la consapevolezza di chi sta per lasciare la vita terrena, e ciò non mi fa orrore, anzi!, non vedo l’ora di porre fine ai miei giorni. Penseranno che sia un pazzo perché ho deciso piazza San Pietro per darmi fuoco, mentre potevo farlo anche a Palermo. Spero che capiranno il messaggio che voglio dare: è una forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l’omosessualità, demonizzando nel contempo la natura, perché l’omosessualità è sua figlia». Fatale per lui fu la famosa Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, nella quale il futuro Benedetto XVI scriveva che «una persona che si comporta in modo omosessuale agisce immoralmente».
Padre Ciro Benedettini, vicedirettore della Sala Stampa della Santa Sede, in quel lontano gennaio di dieci anni fa, si limitò a diffondere la seguente nota: «Nella lettera trovata addosso a Ormando non si afferma in nessun modo che il suo gesto sia determinato dalla sua presunta omosessualità o da protesta contro la Chiesa. Le cause vanno ricercate in non meglio precisati motivi familiari». A chi seppe delle lettere lasciate nelle tasche del cappotto e ne chiese il contenuto, il portavoce vaticano rispose che gli scritti di Ormando erano stati sequestrati dalla polizia, «ma pare proprio che la causa del gesto sia stata provocata da problemi familiari».
Si, proprio da problemi familiari…
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