Non c’è, davvero, molto da dire sull’argomento. La tragedia è talmente scontata, nella sua drammaticità, da poter essere definita lapalissiana. Il fatto è che il Tibet è un paese, ovvero è un raggruppamento di persone che hanno in comune caratteristiche quali la lingua, la cultura e l’etnia. Accade che Tenzin Gyatso, meglio noto come il XIV Dalai Lama, sia costretto ad un esilio forzato in India, a Dharamsala, perché la Cina ha deciso di annettere il Tibet. Sua Santità il Dalai Lama dopo un po’ di rimostranze si convince e dice che il suo Tibet non vuole l’indipendenza ché a loro basta l’autonomia (Tibet in Cina, insomma). Risposta, secca, del governo centrale cinese? Scudisciate. Proviamo a discuterne? Scudisciate. Manifestiamo? Scudisciate. Insomma – s’è capito – dalla Cina le risposte sono monocorde: mazzate, a prescindere.
Cos’è che possiamo fare? Iniziamo a rovinare la festicciola delle Olimpiadi del regime comunista cinese. Boicottiamo ’ste cazzo di Olimpiadi («i leader del mondo – ha scritto Richard Perle – disertino le Olimpiadi, e George W. Bush dia l’esempio»), checché ne dica sua Santità, e, ad ogni modo, speriamo che tra gli olimpionici ci sia qualcuno che se ne fotte degli accordi presi e faccia eclatanti gesti non violenti. Magari gli stessi gesti per cui erano famose le olimpiadi degli anni della guerra fredda.
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