La scoperta dell’inferiorità serve a decidere di sé.

I pesci non chiudono gli occhi erri de luca 2

Nun t’arraggià quando juoche, numquam ruere in ludendo – avrebbero tradotto gli antichi. Questo lo sentivo dire al circolo in piazza, da piccolo, quando spettatore di una mano di tressette o scopone, guardavo le prodezze di gioco di un amico del nonno, incallito giocatore di carte – l’amico, non il nonno.
Ho visto giocare alla perfezione dei vecchi così pieni di acciacchi da non poter stare in piedi. Ma da seduti erano meravigliosi, non sbagliavano una carta e sapevano perdere e pagare un giro di caffè senza caricare una ruga. Sapevano stare al gioco.
Accetta il consiglio di quel vecchio giocatore e se perdi, nun t’arraggià. Da arrabbiati si gioca peggio. E poi non è colpa della sfortuna. È più sicuro che tu abbia giocato male o, se preferisci, gli altri meglio. Se accetti questo, sei già un passo avanti a certe personalità politiche e non, che nel momento della sconfitta se la prendono con i complotti e le manovre. Non ammettono di essere stati dei brocchi.
Molta buona educazione e contegno nei rovesci sta nell’aver imparato in tempo a perdere al gioco, a incassare la sconfitta. A molta infanzia d’oggi, istruita dagli schermi luminosi, sarebbe utile un po’ di dimestichezza con la varietà delle combinazioni di carte, dove tra il vincere e il perdere la differenza è un soffio.
La scoperta dell’inferiorità serve a decidere di sé.

quando dentro a quel pezzo di carta dovevi farci un buco…

Le cose che non hai fatto restano appena sotto il pelo dell’acqua, come sughero galleggiano in eterno, ondeggiano, stanche di respirare. Non vanno mai sul fondo, tutte le cose che non hai detto. Tutte le parole che avresti voluto ma non hai usato (o osato), hanno il peso di niente, fluttuano leggiadre in un relativo eterno e per ritrovarle non serve affatto trattenere il fiato e immergersi; semplicemente basta camminare a riva, tendere una mano subito sotto l’acqua salata, e ritrovarle tutte, toccarle una a una e riportarle a galla, le cose che non hai fatto, detto, scritto. Ma non è vero che c’è sempre tempo. Non è vero che tanto poi puoi sempre rimediare, che oggi o chessò domani non cambia niente. E sì che quella storia dei treni che passano una volta soltanto è ‘na cazzata, ma è una cazzata pure che il biglietto stretto in tasca dura in eterno. Li preferivo, i biglietti, quando dentro a quel pezzo di carta dovevi farci un buco, un foro per dire a te stesso, guardandolo, che era quello il momento esatto di salire e che esattamente dopo, tutto intorno a quel vuoto, nulla si sarebbe più mosso nella direzione per cui avevi pagato.
Tutte le cose che avresti voluto restano lì, ferme per strada, schiacciate dalle auto, tormentate dal vento, dal piscio dei cani randagi durante la notte, dalla pioggia calda ad agosto e dal sole freddo a dicembre, dagli sguardi indiscreti nascosti dietro alle tende dopo l’ora di cena, con la luce spenta che vedi fuori ma da fuori nessuno ti può vedere. Ritornare a pagina cinquanta del libro più bello che hai letto e sforzarti a recitarlo ad alta voce; mettere in moto, a spinta, alle prime ore del mattino per andare ad aspettare che le braccia più belle che ti abbiano mai stretto scendano a farlo di nuovo; chiedere scusa guardando qualcuno negli occhi; piangere senza aver paura del giudizio; desiderare senza che sia peccato; rivedere quel film che hai già visto un milione di volte e continuare a non ricordare il nome di quell’attrice che però ti ha sempre fatto impazzire; provare a contattare quell’insegnante che ti lesse la prima volta, commossa, e con gli occhi bagnati su un volto sorridente ti disse, nel più vero dei modi, di continuare, — di continuare, così mi disse — sperare che non sia troppo tardi per fare in tempo a dirle un semplice grazie, che senza quei pochi minuti forse ti saresti già fermato da un pezzo; ridere senza pentirti; dormire senza sentirti il peso di una colpa; aiutare e avere il coraggio di chiedere aiuto; concederti la libertà di abusare delle virgole e fottertene di chi ti ha sempre detto che ogni tanto bisogna metterci un cazzo di punto. Adesso, anche adesso, è il momento in cui puoi ancora ricordare come sarai e cambiare il corso degli eventi affinché tu sia quello che hai sempre desiderato di essere.

L’intelligenza…

  

“Идите, идите ио леcтницe, кoтoрая наз- cя цивилизацией, nporpeccoм, кулbтурой, нo куда идти? Право не энаю.” “Andiamo, andiamo — riflette Čechov — su per la scala cosiddetta del progresso, della civiltà e della cultura. Ma dove si va? Io davvero non lo so.” Questa riflessione dello scrittore russo, nella sua lineare chiarezza, mostra come la cultura contemporanea continuamente perda pezzi: forfora di saperi, cumuli di isole resi quasi inservibili, ché mancano i ponti, collante per tentare di tenerli assieme; è smemorata la cultura contemporanea, non ricorda, utilizza il tempo per il tempo, come fosse un luogo orizzontale, una freccia scagliata per dritto, e non scava a fondo, non mette radici e non sfrutta quelle del passato. O, comunque, crea con questi legami così flebili da risultare inefficaci e vani. I miti antichi, i cosiddetti classici, sono importantissimi per la nostra psiche, la psiche di noi uomini contemporanei. Ma quasi più nessuno legge di mitologia, né prova a recuperare i saperi perduti: non c’è tempo — si dice. E lo si dice con tanta superficialità e convinzione come se si sapesse davvero cos’è il tempo, come se fosse semplice rendersi conto di cosa si parla quando ci si riferisce al tempo.

“Mηϰέτι πάπταινε πóρσιoν”, ammoniva Pindaro, “non guardare troppo lontano”, proiettato troppo nel futuro; ma nessuno è più capace di fermarsi per far sedimentare il sapere. L’intelligenza, soprattutto nell’era del web, è velocità, rapidità, concretezza. La lentezza è vista come uno spreco di risorse, non è moderna. Un lusso che nessuno può più permettersi. Solo che si spaccia — con efficacia, visti i risultati — si spaccia, dicevo, per intelligenza un surrogato di essa: proiettiamo sull’individuo, sul singolo, un concetto che di per sé non può essere singolare; decliniamo un concetto collettivo in modo soggettivo, personale, individualista. E ristretto. L’intelligenza, per come l’intendiamo, è capacità di comprendere, di prendere decisioni, è efficacia: nella contemporaneità è talmente staccata dalla cultura a cui apparteniamo che può anche diventare artificiale, può essere gestita attraverso una serie più o meno complessa di algoritmi numerici.

Ma l’intelligenza che conta, quella che incide profondamente nel sistema organizzativo, consolidandone l’identità, quella che aiuta a capire è sempre un’intelligenza collettiva. È l’intelligenza collettiva che spinge al progresso, perché è capacità di leggere il passato attraverso strumenti che sono di tutti e sono condivisi: il linguaggio, la scienza, l’arte, la storia, la religione, in una parola la cultura. 

E — e questo è, se volete, l’aspetto più inquietante — più le società perdono gli strumenti di comprensione, di codifica delle cose, più il sistema tende a rifiutare le origini e a proiettarsi in un futuro snello, veloce, sbiadito tra le maglie del web, più vanno a dissolversi i saperi, più il sistema culturale diventa inutile e più si immagina che l’intelligenza sia qualcosa di infuso dall’alto, dote innata che brilla, solitaria, in un grigiore che tutti accomuna. E questa visione, di per sé, conduce, inevitabilmente, all’impossibilità di progettare il futuro, di fare dell’intelligenza collettiva il punto di partenza di qualsiasi cosa. “If I have seen further it is by standing on the shoulders of giants”, scriveva Newton a Hooke, “Se ho visto più lontano, ho potuto farlo stando in piedi sulle spalle di giganti”, sfruttandone, appunto, le conoscenze, i pensieri. Studiandoli.

Insomma, e qui chiudo, l’intelligenza — a dirla con una massima — non è un sapere autoreferenziale, spirale che collassa in un punto, ma è sapere condiviso, assieme agli altri. Non è la velocità del tempo, il lampo dell’intuizione, scintilla viva nel buio, non è l’eccezione del genio solitario, ma è il sentimento del tempo.