
«Siamo in quattro sorelle. Chiediamo se possiamo fare il testamento biologico per respingere ogni accanimento terapeutico: non vogliamo vivere come vegetali. »

«Siamo in quattro sorelle. Chiediamo se possiamo fare il testamento biologico per respingere ogni accanimento terapeutico: non vogliamo vivere come vegetali. »

Eugenia Roccella, dopo la pronuncia della Consulta sul caso Englaro, ha dichiarato che “c’è un eccesso di invasività da parte dei giudici”, mentre secondo Rocco Buttiglione “sembra che la corte Costituzionale [...] si ponga in diretta opposizione con la coscienza del Paese”. Scusatemi se lo dico di pancia e in modo assai sgraziato: ma di che cazzo stanno parlando? Chi è che dovrebbe farla questa legge? A me pare proprio che fino a ieri erano proprio le (purtroppo) tante Roccella e i (purtroppo) vari Buttiglione che al solo nominarla una legge sul testamento biologico, iniziavano a vomitare i loro “no” e ad urlare, come invasati alla vista del crocifisso: “eutanasia, eutanasia…”. E ora ci vengono a dire che serve una legge? Proprio ora – guarda caso – , proprio dopo l’ultima discutibilissima (e mal interpretata) prolusione di Angelo Bagnasco?
È l’ipocrisia della politica italiana, sempre tutta genuflessa, che ha permesso un vuoto così doloroso di cui la magistratura e i medici non hanno potuto non occuparsi. E ora, con una faccia tosta come il culo di un camionista, ci vengono a dire che ci vuole una legge? E sarebbe la Consulta a porsi “in diretta opposizione con la coscienza del Paese”? Ma toglietevi dai coglioni, per carità. Fatela questa legge, invece di stare li a lamentarvi. Ma – c’è sempre un ma, purtroppo – sapete a questo punto, miei (sempre più pochi) affezionati e meravigliosi lettori, qual’è il guaio? Che la legge questi la faranno per davvero. E sarà peggio. Molto peggio.

Dopo le due sentenze che autorizzavano la sospensione dei trattamenti sanitari che continuano a mantenere artificialmente in vita il corpo di Eluana Englaro, Camera e Senato avevano presentato ricorso alla Corte Costituzionale che – è notizia di ieri sera – lo rigetta con un netto “non luogo a provvedere”. Adesso la questione ritorna, nuovamente, nella mani della Corte di Cassazione che entro il prossimo mese dovrebbe deliberare sulla controversa vicenda (questa volta in maniera definitiva e inappellabile).
A questo punto, però, il doloroso caso Englaro parrebbe concluso ché sarebbe davvero inammissibile una sentenza che negasse al padre di Eluana la possibilità di agire secondo la volontà espressa dalla stessa figlia. Ma, si sa, in questo caso (e in Italia, soprattutto) il condizionale è d’obbligo ché può – almeno per chi ci crede, dico – sempre scapparci il miracolo. E allora prepariamoci: veglie, bottigliette d’acqua a invadere sagrati, pacifiche proteste, giri di rosario, scioperi della sete e della fame. Fino all’11 novembre, insistendo, può darsi che qualcuno in alto (ma molto in alto) si ravveda e faccia partire le pratiche per un eclatante miracolo risolutorio. Immaginate la scena: Eluana esce dal coma e dopo aver perdonato il padre corre ad abbracciare Giuliano Ferrara. Che scena. Roba che al direttore si raggrinziranno non poco i già piccoli testicoli.

L’articolo è apparso il 28 agosto su zenit.org . M’era sfuggito. Nel leggerlo, però, ho – credetemi, sono sincero – molta difficoltà a decidere il registro per un fugace commento. «Aveva già scritto il testamento biologico, ma – scrive nel suo pezzo Antonio Gaspari – appena ha scoperto di essere malata di cancro ha cambiato idea».
È, in sintesi, la storia di «Silvie Menard, francese, sposata con un italiano, oncologa, consulente del Centro di Oncologia sperimentale dell’Istituto Nazionale di Tumori di Milano e specializzata nello studio del cancro e dei nuovi farmaci per contrastarlo» che scopre di avere un tumore al midollo osseo. «Da allora la mia vita ha assunto un peso diverso – ha raccontato l’oncologa –. Da quando sono malata ho voglia di vivere ogni istante della mia vita, proprio perché mi accorgo che è unica». Basta! Ho deciso. Userò il registro dell’invettiva per commentare il pezzullo. Inizierei il commento, dunque, più o meno così: venisse un cancro in culo al Gaspari, piccolo, non letale, ma dolorosissimo: di quelli che si curano facilmente ma che lasciano il segno, costringendoti a cagare per il resto della vita in una bustina appiccicata sulla pancia. Esagero? Può darsi, ma credo che sia opportuno augurare un segno vivo nella carne a chi – non importa la ragione – fa della carne altrui una variabile di mera opportunità: stendardo da mostrare, ad ogni occasione, per perorare la personale causa.
Ah, quasi dimenticavo: tra busta e fasciatura elastica, sia concesso un piccolo santino di Padre Pio.